Tempi disperati
A due passi dal mio ufficio, comitive di “pellegrini della speranza”, ritirata alla baracchetta del check point nei pressi di una delle due nuove brutte fontane l’apposita croce da processione, si incamminano salmodiando per la corsia loro dedicata nello stradone fascista ormai visibilmente colonizzato dai mercanti e passano per una delle porte, detta “santa”, del pretenzioso chiesone di fronte, secondo un rito ormai senza più basi teologiche da quando oltre vent’anni fa s’è fatta la pace con i protestanti sul punto, e poi, a cose fatte, sciamano nuovamente nel disperato mondo di fuori.
Disperazione non è tanto quando si pensa che nulla cambierà, ma quando si ha il terrore che tutto vada presto peggio.
Speranza invece è come quando a Roma in un certo giorno di metà febbraio l’aria ha un odore diverso e intuisci la primavera. Non un sogno, che, come tutti i sogni sognati troppo intensamente e troppo a lungo, diventa cattivo, ma una certezza, anche se di ciò che ancora non c’è e non si vede. Al meglio le religioni sono questo.
Al peggio sono ciò che c’è nell’atroce Palestina dei tempi nostri.
È mai possibile che un qualche dio voglia quello che vi sta accadendo? Un dio malvagio, frutto di sogni cattivi, dinanzi ai quali risplende la luce dell’ateismo etico, che per pietà della gente che soffre per causa loro ce ne vuole liberare.
Alle origini le genti cristiane furono accusate di ateismo.
Il culmine dell’infamia e dell’oltraggio si è raggiunto l’altro ieri nei propositi genocidi, e il genocidio culturale è comunque un genocidio anche se non si punta allo sterminio totale, per edificare un’industria turistica là dove il tempo, come si è scritto su Avvenire ieri, non ha ancora spolpato le ossa delle migliaia di assassinati sotto le macerie che sbrigativamente si vorrebbe ora rimuovere insieme ai sopravvissuti.
Ogni giorno porta la notizia che si è andati al di là di dove si pensava che non si sarebbe mai proseguito.
Questi sono i nostri tempi, tempi disperati.
È mai possibile che debba veramente andare così? Che non ci sia modo di resistere? Consigliano di tacere, perché la gente non capirebbe. La storia, però, insegna il contrario. È la lezione del profetismo biblico.
Anche gli anni ’70 della mia adolescenza erano tempi efferati, però non disperati, assolutamente non disperati. Lo ricordo bene. Che cosa c’era di diverso? Impariamo da quella lezione di vita!
E, comunque, anche oggi, con tutto quello che c’è e si osa dire e fare di malvagio, se non si tace, e si parla di speranza, e non solo se ne parla ma metaforicamente ce se ne fa pellegrini e si invita a diventarlo, ecco che tanta gente accorre ancora, anche in una cornice rituale che è quella che è e che si vale di un mito dal quale ci venne storicamente tanto male. Quello che indusse il monaco Martin Lutero a ribellarvisi. Tanto ci costò costruire quel chiesone, che pure commosse una grande anima come Simone Weil.
Un movimento di speranza può ancora essere innescato. Così sia. Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli