domenica 9 giugno 2024

Se vuoi la pace, prepara la pace

 

Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum

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La frase latina **"Si vis pacem, para bellum"**, che significa "se vuoi la pace, prepara la guerra", è attribuita a **Publio Flavio Vegezio Renato**. Questa locuzione è contenuta nel prologo del libro III dell'opera **"Epitoma Rei Militaris"** o **"Epitome sull’arte della guerra"**, composta alla fine del IV secolo¹². La frase completa da cui è derivata è: "Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum", che letteralmente si traduce in "Dunque, chi aspira alla pace, prepari la guerra"¹.

Conversazione con Copilot (il sistema di intelligenza artificiale di Bing, il motore di ricerca di Microsoft Edge)08/06/2024

(1) Si vis pacem, para bellum - Wikipedia. https://it.wikipedia.org/wiki/Si_vis_pacem,_para_bellum.

(2) "Si vis pacem para bellum" - LATINORUM. https://www.latinorum.it/blog/si-vis-pacem-para-bellum.

(3) Se vuoi la pace, preparati alla guerra: significato e storia del detto .... https://bing.com/search?q=autore+latino+%22si+vis+pacem+para+bellum%22+opera.

(4) Se vuoi la pace, preparati alla guerra: significato e storia del detto .... https://iccivitella.it/se-vuoi-la-pace-preparati-alla-guerra/.

(5) Si vis pacem para bellum: traduzione e significato - SoloLibri.net. https://www.sololibri.net/si-vis-pacem-para-bellum-traduzione-significato.html.

(6) it.wikipedia.org. https://it.wikipedia.org/wiki/Si_vis_pacem,_para_bellum.

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   Di fronte al problema della guerra e delle vie della pace (più o meno il titolo di un illuminante testo sulla materia di Norberto Bobbio, pubblicato da Il Mulino nel 2009, purtroppo non disponibile in formato ebook o Kindle) torna in mente l’antico detto “se vuoi la pace, prepara la guerra”, anche se l’esperienza storica dimostra l’esatto contrario. In particolare quella del processo di unificazione continentale europea dal quale, dal 2009, è emersa l’Unione Europea come la stiamo vivendo.

  Va detto che le popolazioni in esso coinvolte e i rispettivi sistemi politici  non si erano mai dimostrati, prima degli scorsi anni ’50, particolarmente pacifici, tutt’altro.

  Anzi, le due guerre dette mondiali del secolo scorso, che gli storici cominciano a considerare come un unico processo bellico in due fasi, furono in realtà guerre europee,  originate nell’Europa occidentale e veicolate da un micidiale sistema di alleanze con cui ci si impegnava alla guerra. Lo stesso che, nel quadro dell’alleanza del Trattato del Nord Atlantico, ci trascinò nella ventennale guerra per il controllo dell’Afghanistan e ci sta ora trascinando in guerra contro la Federazione Russa.

   La storia dimostra chiaramente che il metodo più efficace di ottenere la pace è di premere per la pace contro il proprio governo.

  È così che l’Impero russo, sulla via della trasformazione in un regime comunista totalitario basato su una struttura a soviet (=assemblea di lavoratori proletari), fu sganciato dalla Prima guerra mondiale e, va ricordato, l’Ucraina ebbe la sua indipendenza.

  È per quella via che il governo federale statunitense fu piegato a sganciarsi dalla guerra nell’Indocina, che interessò Vietnam, Laos e Cambogia.

  La dura sconfitta militare degli Imperi centrali nella Prima guerra mondiale finita nel 1918 non impedì che vent’anni dopo scatenassero una nuova guerra, dopo esservisi pervicacemente preparati, mentre totalmente diversa fu l’evoluzione del Secondo dopoguerra, dal 1945, quando in tutta l’Europa occidentale si rimase affascinati dal modello di vita sociale che si era sviluppato negli Stati Uniti d’America e che venne veicolato alle popolazioni europee non cadute nel dominio dei sovietici fondamentalmente dal cinema e dal consumismo.

   Tempo fa il Papa ha ripetuto un’osservazione che pare ovvia e che è confermata dalla storia: la pace viene quando i governi impegnati in una guerra ordinano il cessate il fuoco e, passando per un armistizio, concludono un trattato di pace. Un potente incentivo per arrivare a questo viene dalla pressione di una popolazione contro il proprio governo, posto che premere contro un governo nemico non è possibile perché, in quanto nemico, non è sensibile ai moti dell’altra parte, e, al più, cercherà di approfittarne.

  La pressione più forte è il rifiuto di obbedire a ordini di mobilitazione, fenomeno che si produsse massivamente negli Stati Uniti a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta e, sempre massivamente, si è manifestato in Ucraina e Federazione Russa dopo lo scoppio della guerra, nel 2022.

  Nel ’68 Joan Baez tenne uno storico concerto a Milano, nel quale cantò la canzone per David: David era il marito il quale, a quel tempo, era detenuto per aver rifiutato la chiamata militare per la guerra in Indocina.

  Rapporti economici intensi creano una dipendenza  reciproca che rende meno conveniente la guerra. La circolazione libera di persone e idee ha lo stesso effetto. Era questa la situazione che c’era tra Unione Europea e Federazione Russa fino all’inizio degli anni ‘20, poi gli Stati Uniti e il governo britannico che aveva ottenuto la Brexit dal 2020 cominciarono a premere per interrompere quelle relazioni molto strette. I prodromi delle guerre sono segnalati dalla rottura forzata della cooperazione economica e dalla progressiva impermeabilità delle frontiere.

  Le cosiddette sanzioni   contro la Federazione russa e gli analoghi provvedimenti presi da quest’ultima contro chi la sanzionava stanno producendo questo effetto.

  Poco dopo l’inizio della guerra venne sabotato il gasdotto Nord stream, installato sotto il mar Baltico, che doveva portare il gas russo all’Europa occidentale, e, come ho letto ieri,  l’anno prossimo l’Ucraina non rinnoverà l’adesione all’accordo che consente di collegare Europa occidentale e Russia mediante un gasdotto che corre sul suo territorio (il cui flusso si è ridotto a circa un quinto di quello di prima della guerra).

  Il regime russo e quello ucraino sono assai simili quanto a limitazioni della libertà di pensiero e di parola. Governati in modo autoritario da presidenze che accentrano i maggiori poteri  e, in particolare, quello sulla guerra,  rimangono tuttavia  fortemente pluralistici a causa della loro storia. La guerra però impedisce a questo pluralismo di manifestarsi in moti di protesta contro il coinvolgimento nel conflitto, che sono duramente repressi. Il dissenso si è però manifestato in modo eclatante con la fuga degli uomini soggetti alla mobilitazione bellica oltre che di moltissime donne con figli piccoli.

  Se non fosse scoppiata la guerra e si fosse deciso per la resistenza nonviolenta, le proteste popolari di russi e ucraini si sarebbero potuti saldare, visti i fortissimi legami culturali che indubitabilmente esistono tra quelle popolazioni; ora invece è molto diverso e occorreranno generazioni per stringerli nuovamente, il che, in prospettiva, certamente accadrà perché si tratta di genti con culture e lingue molto vicine.

  Si considera la resistenza nonviolenta come un metodo irrealistico, al contrario di come lo spiegò l’indiano Ghandi. il quale  la praticò con successo e teorizzò  contro l’efferato e razzista impero britannico com’era tra le due guerre mondiali.

  Ma la pressione popolare nonviolenta sui propri governi, in regimi democratici in cui il pluralismo delle popolazione può pienamente esprimersi e dispiegarsi,  è stata, anche nello sviluppo dell’Unione Europea, il fattore determinante per il mantenimento della pace. Questo moto fu favorito dalla grande circolazione di persone consentita dal regime di mercato comune e dalle intensissime relazioni economiche e commerciali consentite dalla costituzione di un mercato comune, con abbandono dei vecchi protezionismi nazionalistici.

 La storia insegna, insomma, che se si vuole la pace, occorre preparare la pace.

  E, infatti, in particolare, i trattati per la riduzione degli armamenti nucleari strategici conclusi tra statunitensi mie sovietici catalizzarono, dalla fine degli  scorsi anni Ottanta,  la risoluzione pacifica della uscita dei cosiddetti paesi satelliti (dell’Urss) dalla egemonia prima sovietica e poi russa, Ai nostri giorni sta accadendo il contrario.

Mario Ardigò – Azione Cattolica e MEIC – Movimento ecclesiale di impegno culturale