martedì 27 giugno 2023

Cambiare la società per cambiare la Chiesa

 

Cambiare la società per cambiare la Chiesa

 


   La storia del tentativo fallito di riforma ecclesiale innescato dal Concilio Vaticano 2° dimostra che la nostra Chiesa non è riformabile dall’interno e con le sue procedure normative perché, in particolare negli ultimi due secoli, si è data per norma teologica l’assolutismo. Quest’ultimo contrasta nettamente con quanto vissuto almeno fino al Sedicesimo secolo, ma in particolare con quello che ci fu nel Primo millennio.

  La storia ecclesiale dimostra però anche che la nostra Chiesa è cambiata seguendo i cambiamenti delle società nelle quali era immersa. Ad esempio, quando dall’Ottocento in Europa si organizzarono con forti strutture giuridiche accentrate gli stati nazionali, anch’essa si diede forma di stato. In quell’epoca, che fu anche quella delle grandi codificazioni, si diede un proprio codice. L’idea quindi che sia stata, nei due millenni dei cristianesimi, sempre più o meno la stessa è solo un fantasia propagandistica. Che sia stata voluta fin dalle origini com’è ora non può essere dimostrato in modo convincente, perché nei secoli passati fu molto diversa da com’è ora.

  La via più semplice per cambiare la nostra Chiesa è quindi quella di cambiarle la società intorno  prendendo come riferimento i principi evangelici.

  Tutti noi partecipiamo alla società, in modo più o meno intenso, e, partecipandovi, contribuiamo anche a cambiarla.  Almeno nelle cose più importanti, lo facciamo dopo averci riflettuto sopra e tenendo conto del contesto sociale. In questo non abbiamo necessità di specialisti che, maneggiando una sofisticata concettuologia, ci dicano come dobbiamo vivere. La teologia ci è inutile e può essere anche gravemente fuorviante, perché inquinata pesantemente dalla sacralizzazione in senso assolutistico della gerarchia ecclesiastica.

  Se ci concentriamo sullo sforzo per lenire le sofferenze sociali penso che abbiamo un buon orientamento in senso evangelico. Non si tratta di un lavoro accessorio, per cui prima vengano le fantasie e sacralizzazioni escogitate dalla teologia e poi quello. Ed è ciò che ci eleva sopra la spietata natura da cui proveniamo, quindi, in questo senso, lo possiamo considerare soprannaturale.

  Detto questo, poi viene il difficile. Perché cambiare la società richiede di affrontare il conflitto sociale e di farlo collettivamente, quindi trovando intese, riflettendoci realisticamente sopra e  con spirito evangelico, non ad esempio come sta avvenendo nella guerra in Ucraina tra potenze sedicenti cristiane. In quella stupida e inutile strage la figura migliore mi pare la stia facendo la Francia, che, essendosi data uno statuto di rigida desacralizzazione, non mette di mezzo la nostra religione.

  Il conflitto in Ucraina dimostra l’impotenza delle Chiese cristiane così come sono, e anche delle loro corrispondenti teologie: sono impotenti perché sono parte di società che non sono riuscite a liberarsi della ferocia bellica per risolvere le loro controversie. Ma così va in molti altri campi.

 Cambiare lo stato di cose che ci ha portato a quella guerra è cosa di portata che può essere rivoluzionaria. Si parla di rivoluzione quando mutano molto velocemente i principi di riferimento per l’organizzazione di una società. E’ cosa che hanno sperimentato nei secoli passati tutte le popolazioni che sono state soggette alle colonizzazioni europee, ognuna delle quali portò a rivoluzionare il sistema sociale locale esistente. Si trattò in questi casi di rivoluzioni esogene. In Europa ne abbiamo sperimentate anche di endogene: una di queste fu il passaggio dell’Italia alla Repubblica democratica, un processo che si è sviluppato tra l’aprile del 1945 e il gennaio 1948. Ma, data la complessità del mondo di oggi, non è consigliabile seguire la via rivoluzionaria e, del resto, non è quella che fu insegnata e praticata dal Maestro: essa parte invece dall’interiorità e da relazioni di prossimità. Richiede decisione e insieme compassione, la sapienza del tessitore non la violenza del distruttore, la pazienza dell’agricoltore, gentilezza e sollecitudine verso  chi è più debole. Tutti elementi che fin dalle origini sono riusciti difficili ai cristianesimi (come a tutti del resto), ma che comunque ci si è ciclicamente sforzati di provare a impersonare. Per questo nella storia ecclesiale non c’è solo la sconvolgente violenza che, da sola, potrebbe bastare a far decidere di tenersi lontano dalla religione.

 Nella formazione religiosa dei più abbondano riti e fantasie mitologiche. Non c'è da stupirsi, poi, che si sia attratti da esperienze visionarie, che del resto sono state ampiamente sfruttate politicamente per ottenere adesione ai comandi gerarchici. E’ una formazione molto povera. Per molti rimane l’unica della loro vita.  Ma il clero non ne organizzerà una diversa, perché in genere non sa come fare  e poi, anche quando ci si prova, si trova la strada sbarrata dall’assolutismo gerarchico. E’ esemplare il caso di Lorenzo Milani. Quindi, se si vuole qualcosa di più, non resta che fare autoformazione, sfruttando le libertà civili del contesto democratico in cui viviamo.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli