venerdì 6 settembre 2024

Una democrazia da amare?

 

Una democrazia da amare?

 

«E la storia dell’umanità è storia di relazioni di dominazione tra forti e deboli, tra ricchi e poveri, tra uomini e donne, tra vecchi e giovani. La democrazia non è una forma statica ma è un perenne sforzo di democratizzazione delle relazioni sociali che costante­mente tendono a riprodurre al loro interno violenza e sopraffazione. La democrazia che noi oggi abbiamo è lo sforzo di secoli di lotte per la democratizzazione. Per secoli era considerato natu­rale che ci fossero schiavi. Era considerato naturale che le donne fossero in posizioni subordinate. Che i poveri avessero meno diritti. E così via. Non è un processo spontaneo il far sì che in una comunità in cui ci sono patrimoni diversi, lavori diversi, intelligenze diverse, ognuno abbia un uguale potere di determinare con il proprio voto la vita della comunità. E il frutto di una scelta e di una scelta complessa e impegnativa. E il frutto di innumerevoli lotte e sacrifici.»

[Dal testo della conferenza dal titolo Amare la democrazia nelle sfide del presente tenuta dal prof. Michele Nicoletti il 4 luglio 2024 a Trieste, durante la 50º Settimana sociale del cattolici in Italia sul tema Al cuore della democrazia [il testo completo può essere letto a questo indirizzo WEB

https://acvivearomavalli.blogspot.com/2024/08/amare-la-democrazia-lintervento-del.html ]

 

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 Quando si insegna la democrazia spesso la si presenta secondo il proprio ideale di governo sociale e, in particolare, la si spiega come legata alla giustizia, alla solidarietà nelle avversità della vita e, in genere, alla realizzazione del bene in società, in particolare di quel suo aspetto che viene definito bene comune. Se ne parla quindi come di un organismo sociale  in cui tutte le parti che lo compongono collaborano stando al posto dove per natura sono state collocate e ciò secondo un’antica tradizione culturale che trova anche riscontri evangelici. Ciò si fa prescindendo dall’esperienza storica che ci parla della democrazia come di tutt’altro ed esattamente come di quello descritto nel brano del testo della conferenza del prof. Nicoletti alla Settimana sociale  di Trieste sulla democrazia.

  L’essenza della democrazia è la lotta sociale nella quale si partecipa non da singole persone ma nel quadro di un impegno sociale forte, al quale ci si determina a mantenere fede anche a costo della vita. Questo risalta nettamente nella consapevolezza storica, che è così difficile da ottenere nella formazione alla fede che in genere viene impartita: ogni esperienza democratica è sempre originata e sempre si è evoluta, e quindi è stata mantenuta, perché nessuna forma politica può mantenersi se non evolvendo, mediante la lotta sociale.

  Ma lotta contro che cosa e per quali motivi?

  Un processo democratico origina sempre per contrastare un potere sociale, non solo politico, che preme sulle masse rifiutando critica e limiti. L’obiettivo democratico è riformarne la struttura sottoponendolo a limiti, ponendo le condizioni perché possa evolvere senza violenza e perché non vi siano altri poteri che rivendichino sovranità, che significa rifiutare qualsiasi limite.

  Un centro di potere che rivendichi sovranità  è un assolutismo.

  Nella  mitologia democratica la sovranità è attribuita ad un’entità mitica, il popolo,  e a nessun altro reale centro di potere.

  Nella realtà i popoli   non esistono, esistono solo popolazioni.

  Che cos’è un mito?

Una definizione di mito che ho trovato molto completa è questa, che si trova in Esodo  dello storico ed egittologo tedesco Jan Assman, Adelphi 2023 (l’originale in tedesco è del 2015), anche in e-book e Kindle, ed è la seguente:

 

E’ proprio dei miti essere raccontati di continuo e in sempre nuove versioni. Essi hanno la capacità di fondare e di spiegare la vita, e gettano luce su situazioni ed esperienze  cui conferiscono senso e orientamento.

 I miti sono nuclei narrativi, la cui multiforme elaborazioni aiuta le società, i gruppi e anche i singoli individui a costruirsi un’identità, ossia a capire chi sono e qual è il loro mondo, così come a dominare situazioni complesse e crisi esistenziali”.

[dall’Introduzione]

 

  Nessuna società umana può essere governata senza far ricorso ai miti e ciò per gli insuperabili limiti cognitivi legati alla nostra biologia, che ci impediscono di comprendere  veramente le moltitudini.

  Il mito democratico del popolo  è costruito sulla base dell’idea di gente in lotta. Pensandosi parte di un organismo sociale in lotta, il popolo, si accetta la relativa identità sociale e i ruoli che vi sono legati.

  In genere quel mito si articola con altri elementi mitici che fanno riferimento al popolo, come quello della nazione, concepito pensandosi come appartenenti ad un’unica stirpe  in senso biologico o a certe tradizioni culturali. Al dunque queste ulteriori mitologie possono essere facilmente screditate, in particolare per l’intensissima contaminazione etnica nella specie degli Homo sapiens con le conseguenti contaminazioni culturali. Questo vale anche per il mito di popolo in senso religioso, come quello di pensarsi fantasiosamente discendenti del mitico Abramo delle Scritture. Il mito democratico del popolo  come gente in lotta resiste invece alle confutazioni. Il suo corollario è che si diventa popolo impegnandosi nella lotta, non l’inverso. La congiura (in senso etimologico, dal latino coniūrāre, che significa "giurare insieme": l’ accordo solenne tra più persone con l'intento di perseguire un obiettivo comune) è all’origine del processo democratico, quando lo scopo comune è quello di riformare un assolutismo o, comunque, un sistema di limiti sociali costituito che si ritenga insufficiente, e, insieme, del relativo mito politico di popolo.

  Perché è necessaria la lotta democratica?

  Lo è perché la legge generale del potere sociale, di ogni potere sociale, è che esso tende ad espandersi e a perpetuarsi nel tempo finché non trova una valida resistenza. Questo si osserva anche nei gruppi di animali sociali, ad esempio negli altri Primati.

  In questo contesto il potere sociale è legittimato solo dalla violenza sociale.

  L’organizzazione sociale è divenuta essenziale per la sopravvivenza degli esseri umani. E’ basata sulla collaborazione nel contesto di un certo assetto sociale di potere. In presenza di centri di potere che riescano a liberarsi di validi limiti derivanti dalla resistenza sociale, essi sicuramente abuseranno del proprio dominio a spese dei più, costruendo una propria legittimazione mitica, anche di tipo sacrale, per questo loro assetto del potere. Un processo democratico sorge da una congiura collettiva, nel senso che ho precisato, per la riforma degli abusi di potere. Si confida che in massa si possa riuscire ad avere ragione del potere sociale che abusa.

 Nei processi democratici che si sono sviluppati in Europa e nelle altre zone del mondo di colonizzazione europea da fine Settecento, la congiura democratica è stata anche legata al proposito di instaurare un regime politico che riconoscesse alcuni diritti fondamentali di libertà alle singole persone, senza distinzione riguardo alle loro posizioni verso gli apparati politici di vertice. In ciò consiste, fondamentalmente, il principio politico dell’eguaglianza tra i cittadini, che differisce marcatamente dall’idea di eguaglianza che è sviluppata ad esempio in filosofia, o in teologia. L’uguaglianza democratica  è in genere espressa come eguaglianza dinanzi  alle legge.

 Troviamo espressa questa cultura democratica nel primo comma dell’art.3 della nostra Costituzione repubblicana, entrata in vigore il 1 gennaio 1948 e mai riformata su questo punto:

 

Art. 3

1.  Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

 

  La cultura democratica che si è sviluppata nel Secondo dopoguerra conduce ad una concezione più ampia di eguaglianza, più vicina ad una di tipo filosofico, vale a dire quella secondo la quale alcuni diritti fondamentali devono essere riconosciuti ad ogni essere umano a prescindere dal contesto politico in cui è inserito.

  E’ questo lo spirito che condusse l’Assemblea delle Nazioni Unite ad approvare, il 10 dicembre 1948,  la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo

 

Articolo 1

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Articolo 2

Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.

[…]

 

 Ne troviamo espressione anche nel testo solenne della congiura che diede avvio alla rivoluzione americana, carattere democratico, a fine Settecento (4-7-1776), la Dichiarazione di indipendenza americana.

 

Quando, nel corso degli eventi umani, diviene necessario per un popolo rescindere i legami politici che lo legavano ad un altro, ed assumere tra le Potenze della Terra la posizione separata ed eguale alla quale le Leggi della Natura e del Dio della Natura gli danno titolo, un giusto rispetto delle opinioni dell’Umanità richiede che essi manifestino le cause che li costringono alla separazione.

Noi teniamo per certo che queste verità siano di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati eguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di certi Diritti inalienabili, che tra questi vi siano la Vita, la Libertà ed il Perseguimento della Felicità. Che per assicurare questi diritti sono istituiti tra gli Uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati. Che quando un qualsiasi Sistema di Governo diventa distruttivo di questi fini, è Diritto del Popolo di alterarlo o di abolirlo e di istituire un nuovo Governo, ponendone il fondamento su questi princìpi ed organizzandone i poteri in una forma tale che gli sembri la più adeguata per garantire la propria sicurezza e la propria Felicità. La prudenza, tuttavia, richiederebbe che i Governi da lungo tempo stabiliti non siano cambiati per cause lievi e transitorie; e coerentemente ogni esperienza ha mostrato che l’umanità è più disposta a sopportare, quando i suoi mali sono sopportabili, che non a difendersi abolendo le forme alle quali sono abituati. Ma quando una lunga serie di abusi e usurpazioni, che perseguono invariabilmente il medesimo obiettivo, manifesta il disegno di ridurli sotto un assoluto Dispotismo, è loro diritto, è loro dovere rovesciare un simile Governo e provvedere nuove Garanzie per la loro futura sicurezza. Tale è stata la paziente sopportazione di queste Colonie; e tale è ora la necessità che la forza ad alterare i loro precedenti Sistemi di Governo. La storia dell’attuale Re di Gran Bretagna è una storia di ripetute ingiurie ed usurpazioni, tutte aventi l’obiettivo diretto di stabilire un’assoluta Tirannia su questi Stati. Per provarlo, lasciamo che i Fatti siano sottoposti ad un imparziale giudizio.

 

  Questa concezione corrisponde a quella insegnata dalla dottrina sociale cattolica contemporanea, in linea con un’antica tradizione.

  Possiamo considerare l’ideale di eguaglianza come strumento  di contestazione del potere sociale a cui ci si oppone in un processo democratico, contestandone la legittimazione, che in genere viene proposta presentando il centro di potere dominante come  espressione dei ceti sociali migliori  e/o più meritevoli e/o legittimati da una divinità,  quindi sull’idea di gerarchia  tra soggetti ineguali. Ma anche come principio ordinatore della riforma istituzionale dopo la riuscita del processo democratico, per contrastare ulteriori abusi di potere.

  Il riconoscimento anche di diritti sociali fondamentali (casa, pane, lavoro, assistenza sanitaria e previdenziale, istruzione pubblica) è strumento democratico per estendere l’area della massa popolare capace di critica sociale e quindi di  aderire al patto democratico. I poteri sociali che abusano spesso si valgono dell’ignoranza e dell’indigenza delle masse popolari, presentandosene addirittura come patrocinatori, salvo mantenerle in quelle condizioni.

  Di fatto la realizzazione di società egualitarie in ambienti democratici è stato un processo difficile e, per molti aspetti, ancora in corso negli ordinamenti democratici più evoluti.

 E’ per questo che il prof. Nicoletti ha detto che:

 

«La democrazia non è una forma statica ma è un perenne sforzo di democratizzazione delle relazioni sociali costantemente tendono a riprodurre al loro interno violenza e sopraffazione »

 

  Questo sforzo è la lotta in cui consiste la democrazia.

  In genere la democrazia viene presentata, soprattutto ai più giovani, come una sorta di galateo sociale, ma così non se ne dà un’immagine realistica.

  Chiediamoci però: è possibile amare  la democrazia nella sua reale natura di lotta sociale?

  Amiamo ciò che dà senso alla nostra vita inserendoci in una comunità vitale che ci accetta e ricambia  il nostro sentimento. L’amore  è legato alla riproduzione e vita comunitaria dove si svolgono le relazioni fondamentali della persona.

  Non è possibile amare se non delle persone vive, salvo che ce se  ne costruisca un’immagine mitologica, e allora si può andare oltre.

 Si può amare  la vita in certe comunità democratiche in lotta, ma la lotta in sé, no. A meno di non trasfigurare  mitologicamente la democrazia a cui si partecipa, o addirittura, ogni democrazia, concependola un po’ come la propria famiglia.

 In realtà vi sono stati processi democratici che hanno presentato aspetti veramente poco amabili, ad esempio durante la rivoluzione francese tra il 1789 e il 1799, con eccidi di massa. Lo stesso Risorgimento italiano tra gli anni ’20 dell’Ottocento e il 1870, che fu anche una rivoluzione democratica, venne attuato in modi estremamente sanguinosi.

 Purtroppo nessun processo democratico è stato storicamente completamente alieno dalla violenza politica nella sua fase insurrezionale, anche se ai nostri giorni le alternative nonviolente sono ritenute praticabili (per altro in occasione dello scoppio del conflitto in Ucraina le si è irrise da molti e i loro fautori sono sospettati  di intelligenza con gli invasori russi).

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli