domenica 21 luglio 2024

Introduzione alla democrazia dell’Unione Europea 12. Il contesto civile

 

Introduzione alla democrazia dell’Unione Europea

 12.

Il contesto civile

 

  E’ molto importante nella formazione democratica saper distinguere tra natura  e cultura.

  Definiamo natura tutto ciò che non è cultura.

  Cultura sono le narrazioni socialmente condivise su ciò che percepiamo in noi e intorno a noi.

  Abbiamo un accesso limitato alla natura per insuperabili limiti conoscitivi dei nostri organismi: ne percepiamo ciò che ci appare che quindi possiamo definire fenomeno. Con degli artefatti tecnologici possiamo saperne di più. Le neuroscienze, che studiano anche il nostro cervello, ci avvertono che il fenomeno (nota 1) è un costruzione della nostra mente, e che quest’ultima è una produzione del nostro organismo, in particolare del sistema nervoso nelle sue relazioni con le altre parti del corpo, e, in particolare è frutto di processi organici.

 La nostra mente cerca di individuare nella realtà fenomenica dei processi causali, secondo i quali un fenomeno deriva da altri che lo precedono. Tuttavia altre scienze ci avvertono che le dinamiche della natura superano le nostre capacità cognitive e non possono essere concepite in modo affidabile secondo processi causali.

  Anche la cultura  è una nostra costruzione mentale, che si crea nell’interazione sociale. Le religioni, il diritto e le relative mitologie ne fanno parte. Ci serviamo della cultura per ovviare ai nostri limiti cognitivi di organismi. Anche nei processi di elaborazione culturale costruiamo delle relazioni causali che tuttavia possono  fare riferimento  o non a fenomeni naturale e che convincono  in quanto inserite in narrazioni.

 Nelle nostre menti e nelle relazioni sociali da esse consentite e mediate, fenomeni naturali e narrazioni culturali interagiscono influenzandosi reciprocamente, ma, in fin dei conti, per il governo delle società ciò che conta è la cultura.

  Questo ci semplifica le cose e ci consente di creare società molto complesse, capaci di prospettive a lungo termine.

  Un esempio di ciò che ho descritto lo abbiamo nelle narrazioni bibliche delle origini della natura, spiegate come Creazione (nel libro della Genesi, capitolo 1 e versetti da 1 a 4° del capitolo 2 – Gen 1 – 2, 1-4a).

  Il problema di distinguere natura  e cultura  è complicato perché tutto è mediato dalla  nostra mente, frutto dei nostri organismi, che hanno insuperabili limiti cognitivi. 

 Il criterio per individuarli tenendoli separati è, per i più, empirico, basato sulla resistenza che la natura ci oppone, a differenza della cultura, che è alla mercé della nostra immaginazione. Ad esempio possiamo una narrazione di una persona che appare prodigiosamente senza passare dalla porta può convincerci sotto il profilo della cultura religiosa (vedi nel Vangelo secondo Giovanni, capitolo 20, versetti da 19 a 29 – Gv 20,19-29), ma poi quando cerchiamo di passare attraverso un muro senza abbatterlo esso ci resiste e ci sbattiamo contro.  

  Ora, in base alla resistenza che ci oppone la natura, per come ci appare e possiamo sperimentare, la violenza degli esseri umani non potrà mai  rimossa, come tendenza istintiva e innata, che può essere contenuta ma che ciclicamente può esplodere. Questo deriva dalla nostra natura di organismi viventi e dalla nostra storia evolutiva, che riguarda anche le nostre dinamiche sociali. Nessuna persona, nemmeno le più nobili, appaiono esenti da questa tendenza, perché sono organismi (v. ad esempio   Mt 21,12-13; Mc 11,15-18; Lc 19,45-46; Gv 2,13-16, la cacciata di mercanti e cambiavalute, anche se i teologi biblico cercano di ricondurre l’episodio ad una sorta di rito, per non attribuirlo a sentimento incontenibile di ira). La mente degli organismi è influenzata dalle emozioni, quindi anche da processi reattivi che inducono alla violenza, e, comunque, ci si convincere che, in una certa situazione, la violenza convenga. Da ciò anche l’elevatissimo livello di violenza espresso storicamente dai cristianesimi fino ad epoca molto recente.

  Questo problema è stato ed è affrontato socialmente costituendo istituzioni che esercitano una violenza pubblica, vale a dire finalizzato al mantenimento di un certo assetto sociale rispetto al potere prevalente, quindi  giudici  e polizie. Fin dalle prime esperienze storiche di cui abbiano notizia, da quando con l’invenzione delle scrittura si cominciò a tramandare narrazioni di cronache della vita sociale, circa cinquemila anni fa, troviamo queste istituzioni.

  Di solito ci si trova immersi in questo contesto, nascendo in un certo ambiente sociale organizzato da tempo.

  E’ stato molto raro nell’era contemporanea costituire da zero un sistema politico, ma quando ciò è avvenuto, ad esempio nell’istituzione dello Stato di Israele tra il 1947 e il 1948, si crearono anche istituzioni del genere. L’Italia, nel passaggio tra Regno e Repubblica, nel 1946, mantenne quelle che erano state in precedenza istituite.

 E, tuttavia, senza una larga adesione della popolazione ad un sistema di norme organizzato nell’interesse di tutti, vale a dire pubblico, la violenza pubblica non basterebbe a sedare la violenza privata.

  Nella (ormai di fatto dissolta) Repubblica di Haiti, nei Caraibi, e nella Repubblica Democratica Somala abbiamo esempi di ciò che accade quando quell’adesione viene a mancare e quindi nella popolazione ci si arma e si inizia a cercare di prevalere con la forza privata.

  Definiamo contesto civile l’ambiente sociale che si mantiene generalmente pacifico, in adesione a norme sociali ampiamente condivise e con l’esercizio di una violenza pubblica minima o moderata. Altrimenti si passa ad un contesto di sommossa civile  o di vera e propria guerra civile.

  In un contesto civile la gente trova convenienza a rimanere pacifica.

  In una bella predicazione svolta domenica 14 luglio 2024 nella trasmissione radiofonica Culto evangelico (in onda alle 6:35 e alle 9:05 su Radio Rai 1) il pastore valdese Luca Baratto, commentando  questo brano biblico, tratto dal 1° Libro dei Re, versetto 45 (traduzione in italiano della Bibbia Nuova Riveduta -  2006):

Gli abitanti di Giuda e Israele, da Dan fino a Beer Sceba, vissero al sicuro, ognuno all’ombra della sua vite e del suo fico, tutto il tempo che regnò Salomone.

ha detto:

Ogni tanto, quando il discorso lo permette, mi capita di porre questa domanda a chi mi ascolta: quali sono i frutti della pace? Lo faccio perché la risposta è un po’ buffa. C’è chi pensa che siano la concordia, l’accoglienza, la comprensione reciproca. Invece no! La risposta giusta è quest’altro: i frutti della pace  sono … il fico e l’uva!

  «Tutto il tempo del regno di Salomone gli abitanti di Giuda e di Israele vissero al sicuro, ognuno all’ombra della sua vite  e del suo fico.  Così viene descritto un lungo periodo di pace sperimentato dagli israeliti sotto Salomone. Ed è un’espressione che  ricorre più di una volt nell’Antico Testamento, nel profeta Michea, per esempio, che la prende tale e quale da 1Re, ma anche nel profeta Zaccaria (3,10) che descrive la gioia futura di Gerusalemme, città ricostruita per la pace, in questo modo «vi inviterete gli uni gli altri sotto la vite e il fico». Come «contro prova», ecco come il profeta Geremia dipinge la scorreria dell’esercito babilonese:  come un fuoco verrà e «divorerà i tuoi raccolti e il tuo pane, divorerà i tuoi figli e le tue figlie … divorerà le tue vigne e i tuoi fichi» (Geremia 5, 17).

  Il fico e l’uva sono i veri frutti della pace! E’ starsene sdraiati ad oziare sotto le fronte del fico e delle vite – sebbene sia un’immagine quasi banale o addirittura disimpegnata – è la migliore descrizione della pace! Intanto perché, se puoi assopirti sotto un albero,  allora significa che non devi stare all’erta, non ci sono pericoli o nemici.

  La principale prospettiva che ha attirato e attira popolazioni verso l’Unione Europea non è tanto il benessere diffuso, che purtroppo per i nuovi arrivati viene conquistato a prezzo di duri sacrifici e dopo un tempo più o meno lungo, ma proprio questa prospettiva di sicurezza per cui ci si può godere ciò che si riesce ad avere, anche il poco che si riesce ad avere, liberi dalla violenza di strada e anche dalla violenza pubblica, che come vediamo in alcuni sistemi politici del mondo, può fare paura tanto e anche più della prima. Nella maggior parte del  mondo è una situazione che non è stata ancora raggiunta.

  Questa situazione di pace non è solo un’immaginazione culturale: la si può constatare come fenomeno. In questo senso fa parte della natura. Ma è anche una conquista culturale, per la verità molto recente.

  Si dice che sono in ripresa i nazionalismi  europei, sotto specie di sovranismi, espressi da movimenti che immaginano che le loro popolazioni siano danneggiate dal processo comunitario europeo (per la verità contro l’evidenza dei dati economici  e finanziari, perché sono proprio le popolazioni meno ricche ad averne beneficiato maggiormente), ma, anche in questo contesto, non ci si odia più tra (presunte) nazioni. Addirittura i sovranismi nazionali formano nel Parlamento Europeo un gruppo parlamentare con altri sovranismi, a dimostrazione che, in fondo, si ritiene che l’interesse nazionale possa essere meglio promosso unendosi a movimenti di analoga impostazione ma di altre nazioni.  Un paradosso, certo, ma un felice paradosso.

  E a questo che mi sono riferito quando ne ho parlato come di una conquista culturale.

  Che centra questo con la democrazia?

Abbiamo visto che la democrazia è un sistema politico di limiti ad ogni potere pubblico o privato ed è in quest’ordine di idee che la gente ha accettato di rinunciare alla violenza per sostenere le proprie ragioni o per rapinare i beni e le persone altrui. Una situazione sociale ampiamente condivisa e basata sulla rinuncia alla violenza è democratica. La gente vi trova la propria convenienza e decide di perseverarvi. Questa decisione collettiva è democratica anche se non si basa su una votazione formale. Ed è democrazia diretta, perché ogni persona decide ed attua, senza delegare.

 Per decidere se un sistema politico è democratico o non e il suo livello di democraticità bisogna indagare su come appare il suo contesto civile, a prescindere dai suoi miti religiosi o politici.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

 

Note:

1)    La parola "fenomeno" deriva dal termine greco "φαινόμενον" (phainómenon), che è il participio medio-passivo del verbo "φαίνεσθαι" (phainesthai), che significa "apparire" o "manifestarsi". Il verbo "φαίνεσθαι" è a sua volta derivato da "φαίνειν" (phaínein), che significa "mostrare" o "far apparire".

Quindi, etimologicamente, "fenomeno" indica qualcosa che appare o si manifesta, qualcosa che può essere osservato o percepito. Nel contesto filosofico, il termine è stato usato per riferirsi a qualsiasi evento o oggetto che si manifesta ai sensi o alla mente.

In italiano, il termine "fenomeno" è stato adottato con questo significato generale di "evento osservabile", ma può anche assumere connotazioni specifiche a seconda del contesto in cui è utilizzato, come nella scienza, nella filosofia o nel linguaggio comune.

(risultato da interrogazione del sistema di IA Chatgpt  di OpenAI)