martedì 10 ottobre 2023

Votare in religione

 

Votare in religione

 

   È in corso a Roma – Città del Vaticano,  la Prima sessione dell’Assemblea generale del Sinodo dei Vescovi & C. (ci saranno anche un certo numero di preti, religiosi e religiose e circa 15 persone libere). Si discute su come organizzare la sinodalità nella vita ecclesiale. Si dà per acquisito, per lunga tradizione, che si deve vivere l’appartenenza ecclesiale in modo sinodale e che, tuttavia, questo in genere ora non accade. Sinodalità significa un modo più partecipato di decidere e di fare collettivamente. Oggi tutto è deciso da vescovi, preti e, in misura meno estesa anche da religiosi e religiose. Tutta l’altra gente è lasciata ai margini o ridotta a folla di comparse liturgiche. La  sinodalità viene praticata in alcune associazioni e movimenti e allora la si può chiamare per quella che è, vale a dire democrazia. Il Magistero cattolico è ancora profondamente sospettoso verso i valori e il  metodo democratici e assolutamente contrario a praticarli nelle realtà ecclesiali. Quindi in questi ultimi ambiti la si chiama sinodalità, a significare che è qualcosa di diverso e che, in particolare, occorre praticarla senza mai dividersi.

  Ma, già l’unanimità è piuttosto rara e non sempre  è un indice positivo, perché in genere le dittature inscenano spesso assemblee unanimi e plaudenti, ma poi si parte già profondamente divisi: in realtà nella nostra Chiesa convivono in precario equilibrio modi molto diversi di fare Chiesa, tanto diversi da sembrare espressione di Chiese diverse. Lo si vive anche in realtà di base come le parrocchie, ad esempio nei rapporti con i movimenti fondamentalisti, che di solito fanno vita loro e si vedono in giro solo in particolari occasioni, ad esempio quando vengono in visita i vescovi.

  Questo risale alle origini e, al più, si è potuto silenziare il pluralismo con misure di polizia ecclesiastica, nel processo, dispiegatosi per tutti il Secondo millennio, di costruzione di un’autocrazia ecclesiastica intorno al Papato romano, rendendolo un organismo molto diverso da ciò che c’era stato nel Millennio precedente. Il risultato è stato poi, appunto, un modo non sinodale di vivere la Chiesa. Da qui un certo impoverimento della religiosità, che, a forza di cercare di isolarla dal contesto sociale, è divenuta piuttosto inutile, e allora la gente si allontana.  Il processo non ha avuto le stesse caratteristiche nelle varie parti del mondo, e si è particolarmente accentuato in Europa occidentale, mentre è molto meno sensibile in Africa e Asia, e nelle Americhe ha avuto evoluzioni diverse nel Nord America e nell’America Latina. Questo si riflette anche sul modo di programmare la sinodalità, che dovrebbe tener conto di questa realtà antropologica. Ma nello Strumento dei Lavoro  proposto ai partecipanti all’Assemblea come base di discussione questo non c’è e non c’è nemmeno la storia, mentre mi pare intriso di inutile e stantia teologia, tesa, mi pare, a precostituire l’esito dei lavori.

  Lo sviluppo della sinodalità ecclesiale, dismesso dal 1985 per volontà del Papato di allora, oggi ci viene riproposto come lo si è vissuto, e probabilmente ancora lo si vive, in America Latina, ma così non si adatta bene all’ambiente sociale dell’Europa occidentale, sede di democrazie avanzate.

  L’Assemblea ha un suo regolamento che prevede che si voti e che lo si faccia in vari momenti,  praticamente in tutto il corso dei lavori, fino all’approvazione del documento finale, la Relazione di sintesi, che stabilirà come procedere nell’ultima fase del processo sinodale che riguarda il mondo, che si concluderà tra un anno di questi tempi, con la seconda sessione dell’Assemblea generale.

  E’ il regolamento di questa sessione dell’Assemblea generale, elaborato dal Segretario generale del Sinodo dei vescovi, a prevedere che si voti e, all’art.19, che ciascun membro esprima il proprio parere e il proprio voto secondo coscienza tenendo sempre presente il bene della Chiesa. I lavori,  come accade sempre nelle assemblee deliberative, si articolano in commissioni tematiche, che vengono chiamate Circoli minori, e in adunanze generali chiamate Congregazioni generali. Le decisioni saranno discusse e preparate nei Circoli minori, dove ci si può realmente relazionare,  però il dibattito non sarà libero, ma intralciato da Esperti facilitatori con il compito di costringere i partecipanti, in gran parte anziani gerarchi, a praticare il metodo della  conversazione spirituale, che appunto impedisce un vero dialogo, come abbiamo potuto sperimentare in parrocchia quando l’abbiamo praticato. Infatti la durata degli interventi durante le Congregazioni generali sarà di solo tre minuti per ciascuno è dunque lì principalmente si voterà. Durante i  Circoli  minori non è sia previsto molto più tempo.

  I Circoli minori elaboreranno dei testi, in Resoconti approvati a maggioranza assoluta dei loro membri,  che però potranno essere  rimaneggiati con grande libertà dal Segretario generale, da Segretari speciali e dagli Esperti teologici, classificandoli e valutandoli, decidendo quali accogliere, quali non accogliere e quali fondere tra loro. In questa fase, con metodo veramente poco sinodale, verrà preparata una bozza di Relazione di sintesi e, in tal modo, si orienteranno le decisioni finali. Successivamente la bozza della Relazione di sintesi tornerà all’esame del Circoli minori. Questi ultimi potranno approvare proposte di emendamenti chiamati modi collettivi.

  Lo scopo dei lavori di questa Prima sessione dell’Assemblea generale del Sinodo dei vescovi è di approvare una Relazione di sintesi che definisca il programma dei lavori fino alla Seconda sessione dell’Assemblea, tra un anno. Verrà approvata prima, a maggioranza assoluta dei membri, dalla  Commissione per la Relazione di sintesi, e poi, a maggioranza assoluta dei membri e a scrutinio segreto, dall’Assemblea, in una Congregazione generale.

  Poiché gli spazi di dibattito sono molto limitati nelle occasioni ufficiali, Circoli minori e Congregazioni generali, innanzi perché tutto rigidamente contingentati nei tempi, e poi soprattutto perché nei Circoli minori  si avranno sempre, in mezzo a interferire, i cosiddetti Esperti facilitatori, penso che, come del resto accadde durante le sessioni del Concilio Vaticano 2°, e, come narrano le cronaca, anche in tutti i Concili precedenti, fin dall’antichità, ci si confronterà in altre sedi, informali. Il flusso dei lavori in un’assemblea è come un corso d’acqua: dove  trova la via sbarrata, si crea altre vie.

  Il voto di solito fa paura alle minoranze che governano e certamente la nostra Chiesa è dominata da una piccolissima minoranza fatta di vescovi, preti, religiosi e religiose. Diciamo tutto ciò che è integrato nell’idea di gerarchia, impersonata a vari livelli da persone legate da particolari vincoli di ubbidienza, anche in relazione alla loro condizione di vita. Dall’altra parte c’è tutta l’altra gente, libera, ma della quale, proprio perché libera, e perché maggioranza, si diffida. La sinodalità vorrebbe coinvolgerla in una più attiva partecipazione, che vada oltre le semplici mansioni esecutive di decisioni altrui. Ma le resistenze sono molto forti, in particolare perché si tratta di persone che non possono essere tacitate come quelle che non lo sono,  sono integrate nella gerarchia e che dipendono dal beneplacito dei superiori sia per il loro sostentamento che per la loro dignità sociale. E allora, mi pare, con il metodo della conversazione spirituale si vorrebbe costringerle al silenzio e all’accettazione di ciò che si è deciso dall’alto, proprio come oggi avviene. Dove sarebbe, allora, il cambiamento?

  In realtà il vero dibattito e il voto possono fare emergere degli orientamenti diversi, che altrimenti rimarrebbero attivi nel sommerso come un magma, ma non dividono perché si parte dal principio che si rimane comunque uniti, nel senso di solidali. E’ l’ABC della democrazia. Si accetta di fare come la  maggioranza decide, perché sarebbe assurdo fare come vuole una minoranza, ma le decisioni della maggioranza hanno dei limiti precisi, a tutela delle minoranze, perché la vera democrazia deve impedire anche dittature delle maggioranza. Per questo non si decide a maggioranza su tutto. Sui principi di base ci deve essere l’unanimità, ad esempio, negli ordinamenti politici, sull’uguaglianza in dignità tra le persone e sui diritti umani fondamentali, tra i quali la libertà religiosa, ma poi ci sono sfere, come quelle dell’intimità della persona e altri aspetti relazionali sui quali non si decide in quel modo, ma nella coscienza di ciascuna persona. Sinodalità significa anche introdurre questi limiti al potere collettivo, che adesso non ci sono, perché si pretende di legiferare addirittura sulle coscienze.

   Essere sinodali rafforza, perché ciascuno si impegna ad essere responsabile di ciò che si è deciso in modo partecipato, mentre la non sinodalità rende ipocriti, perché si fa mostra di ubbidire e poi si fa come pare meglio, ed è appunto la situazione attuale.

 Le  minoranze che governano nella nostra Chiesa pretendono di saper individuare la via giusta per ausilio soprannaturale e che questa sia la via indicata dal Maestro. Non sono e non voglio essere un teologo e lascio ai teologi di argomentare su questo. Dall’analisi storica risulta tutt’altro: raro che, valutando con il senno del poi, la gerarchia ne abbia imbroccata una giusta, e anche sulle questioni fondamentali, sulle quali si riscontra un’evoluzione nel tempo. Ad esempio, a metà Ottocento, si demonizzò la libertà di coscienza e un secolo dopo la si dichiarò addirittura essenziale.

  Recentemente alcuni cardinali reazionari hanno chiesto al Papa se è possibile che il supremo Magistero muti sue definizioni teologiche del passato, le cosiddette verità,  e certamente, all’analisi storica, questo è avvenuto. La consapevolezza storica spinge verso la riforma, ed è forse per questo che nella formazione religiosa non c’è. Per cui, quando ci raccontano che nell’antichità si fu sinodali e ora non lo si è più, alla gente non è chiaro perché ciò sia avvenuto, ed è avvenuto fondamentalmente per questioni di potere ecclesiastico, prendendo di volta in volta come riferimento i costumi dei potenti della società in cui si era immersi. La spiegazione più che alle fantasie della teologia deve essere chiesta alla sociologia e all’antropologia. E certamente, ad esempio, i Papi del Novecento  per nostra buona sorte interpretano il papato in modi completamene diversi dai loro tremendi predecessori del Quattrocento e del Cinquecento.

  Dunque, nella sinodalità che volessimo provare a esercitare in parrocchia, non dovremmo sentirci in colpa nel votare per decidere la linea comune, sempre che lo si faccia senza poi voler impedire alle minoranze di rimanere tali e di vivere la loro vita liberamente in ciò che non è stato deciso con la votazione. Non bisogna demonizzare il dissenso, secondo i tremendi costumi che storicamente le gerarchie ecclesiastiche espressero, e ancora esprimono. E’ molto importante il rispetto delle procedure, e, come si è visto, ce n’è una molto particolareggiata anche per i lavori dell’Assemblea che è in corso. La trovate qui

ttps://www.synod.va/content/dam/synod/assembly/0410/XVI-AGO-2023---REGOLAMENTO-ITA.pdf

  Il primo accordo unanime deve proprio essere sulla procedura. Senza di questo nessuna assemblea può funzionare, nemmeno, ad esempio, il nostro Consiglio Pastorale Parrocchiale, che da anni non si riunisce più, violando un obbligo stabilito dalla Diocesi. Non ci si è riuniti più perché, per ciò che mi è stato narrato, non si riusciva a raggiungere una accordo sui fondamentali, in particolare sulle procedure. Non si capiva più chi aveva diritto di partecipare e la discussione procedeva disordinatamente, perché non ci si sopportava. Infatti si era, e si è ancora, profondamente divisi, in particolare tra fondamentalisti e non e chi non è fondamentalista si sente demonizzato, mentre ai fondamentalisti pare di essere perseguitati. La convivenza è piuttosto precaria e si basa essenzialmente sul cercare di non incontrarsi. E, in questa condizioni, non basta certamente la mediazione del povero parroco, che dovrebbe convocare e presiedere quell’organismo. La sinodalità è una conquista culturale che richiede un serio e faticoso impegno personale e  collettivo.  Penso che si potrebbe imparare dall’Assemblea del Sinodo dei Vescovi che ha iniziato facendo scrivere un regolamento dal Segretario generale del Sinodo. Dalla Diocesi potrebbero darci una mano? Non credo proprio, perché, anche lì come dappertutto, si è agli esordi, dopo il triste inverno ecclesiale che si visse dagli anni ’80.

  Concludo osservando che nell’Assemblea sinodale in corso a Roma ci sono troppe poche persone libere e troppe espressione della gerarchia perché possa uscirne una parola decisiva. Vedremo. Nel lavoro assembleare ci possono essere delle soprese, come accadde al tempo del Concilio Vaticano 2°. E’ invece proprio nelle realtà di base, secondo l’intuizione di papa Francesco, che le novità potrebbero radicarsi.  

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.