mercoledì 3 gennaio 2024

Modelli formativi

 

Modelli formativi

 

 Fino agli scorsi anni Sessanta la formazione religiosa di base della gente consisteva nella memorizzazione di un sistema semplificato di definizioni (il catechismo a domande  e risposte), nell’acculturazione alle liturgie della Messa e del sacramento della Penitenza  e nell’interiorizzazione dell’obbedienza all’autorità pubblica, in particolare a quella religiosa, e di una serie di divieti nelle materie della sessualità e della procreazione.

 Con il Documento di base “Il rinnovamento della catechesi” , diffuso il 2 febbraio 1970 dalla Presidenza della Conferenza episcopale italiana

https://www.qumran2.net/materiale/anteprima.php?id=20151&anchor=documento_37&ritorna=%2Findice.php%3Fid%3D58&width=1920&height=911

l’impostazione della catechesi fu profondamente modificata, centrandola sulle idee di comunione – comunità – comunicazione. La comunicazione  doveva avvenire all’interno di comunità  rese coese dalla comunione. Questa nuova strategia, non basata più (solo) sull’obbedienza all’autorità religiosa come fonte della disciplina personale ma soprattutto sulla forza della vita comunitaria come esempio di vita e veicolo di comunicazione, venne progressivamente interpretata nel senso che ciò che non si riusciva più ad ottenere dall’esterno per la pressione sociale  di un ambiente di  cristianità diffusa  si doveva cercare di produrre per la pressione comunitaria  all’interno di comunità religiose molto più intensamente partecipate e consapevoli. Tuttavia sorsero problemi molto seri nella costruzione di questi nuovi tipi di comunità, fondamentalmente per la scarsa fiducia che si aveva in ciò che oggi definiamo sinodalità e che comporta la tolleranza di una certa misura di libertà nei giudizi e nelle prassi, per cui furono preferiti come fattori di coesione elementi culturali tradizionali, indicati come culture popolari o neo-teologie fondate sull’idea della comunità come organismo  sociale, in cui il compito  fondamentale di ogni persona era il rimanere al posto che gli era stato assegnato e di fare ciò che le veniva detto. Queste vie, praticate ampiamente nella nostra parrocchia molto  a lungo, fondamentalmente dal 1983 al 2015, l’epoca in cui sostanzialmente fu affidata a un movimento di impostazione fondamentalista, si rilevarono, a conti fatti, un clamoroso insuccesso. Il principale problema è che contrastavano con le prassi sociali e politiche, più liberali, alle quali la gente in Italia si era acculturata nell’ambiente della nuova democrazia repubblicana succeduta al regime fascista mussoliniano. Il disagio fu profondo ad ogni età della vita, dall’adolescenza fino alle soglie dell’età anziana, e divenne sempre più marcato tra i giovani e le donne. Tuttavia si insistette pervicacemente su quella strada, addirittura con il tentativo di tornare al primitivo catechismo basato sulle definizioni, con il Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica promulgato nel 2005 dal papa Benedetto 15°, grande fautore di quella via. Da questo processo derivò l’attuale Chiesa italiana, praticata in prevalenza da anziani, che funziona ancora da agenzia di formazione etica per i più piccoli, i quali però  giunti all’età dell’adolescenza si allontanano e che, per il resto, è impegnata prevalentemente a inscenare suggestive liturgie per celebrare i passaggi di fase della vita, nascita, matrimonio, morte e del calendario. Naturalmente la forza sociale dei cattolici italiani fu ridotta ai minimi termini, mentre rimane ancora di rilievo quella della gerarchia ecclesiastica, la quale trova ancora amplissimi spazi sul mezzi di comunicazione di massa favorita dal fenomeno del cosiddetto  ateismo devoto, delle persone che, agnostiche quanto alla fede religiosa, sono tuttavia affascinate dallo spettacolo liturgico del potere ecclesiastico (analogamente a ciò che si realizza intorno alla corte reale britannica) e anche dal paranormale che fluttua intorno agli eventi religiosi.  

  La sinodalità vorrebbe porre rimedio a questa difficile situazione, ma incontro la difficoltà dei paurosi vuoti formativi tra la gente, che in passato si è cercato di tenere riunita e devota praticando un ingenuo papismo e con la politica dei grandi eventi di massa, con risultati discutibili dovuti alla superficialità dei legami sociali che in quel modo si sono creati. Mancano poi le persone in grado di espandere l’evangelizzazione, mediante relazioni di qualità e forza alte,  nelle fasce d’età che si sono più allontanate.

  Naturalmente il credente si sente impegnato a non gettare la spugna, ma deve acquisire consapevolezza che c’è veramente molto da fare e che, quindi, occorrono determinazione e costanza, evitando la tentazione di ricorrere alle scorciatoie del passato. E deve essere consapevole che l’allontanamento massivo delle fasce d’età tra i venti e i quarant’anni rende difficilissimo, al limite dell’impossibile, evangelizzare in quelle fasce d’età, perché le persone più giovani o più anziane non sono in grado di crearvi relazioni sociali di qualità e forza sufficienti.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli