venerdì 5 luglio 2024

Introduzione alla democrazia dell'Unione europea - 3

  Introduzione alla democrazia dell'Unione Europea - 3

 

  L'altro ieri, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, parlando a Trieste nel primo giorno della 50^ Settimana sociale dei cattolici in Italia sul tema "Al cuore della democrazia", ha trattato del valore del "limite" nella politica democratica, inteso sia come confine che le norme pongono all'esercizio di un potere pubblico, quindi dall'esterno, sia come l'orientamento etico che chi esercita un potere pubblico si dà nella consapevolezza che la società non è, e non deve essere, un oggetto solo nelle sue mani.

  Questo aspetto è centrale nella democrazia come oggi la si vive nell'Unione Europea.

  I teorici e i legislatori del passato rimasero invece legati alla democrazia come governo del popolo, specialmente quando, dall'Ottocento, il mito del popolo fu integrato in quello della nazione. Su questi miti, nelle stesse epoche, furono poi costruiti  il mito dello Stato con una sua mistica. Ci si doveva sottomettere a questa entità mitologica del popolo-nazione perché manifestazione di una sorta di entità soprannaturale.

  Ciò che viene descritto nei miti è una trasfigurazione della realtà: è la realtà compresa secondo il senso che nella vita sociale le si vuole assegnare. Nel mito, ad esempio, le cose e gli animali parlano e accadono altre cose che nessuno ha mai visto. È tuttavia tutto questo serve per dare ordine alla società e finora non si è trovato il modo di farne a meno.

  Tuttavia è importante saper distinguere ciò che è mito dalla realtà.

  Fin dall'antichità il popolo è mitologicamente assimilato ad un organismo vivente, per rendere l'idea che ogni persona che ne fa parte è necessaria e che le divisioni gli fanno male. Nella teologia cristiana questa concezione fu sviluppata da Agostino d'Ippona: sul suo pensiero si è costruita l'idea di ordine sociale negli ordinamenti politici cristianizzati.  E tuttavia una popolazione, composta da una moltitudine di individui che sviluppano le relazioni più varie fra di loro e che, a causa di limiti fisiologici della nostra mente come anche dei nostri sensi, non ci possiamo figurare realisticamente, per cui ricorriamo appunto al mito del popolo, non è un organismo e le relazioni che la caratterizzano variano costantemente, anche per il mutare delle persone che la compongono. Si riesce a collaborare, anche in forme molto sofisticate, costruendo istituzioni e un diritto ai quali le persone possano fare riferimento per orientarsi. Le istituzioni sono espressioni di un potere pubblico; le norme, prima di essere fissate  in atti formali nascono dalla vita sociale ma su di esse incidono le istituzioni. Chi decide che fare nelle cose nelle quali occorre una uniformità superiore a quella ottenibile con accordi tra persone e piccoli gruppi? È qui che sorge l'esigenza e l'utilità delle istituzioni. Poiché esse esercitano poteri pubblici, si legittimano di fatto con la violenza politica, perché in certe cose pretendono obbedienza anche dai dissenzienti. Storicamente questo portò progressivamente  in Europa all'affermarsi di dinastie sovrane, che esercitavano il potere pubblico sovrano per via dinastica. È sovrano il potere che non ne riconosce altri sopra di sé. Nelle dinastie sovrane sacralizzate secondo i cristianesimi, i sovrani erano vicari della divinità. Dal Settecento questa organizzazione dei poteri pubblici fu posta in questione su base democratica.

 In generale, dall'osservazione delle dinamiche di potere sociale emerge che ogni centro di potere tende ad estendere la propria influenza sociale, con ogni mezzo, fino a che trovi una resistenza valida. È una legge universale del potere sociale alla quale storicamente non si riscontrano eccezioni. Questo indipendentemente dalla fama di virtù pubblica attribuita a chi esercita un certo potere pubblico. Questo comporta, in mancanza di valida resistenza, quindi di un limite oggettivo, il concentrarsi del potere pubblico supremo in una cerchia ristretta. È accaduto nelle dinastie sovrane, come anche nell'ordinamento delle Chiese, ed anche nei regimi del cosiddetto "socialismo reale". Ed è un corollario di quella legge che la cerchia di potere che accentra tenda sempre ad abusare del proprio potere, intendendo abuso come una violazione degli stessi principi che s'è data. 

  In questo contesto l'avvicendamento dei regimi politici, inevitabile dato il continuo mutare delle società umane, si ha solo per via di congiure o di rivoluzioni. Nel primo caso il nuovo potere emerge nella stessa cerchia dominante, nel secondo da una guerra civile organizzata da un contropotere esterno.

  La democrazia consente l'avvicendamento di centri di potere mediante procedure formali, senza quei risvolti drammatici. Questo presuppone l'istituzione di un sistema di limiti legali all'esercizio dei poteri pubblici, nel quadro di quelle procedure, per impedire l’eccessivo accentramento e rendere possibile un trapasso pacifico. Quindi l'abbattimento della loro pretesa di sovranità. Nella mitologia democratica si legittima questo sistema di limiti come espressione di sovranità del popolo (storicamente modellata su quella rivendicata dalle dinastie sovrane di un tempo), mitologica come la nozione di popolo, perché la reale  sovranità non è mai stata finora nelle possibilità umane. Ma l'affermazione di processi democratici richiede anche, nelle popolazioni, quindi nelle persone e nei gruppi realmente viventi, una capacità di resistenza diffusa all'arbitrio di potere: su questo contropotere diffuso si innesta il consenso ai processi democratici anche da parte di chi prevale in un certo momento, il quale mette conto che il proprio è sempre un potere limitato e lo accetta.  È su questa base che dall'Ottocento in Europa si svilupparono i processi politici di "concessione" di statuti democratici da parte delle dinastie sovrane, che da quel momento non lo furono più. Molto più antico l'analogo processo sviluppatosi in Inghilterra, che però non portò mai a una costituzione formale.

  Bisogna precisare che i processi democratici storicamente si manifestarono con espressioni di violenza politica anche molto intensa e non è mai accaduto che siano stati mantenuti senza di essa. Le democrazie integrate nell'Unione Europea l'hanno finora contenuta al massimo grado e ne hanno fatto un principio organizzativo fondamentale. L'Unione europea ha infatti integrato nella propria ideologia democratica anche il valore della pace, e questo per l'azione fondamentale dei movimenti cristiani democratici. 

  Ma come è possibile, senza usare violenza mantenere nei limiti legali poteri pubblici che, per la loro legge per così dire naturale, tendono ad abusare? Questo richiede un'evoluzione culturale delle popolazioni che le porti ad essere capaci di resistenza anche all'esercizio della violenza politica, rifiutando di parteciparvi. È ciò che, appunto, si è prodotto nell'attuale Unione Europea.

   In Italia, come altrove in Europa, il Governo è stato legittimato,  mediante procedure formali, solo da una minoranza della popolazione (anche se da una maggioranza parlamentare). Ma è consapevole che una larga maggioranza della popolazione non sarebbe disponibile a seguirlo in eventuali abusi di potere, in particolare nella violenza politica per sorreggerlo, e vi resisterebbe. Questo è il limite che sorregge tutto il sistema di limiti su cui si fonda l'ordinamento democratico nella nostra Europa. Ed è un limite culturale, non un limite legale, ma è molto potente. In Italia c'è stata una crescita della gente sotto questo aspetto rispetto, ad esempio, agli scorsi anni '70, nei quali la propensione alla violenza politica fu molto più forte.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.