domenica 14 maggio 2023

Pluralismo

 

Pluralismo

 

   Il pluralismo sociale è quando la gente non la pensa tutta nella stessa maniera. Se ci riflettete bene potrete facilmente concludere che, sulla base della vostra stessa esperienza, non esistono società che non siano pluralistiche. Questo perché sono fatte di individui pensanti.

  Il pensiero è un insieme di sensazioni prodotte dalla nostra mente, che è una manifestazione della nostra fisiologia, del sistema neurologico integrato da tutti gli altri sistemi corporei. Quindi non pensiamo solo con il cervello, però senza di esso non c’è evidenza di pensiero. Il corpo e la mente sono quindi strettamente connessi: è questo che ci costituisce come individui.

  L’evoluzione biologica ci ha reso viventi sociali: l’essere umano è infatti un vivente che  costituisce e governa società. Questo principio fu enunciato agli albori della civiltà occidentale dal filosofo greco Aristotele, vissuto nel 4° secolo dell’era antica. La società è una forma di collaborazione coordinata e non è solo degli umani, che tuttavia, grazie allo sviluppo della loro mente, che non ha eguali in altri viventi nel nostro mondo, sono capaci di costruirne di molto complesse ed estese, superando i loro limiti cognitivi che li confinerebbero in gruppi di una trentina di individui.

  Maggiore è la collaborazione sociale, più potente diventa una società. Tuttavia ottenere maggiori livelli di collaborazione sociale richiede di comprimere le possibilità di autodeterminazione dei gruppi minori e degli individui. Viene quindi in questione la libertà personale e di quei gruppi.

  Nella nostra confessione si ha in genere molta difficoltà ad affrontare il tema della libertà: ciò è dovuto alla marcata involuzione assolutistica della nostra Chiesa, che storicamente risale alla metà dell’Ottocento. Si pensa alla Chiesa, intesa come organismo politico, applicandole la metafora del corpo fisiologico, nel quale ogni parte è integrata nell’organismo, secondo la funzione che svolge, e rimane sempre al posto che la natura le ha assegnato. Questa immagine, pensata originariamente per rendere l’idea della realtà soprannaturale del nostro legame sociale con l’Altissimo, non è adatta a definire, e tanto meno ad organizzare, la dimensione politica della società, vale a dire l’aspetto delle sue procedure di governo. Infatti la Chiesa, come ogni altra società, è, e non può non essere, pluralistica, perché formata di individui pensanti. Renderla assolutistica, come si è tentato a lungo, significa umiliare ciò che di più prezioso e caratteristico vi è nell’essere umano: il pensiero.

  Fin dall’antichità si è cercato di potenziare la collaborazione sottomettendosi a gerarchi. Tuttavia questo alle origini non c’era: è uno sviluppo che comincia a manifestarsi verso la fine Primo secolo della nostra era e che ha cominciato ad assumere una forma più vicina a quella attuale della nostra Chiesa solo dal Quarto secolo. La deriva assolutistica fu poi promossa dal movimento monacale nel secondo Millennio e, a fasi alterne, finì per consolidarsi tra il Settecento e Ottocento, quando si pensò alla nostra Chiesa come ad uno stato, con al vertice un vicario infallibile dell’Onnipotente.

  In realtà la nostra Chiesa, come tutte le altre Chiese cristiane, è sempre rimasta una società pluralistica. Tuttavia, l’insofferenza politica verso il pluralismo vi ha provocato molta sofferenza.

  Dagli anni Sessanta del secolo scorso si cominciò a mettere in questione l’assolutismo ecclesiastico e l’attuale movimento sinodale dei cattolici è una manifestazione di questo processo, dopo l’inverno ecclesiale che si è vissuto tra gli anni Novanta del secolo scorso e il primo decennio dell’attuale secolo. Purtroppo la primavera non è mai tornata. La nostra Chiesa era stata troppo depauperata. Lo vediamo: è fatta in prevalenza di anziani, molto legati al passato, da loro rivissuto nel ricordo mitizzandolo. E i più giovani, quando non considerano la Chiesa un po’ come una ASL dello spirito, in genere hanno perso dimestichezza con la socialità pluralistica e formano gruppi chiusi. In genere mi pare che si pensi che, aderendo alla Chiesa, occorra rinunciare alla propria libertà di pensiero, vale a dire di aver parte attiva in ciò che si fa. Che, insomma, significhi sottomettersi a un qualche gerarca, ecclesiastico o non.

  L’idea di libertà viene di solito diffamata nella predicazione come la pretesa di fare tutto ciò che si vuole. Ma nessuna persona fa tutto ciò che vuole, perché, poiché siamo viventi sociali, vogliamo solo ciò che nel gruppo in cui siamo integrati si vuole. E’ un po’ come nella moda, per l’abbigliamento. Nessuno si veste come vuole. Ci vestiamo come la moda, vale a dire la società che interloquisce sull’abbigliamento, vuole che si sia vestiti. E tuttavia è vero che, con le nostre preferenze, in un arco di opzioni definito dalla moda, in qualche modo influiamo su ciò che la società pensa nella moda. Questa è la nostra libertà.

  Succede anche nella nostra partecipazione alla Chiesa. Il nostro modo di essere religiosi incide sulla religiosità generale. Solo che l’assolutismo ecclesiastico non vorrebbe riconoscere questa libertà, che quindi viene praticata ma che non si può enunciare, pena l’emarginazione o addirittura l’esclusione.

  Storicamente la repressione ecclesiastica è stata particolarmente feroce ed estesa. Tuttora la nostra Chiesa è afflitta da organismi e procedure di polizia ideologica sentite ormai come obsolete ma che, a causa dell’assolutismo istituzionale organizzato nel passato secolo e mezzo, non si riesca a cambiare.

  Il pluralismo più indigesto all’assolutismo ecclesiastico è quello colto. Quello di lega più basso, ad esempio quello fondato su prodigi, miracoli e visioni, è maggiormente tollerato perché si è dimostrato più facilmente integrabile, in particolare nei  miti e santuari miracolanti.

  La nostra Azione Cattolica mi pare l’organismo ecclesiale che più di ogni altro in Italia ha mostrato di saper vivere positivamente il pluralismo, come esperienza di libertà, nel senso che ho precisato. In questo il suo maggior valore.

  E, tuttavia, bisogna riconoscere che nel nostro quartiere, dopo gli anni della maggiore espansione, dagli anni Sessanta alla metà degli anni ’80, e dopo la successiva fase in cui fu piuttosto osteggiata, non è riuscita ancora a far breccia nella gente. Come in altri ambienti ecclesiali, si è persa una tradizione, con la continuità generazionale. L’Azione Cattolica parrocchiale ha una sua vulnerabilità: è ancora troppo legata al dispotismo del parroco, che è una forma di prossimità dell’assolutismo. Cambia il parroco e tutto cambia. Decide tutto il parroco. Le persone laiche da noi mi pare che contino ancora poco o nulla. Quindi, durante gli anni in cui ci fu un parroco che non credeva nell’Azione Cattolica come via di formazione delle persone laiche, ne risentimmo. E comunque si è resistito, ma, appunto, si è persa la continuità generazionale, ed è difficile ricostituirla.

  Riflettere sul pluralismo sociale mi pare che sia un buon punto di partenza per cercare di riorganizzarci, attraendo persone nuove. Pensate, veramente, che la libertà, la vera libertà, non quella di rinunciare alla libertà proposta talvolta nella predicazione e nella preghiera, vale a dire la libertà di poter avere realmente parte attiva in ciò che si fa e si decide in Chiesa, sia incompatibile con le virtù religiose?

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli