martedì 26 marzo 2024

Martedì Santo

 

Martedì Santo

 

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[Dalla voce Settimana Santa dell’Enciclopedia italiana Treccani on line

https://www.treccani.it/enciclopedia/settimana-santa_(Enciclopedia-Italiana)/# di Nicola Turchi]

 

Martedì santo. - Anche questa giornata era in origine, come s'è detto, aliturgica. Istituita la stazione a Santa Prisca sull'Aventino, il popolo vi si recava processionalmente muovendo dall'antica diaconia di Santa Maria in Portico (in porticu Gallae) situata proprio sul luogo della chiesa di Santa Galla, demolita nel 1935. La messa svolge altri motivi del solito tema. In luogo del Vangelo, che narrava la lavanda dei piedi agli Apostoli (Giov., XIII, 1-15), si legge ora la Passione secondo Marco.

 

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  Conobbi mia moglie in FUCI, l’organizzazione degli universitari cattolici. All’epoca abitava nel rione San Saba, sull’Aventino minore. Andavamo a passeggiare sull’altro colle, l’Aventino maggiore, dove si trovano la chiesa di Santa Prisca, e diverse altre chiese di importanza storica, come anche il Giardino degli Aranci.

 

 Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori nel servizio di Gesù Cristo. Essi hanno rischiato la loro vita per salvare la mia. Non io soltanto, ma anche tutte le comunità dei credenti non ebrei devono essere loro grati. Salutate anche la comunità che si raduna in casa loro.

[Dalla Lettera ai Romani  di Paolo di Tarso, capitolo 16, versetti da 3 a 5 – Rm 16, 3-5 – versione in italiano TILC Traduzione interconfessionale in lingua corrente]

 

 Si ritiene attendibile che la casa di Prisca e Aquila di cui si parla nel brano della Lettera ai Romani  che ho sopra trascritto fosse lì dove ora sorge la chiesa di Santa Prisca. Si era negli anni 50 del Primo secolo, a circa vent’anni dalla morte del Maestro. Cristiani a quell’epoca, cristiani noi, circa 1930 anni dopo, appena un battito di ciglia nell’evoluzione naturale del nostro mondo, cose e organismi, ma un periodo non indifferente nella storia delle culture umane che conosciamo, la storia  per antonomasia, vale a dire la storia  a cui ci riferiamo quando parliamo di storia, che si fa iniziare circa 5.000 anni fa.

  La  mia fede negli scorsi anni ’80 si legò indissolubilmente all’amore per mia moglie, come pure, successivamente a quello per le mie figlie, dalle quali imparai che significa la paternità, un’idea molto importante nella nostra esperienza religiosa.

  Quando, a proposito della nostra religione, si parla di credere o di non credere come discrimine tra chi vive la fede e chi non, si fa riferimento, per il credere,  ad una sensazione mentale di sicura convinzione infarcita di emotività che una persona potrebbe raggiungere da sé, applicandosi o per virtù soprannaturale.  Nella mia esperienza si tratta di tutt’altro. Non mi pare che, in genere,  le persone credenti  “credano” in quel senso. E, se riescono a farlo, dura poco, è un credenza  che in fondo non è distinguibile dall’illusione. La persona religiosa non vede di più e più lontano di quella che non lo è. Fa solo un’esperienza umana più profonda.

 

Ora la nostra visione è confusa,

come in un antico specchio;

ma un giorno saremo a faccia a faccia

dinanzi a Dio.

[dalla Prima lettera ai Corinzi  di Paolo di Tarso, capitolo 13, versetto 12 – 1 Cor 13, 12  – versione in italiano TILC Traduzione interconfessionale in lingua corrente]

 

  La nostra fede è un modo di vivere. E’ questo che coinvolge. La cultura, anche la teologia e tutto il resto, vengono dopo.

  In religione si insegna che non possiamo conoscere  se non ciò che ci è stato rivelato. La rivelazione cristiana corre lungo il secoli della nostra storia, un complesso di vicende sociali e comunitarie di straordinaria varietà. Non si incontrano le parole se non dopo aver incontrato le persone e quella storia. Da qui l’importanza che si dà alle tradizioni e anche alla Tradizione, che è l’essenziale di quel modo di vivere.

  Le storie degli ultimi giorni del Maestro ci fanno confrontare con una realtà della nostra esistenza che di solito mettiamo in secondo piano, l’inevitabilità della fine di tutto ciò che è umano. La Tradizione ci guida; il rito ci conforta. Ma per ogni persona è un’esperienza diversa. Ci si fa coraggio a vicenda.

  Anche per coloro che si erano messi alla sequela del Maestro fu tremendo vederlo morire come tutti muoiono.

 I riti della Settimana Santa non nascondono nulla. Anche che la speranza fu una difficile conquista, come lo è ancor oggi. Perché tutto la smentisce. Ci si viene guidati, non si basta a se stessi. Guidare in questo è l’essenziale del ministero del pastore, che non è solo dei preti: tutte le persone di fede vi collaborano, a partire dai genitori verso i figli.  Così la Settimana Santa non è, per chi vive religiosamente, solo rito e tradizioni culturali, diciamo il folklore locale, ma ha un’importante componente dialogica, che si intreccia con la preghiera.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli