martedì 28 novembre 2023

Popolo, popoli, populismo, pacificazione

 

Popolo, popoli, populismo, pacificazione

 

  Dalla Costituzione Luce per le genti – Lumen gentium, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965)

 L'unico popolo di Dio è universale

13. Tutti gli uomini sono chiamati a formare il popolo di Dio. Perciò questo popolo, pur restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l'intenzione della volontà di Dio, il quale in principio creò la natura umana una e volle infine radunare insieme i suoi figli dispersi (cfr. Gv 11,52). A questo scopo Dio mandò il Figlio suo, al quale conferì il dominio di tutte le cose (cfr. Eb 1,2), perché fosse maestro, re e sacerdote di tutti, capo del nuovo e universale popolo dei figli di Dio. Per questo infine Dio mandò lo Spirito del Figlio suo, Signore e vivificatore, il quale per tutta la Chiesa e per tutti e singoli i credenti è principio di associazione e di unità, nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (cfr. At 2,42).

  In tutte quindi le nazioni della terra è radicato un solo popolo di Dio, poiché di mezzo a tutte le stirpi egli prende i cittadini del suo regno non terreno ma celeste. E infatti tutti i fedeli sparsi per il mondo sono in comunione con gli altri nello Spirito Santo, e così « chi sta in Roma sa che gli Indi sono sue membra ». Siccome dunque il regno di Cristo non è di questo mondo (cfr. Gv 18,36), la Chiesa, cioè il popolo di Dio, introducendo questo regno nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutte le ricchezze, le risorse e le forme di vita dei popoli in ciò che esse hanno di buono e accogliendole le purifica, le consolida ed eleva. Essa si ricorda infatti di dover far opera di raccolta con quel Re, al quale sono state date in eredità le genti (cfr. Sal 2,8), e nella cui città queste portano i loro doni e offerte (cfr. Sal 71 (72),10; Is 60,4-7). Questo carattere di universalità, che adorna e distingue il popolo di Dio è dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta l'umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo capo, nell'unità dello Spirito di lui.

  In virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, in modo che il tutto e le singole parti si accrescono per uno scambio mutuo universale e per uno sforzo comune verso la pienezza nell'unità. Ne consegue che il popolo di Dio non solo si raccoglie da diversi popoli, ma nel suo stesso interno si compone di funzioni diverse. Poiché fra i suoi membri c'è diversità sia per ufficio, essendo alcuni impegnati nel sacro ministero per il bene dei loro fratelli, sia per la condizione e modo di vita, dato che molti nello stato religioso, tendendo alla santità per una via più stretta, sono un esempio stimolante per i loro fratelli. Così pure esistono legittimamente in seno alla comunione della Chiesa, le Chiese particolari, con proprie tradizioni, rimanendo però integro il primato della cattedra di Pietro, la quale presiede alla comunione universale di carità, tutela le varietà legittime e insieme veglia affinché ciò che è particolare, non solo non pregiudichi l'unità, ma piuttosto la serva. E infine ne derivano, tra le diverse parti della Chiesa, vincoli di intima comunione circa i tesori spirituali, gli operai apostolici e le risorse materiali. I membri del popolo di Dio sono chiamati infatti a condividere i beni e anche alle singole Chiese si applicano le parole dell'Apostolo: « Da bravi amministratori della multiforme grazia di Dio, ognuno di voi metta a servizio degli altri il dono che ha ricevuto» (1 Pt 4,10).

  Tutti gli uomini sono quindi chiamati a questa cattolica unità del popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace universale; a questa unità in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia infine tutti gli uomini senza eccezione, che la grazia di Dio chiama alla salvezza.

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  Per la prima volta nella storia dell’umanità, pensiamo a una pacificazione di tutte le popolazioni della Terra come a un obiettivo politico concreto, non come una fantasia proiettata in un lontanissimo futuro. Ce lo figuriamo come politico nel senso che riteniamo di poterci lavorare su con le nostre mani, tessendo relazioni sociali e costruendo istituzioni adeguate allo scopo. Ne va della sopravvivenza del genere umano, che ormai ha raggiunto gli otto miliardi di persone. Questa nuova nostra condizione, mai vissuta prima da quando gli umani sono emersi dal resto della biologia animale, richiede un’integrazione globale tra le società, le economie, le culture e, quindi, il progressivo superamento delle frontiere e dei sistemi politici che le hanno tracciate, trincerandosi dietro di esse. Quindi anche dell’idea di popolo.

  Anche la nostra Chiesa è stata coinvolta in questo grandioso processo. Ha cercato di adattare la sua teologia, ma il risultato non è ancora soddisfacente, perché è costruita ancora sull’idea e sul mito del popolo.

  Il ragionamento che si segue è quello sintetizzato nel numero 13, inserito nel capitolo 2° sul Popolo di Dio, della Costituzione dogmatica sulla Chiesa Luce per le genti – Lumen gentium, deliberata durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965).

  Il problema è che la costruzione del popolo santo come descritta negli scritti biblici si fa per estrazione: da questo processo esitano il nuovo popolo, che esce dal vecchio, e poi quest’ultimo. La gente del popolo nuovo è scelta  in mezzo al vecchio, che non viene soppresso, anche se è destinato alla rovina. Noi però avremmo bisogno di costruire il popolo nuovo per trasformazione  integrale di ciò che c’era prima, non per estrazione,  senza che residui nulla di vecchio. Se cerchiamo di lavorare utilizzando l’idea di popolo, troviamo delle serie difficoltà sulla via della pacificazione, poiché, come abbiamo visto, l’idea di popolo è strettamente connessa con quella di potere politico, perché ogni potere si costruisce il suo  popolo che estrae da una popolazione umana. Voler organizzare un popolo universale, destinato a riunire tutte le genti della Terra, significa anche pensare a un unico potere mondiale. Questo obiettivo, però, non solo si manifesta irrealizzabile, sulla base di ciò che s’è tentato finora, ma sarebbe anche molto pericoloso, perché un potere di quel genere finirebbe fatalmente per farsi dispotico: infatti, quanta più gente si tenta di assoggettare a un potere, tanta più violenza politica occorre. Questa è una legge per così dire naturale dell’evoluzione delle società umane.

  Negli scorsi anni Sessanta si costruì la teologia del Popolo di Dio per cercare di riformare quella che era diventata un’autocrazia assolutistica, in un’evoluzione che aveva seguito la legge che dicevo. Ma popolo  e potere  sono strettamente legati e non può essere definito un popolo senza far riferimento al potere che lo ha creato. E infatti quella via si è rivelata sostanzialmente inefficace allo scopo che ci si era prefissi e si constata amaramente che tutto è rimasto più o meno come primo. Lo ha detto lo stesso Papa in diverse occasioni, lamentandosene.

 Leggiamo nella Luce per le genti – Lumen gentium:

 Tutti gli uomini sono quindi chiamati a questa cattolica unità del popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace universale; a questa unità in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia infine tutti gli uomini senza eccezione, che la grazia di Dio chiama alla salvezza.

 Questa asserzione, che è teologia ma ha anche un contenuto politico, si è rivelata molto problematica in concreto. La difficoltà è  che non tutti gli uomini  accettano di essere coinvolti in quel tipo di unificazione, ma non per questo li possiamo considerare cattivi o ribelli.

  Unità  e unificazione  non comportano necessariamente pacificazione, vale a dire ciò che ci serve. La pacificazione  comincia a manifestarsi quando le relazioni sociali migliorano e questo accade quando la gente trova più conveniente non ricorrere alla violenza. I tentativi di assimilazione la provocano. Negli ultimi anni si è cominciato a capire anche nella nostra Chiesa che per pacificare è necessario accettare un certo pluralismo sociale. Ma in questo modo  quell’unità di tipo organico della gente in un unico  popolo non si manifesta. Il populismo teologico si è rivelato non essere la via giusta. Non perché non scaturisca da un’affascinante costruzione razionale su base scritturistica, ma semplicemente perché l’esperienza ha chiaramente dimostrato che non funziona. E’ una teologia che è invecchiata presto, perché l’umanità alla quale si pretendeva di applicarla è cambiata molto velocemente.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli