martedì 17 settembre 2024

Cattolicesimo democratico 15 - La pratica cattolico-democratica

 

Cattolicesimo democratico 15

La pratica cattolico-democratica

 

 Il cattolicesimo democratico è una pratica sociale, che poi può, ma anche no, dar luogo a una corrispondente teoria e quindi poi ad una ideologia. La persona cattolico-democratica si riconosce perché si sforza di costruire società o di modificare quelle esistenti senza prevaricare.

 La democrazia è il patto per porre limiti ad ogni potere sociale, e questo è il suo valore fondamentale. Il cattolicesimo democratico ve ne aggiunge altri, innanzi tutto quello, di matrice evangelica, dell’esercizio del potere come servizio al benessere della gente, non genericamente della collettività, ma di ogni persona che la manifesta. Poi vi è quello dell’agàpe, della benevolenza universale, solidale, conviviale, misericordiosa, ciò che limita le pretese predatorie dei poteri sociali verso gli altri gruppi e all’interno del gruppo.

 Qui sono i valori dei cattolici a orientare l’esercizio della democrazia. Nella pratica ecclesiale è invece quest’ultima l’elemento connotante.

  Non vi è democrazia senza libertà di pensiero, di espressione e di azione sociale. Sono altrettanti limiti all’esercizio del potere sociale. Nella Chiesa cattolica quelle libertà sono oggi riconosciute in misura veramente esigua. Questo è attualmente un grosso ostacolo all’ evangelizzazione nelle società dell’Europa occidentale, altamente evolute nella pratica democratica.

  Un altro elemento democratico fondamentale è la libertà di resistenza, che è una forma di partecipazione ma anche di lotta.

 In democrazia la partecipazione della gente è il limite fondamentale ai poteri sociali e la resistenza ne è una manifestazione. Essa è sempre latente in democrazia  e si esprime nella critica sociale, nel rifiuto di obbedienza e nella lotta sociale. Il rifiuto di obbedienza è già una forma di lotta, nella specie di lotta nonviolenta.

  Naturalmente, come scrisse il filosofo Aldo Capitini (1899-1968], uno tra i maggiori divulgatori in Italia della nonviolenza, la persona democratica abitualmente non disobbedisce e segue le procedure formali per le decisioni collettive, e se decide di disobbedire lo fa solo perché sono in questione valori fondamentali.  Questa disobbedienza, che è decisione nonviolenta di non collaborare al male, è anche chiamata obiezione di coscienza. Secondo la dottrina della nonviolenza, che nell’era contemporanea cominciò ad essere praticata e venne anche teorizzata dal politico indiano Mohāndās Karamchand Gāndhī (1869-1948), detto Mahatma vale a dire grande anima, nella resistenza nonviolenta si deve accettare di subire con coraggio e apertamente le sanzioni sociali conseguenti. Questo per produrre, mediante lo spettacolo della propria sofferenza, una reazione di ripudio del male nei propri persecutori.

  In democrazia l’obiettivo di impedire la costituzione di poteri che rifiutino limiti, e che quindi rivendichino sovranità, è perseguito anche con ordinamenti costruiti secondo il principio della separazione dei poteri pubblici di vertice: esso consiste nell’imporre ad essi anche la funzione di mantenersi autonomi, liberi e in posizione critica verso gli altri, collaborando con essi nei limiti delle rispettive attribuzioni. in modo da impedire l'accentramento del potere verso il quale le dinamiche sociali naturali porterebbero..

  Da tutto ciò deriva che le democrazie sono tenute in una condizione di fisiologica e permanente instabilità, in modo da consentire anche l’ordinata e non distruttiva evoluzione sociale, con il declino dei gruppi egemoni, l'emergere di altri, e comunque con la persistenza costante ed effettiva di contropoteri,  e il conseguente possibile mutamento delle caratteristiche della  società di riferimento. Questo non è un sintomo di crisi, ma del corretto funzionamento delle dinamiche democratiche, salvo che si produca una degenerazione esplosiva per l’abuso di potere di gruppi che vogliono imporre la propria volontà a tutti i costi, per vincere la resistenza degli altri, e ciò sia per non essere spodestati da gruppi emergenti come pure per spodestare quelli in precedenza egemoni. In questo caso si ha la dissoluzione sociale e il ritorno al dominio della legge della forza, quella della natura dalla quale come viventi emergiamo. L'abuso di potere si ha quando si pretende di dominare senza tener conto degli altri, in particolare dei dissenzienti, secondo la legge di natura secondo la quale il più forte elimina il più debole, anche cibandosene e quindi sopravvivendo a sue spese.

  All'assetto democratico, le dinastie sovrane che, dal Settecento europeo, contrastarono duramente il loro progressivo affermarsi, opposero il legittimismo, vale a dire il principio della propria legittimazione al potere sovrano per lunga tradizione storica avvalorata dal mito religioso, per cui esse accettavano la successione solo per diritto ereditario secondo le proprie leggi tradizionali, pretendendo di mantenere inalterata la propria struttura, la propria posizione di dominio  e  quindi le proprie attribuzioni sociali, religiose e politiche. Questa è ancora la posizione del Papato di Roma, una monarchia assoluta.

  Una monarchia è assoluta quando non riconosce limiti e, in questo senso, è sovrana. Di solito questa concezione è basata su una concezione organicistica della società, vedendovi metaforicamente un corpo nel quale ad ogni parte è attribuita una funzione, tutte collaborano al benessere dell’organismo rimanendo sempre nel posto che è loro assegnato dalla natura e nessuna tenta di mutarlo. È ovvia la convenienza di questo modello per i ceti sociali che si trovano in una certa epoca ai vertici.

  Di fatto, la storia dimostra che tutte le società umane si sono  evolute, quelle dominate da assolutismi irriducibili mediante rivoluzioni violente. Le società che non riescono ad evolversi seguendo l'evoluzione antropologica delle relative popolazioni scompaiono o, più spesso, continuano a persistere solo come elementi culturali di un nuovo ordinamento sociale che riesce a imporsi al loro posto. Le Chiese cristiane non hanno fatto eccezione e solo nel mito sono rimaste le stesse dalle origini.

  La democrazia è una conquista culturale sociale non facile, perché le dinamiche naturali portano in altra direzione. E chi è più forte trova sempre buone ragioni per prevalere e poi, a cose fatte, per aver prevalso. La critica sociale democratica ha la funzione di porle in questione. Esserne capaci richiede una formazione specifica. Per questo l'istruzione è un fattore vitale per lo sviluppo democratico. Ma anche il tirocinio, vale a dire la pratica concreta della realizzazione della democrazia nella vita sociale. Essa è indispensabile,in particolare, per correggersi e seguire l'evoluzione sociale.

 Il tirocinio della costruzione sociale può farsi meglio nei piccoli gruppi, vale a dire quelli costituiti da una trentina di persone, le quali giungono a conoscersi a fondo con la possibilità di una forte interrelazione  emotiva.

 Va osservato che gli organismi di vertice delle società più grandi, nelle quali l’interazione e mediata da miti, riti e diritto, sono in genere strutturati come piccoli gruppi, siano essi governi o comitati di presidenza di assemblee più partecipate o sottocommissioni di studio, o giudici collegiali. Per questo è molto importanza far pratica democratica nei piccoli gruppi. E' lì che si impara il governo democratico delle società.

  In un piccolo gruppo si manifestano tutte le dinamiche di potere delle società più grandi. Esso, in mancanza di una valida resistenza partecipativa, può degenerare presto in un assolutismo, il che, in genere, produce l’allontanamento delle persone che rifiutano di assoggettarvisi. La forza costrittiva di un piccolo gruppo è, però, in genere minore, per cui l’allontanamento rimane possibile, salvo che in alcuni gruppi della criminalità organizzata, anche politica, dove domina la legge della forza.

  Chi organizza con altre persone un piccolo gruppo su basi democratiche dovrà prima di tutto formalizzare il patto democratico di ripudio dell’assolutismo e di riconoscimento delle libertà partecipative, che significa anche vietarsi di escludere. Questo può avvenire fin da piccoli, fin dalle prime esperienze sociali: anche la formazione religiosa dovrebbe occuparsene, data l’importanza che nella nostra fede è data all’agàpe.

  Negli ambienti cattolici un problema è costituito dal clero, che di solito, basandosi su un diritto ecclesiastico di una Chiesa strutturata come un assolutismo, rivendicano una supremazia indiscutibile. Tale è anche l’organizzazione dei Consigli pastorali parrocchiali della Diocesi di Roma secondo il nuovo statuto dato loro da papa  Francesco l’8 settembre 2023.

  La democrazia è stata pazientemente insegnata al clero e ai religiosi da chi la praticava in società, innanzi tutto dai movimenti cattolico-democratici, cercando di convincere senza rompere la sinodalità. Bisogna, credo, continuare su quella via, cercando di praticare sempre più ampiamente il metodo democratico nelle comunità ecclesiali, in modo da porre le basi per una riflessione teologica su quella esperienza, che ora manca.

  Lo scopo principale della teologia cristiana di tutti i tempi è stato quella di legittimare poteri ecclesiastici. egemoni o rivendicanti egemonia. La teologia cattolica è attualmente controllata dalla gerarchia ecclesiastica ed è il principale oggetto della formazione catechetica della gente che va in chiesa. Essa insegna prima di tutto l'obbedienza, nonostante l'evidente blando anarchismo del magistero evangelico, che fu la ragione politica del supplizio con cui si cercò di escludere il Maestro e poi del contrasto con i suoi seguaci. Questo rende più difficoltoso affrontare il tema della riforma della partecipazione nelle comunità ecclesiali, che oggi è consentita solo in forme insoddisfacenti e per di più umilianti.

  Inutile, per questo, perdere tempo ragionando di teologia e della Chiesa in generale. La teologia, in particolare, sacralizza dove si dovrebbe evolvere. Meglio partire dalla pratica nei piccoli gruppi ecclesiali nelle realtà di prossimità cercando di introdurvi consuetudini democratiche e, in primo luogo, più libertà democratiche, poi cercando di ordinarle in modo che possano deliberare ed evolvere mantenendosi coese, senza esplodere e senza affidarsi al principio della soggezione  assoluta all’autorità ecclesiastica, per cui essa debba avere sempre l’ultima parola su tutto, secondo l'idea che un prete vale più di tutte le altre persone insieme ed esse senza di lui non sono Chiesa mentre non sarebbe vero l'inverso (una concezione che si cercò di superare durante il Concilio Vaticano 2°, con scarso successo finora).

  A dirlo sembra facile, ma realizzarlo, anche in piccoli gruppi, non lo è, proprio perché essi sono piccoli e tutte le dinamiche di potere che si manifestano nelle società più grandi, però lì attenuate da mito, rito e diritto, vengono alla luce con più forza e rapidità a causa delle relazioni personali molto intense perché molto ravvicinate. Chi ha esperienza di queste cose lo sa bene.

  Si tenga conto, però,  che la funzione della predicazione è realmente essenziale nella vita ecclesiale ed essa deve essere affidata, come ministero ecclesiale,  a persone ben formate e di animo saldo. È ragionevole quindi che lo scrutinio di chi vi si candida sia strutturato su basi sacrali, quindi invocando l’assistenza soprannaturale. Essa non è democratizzabile, nel senso che il predicatore deve avere la forza anche di predicare contro la volontà dei più. In questo senso vale come contropotere verso gli abusi di potere delle masse. Qui è in questione l’apostolicità, principio ecclesiale fondamentale, e se ne deve tener conto nell’organizzare esperienze democratiche ecclesiali di piccolo gruppo. Tutte le volte che è in questione il ministero della predicazione, il principio dovrà essere quindi quello del “non senza di noi, non solo da noi”, nello spirito della sinodalità. La predicazione ministeriale, quella affidata come ministeronon dovrà dunque  mai essere prevaricata, umiliata, impedita, esclusa o arbitrariamente surrogata  in una comunità ecclesiale, finché mantenga il carattere suo proprio.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli