domenica 9 aprile 2023

Pasqua 2023

 

Pasqua 2023


   Da ieri sera siamo entrati nel Tempo liturgico di Pasqua. Durerà cinquanta giorni, fino alla solennità di Pentecoste.

   Alla Pasqua cristiana sono stati attribuiti molti significati, gran parte dei quali sfuggono nelle semplificazioni catechistiche della prima formazione religiosa, che per molte persone rimane l’unica della vita.

  Le prime comunità cristiane, provenienti dal giudaismo qual era intorno alla metà del Primo secolo, diedero molta importanza alla continuità con i miti del giudaismo. Videro nelle Scritture sacre che oggi nella Bibbia cristiana definiamo Antico Testamento, il preannunzio degli eventi evangelici. Questa linea non venne mai meno nelle teologie cristiane successive, fino a noi, ma assunsero molta importanza anche idee tratte dalle culture non originarie del giudaismo in cui le comunità cristiane erano immerse, prima fra tutte quella ellenistica delle genti che ragionavano e parlavano nel greco antico.

  Il primo, drammatico, passaggio  [la parola Pasqua deriva dall’aramaico-giudaico pisḥā attraverso il greco antico πάσχα [si legge pàsca] e il latino pascha significa passar oltre, fu appunto dalla cultura del giudaismo ad una fortemente inculturata dall’ellenismo attraverso i centri culturali di Antiochia, nell’antica Siria, e Alessandra in Egitto] fu appunto dall’ordine di idee dei  giudeo-cristianesimi a quello dei  cristianesimi ellenistici.

  Il distacco fu traumatico e anche violento: di esso ci sono chiare tracce negli scritti raccolti nella parte della nostra Bibbia che chiamiamo Nuovo Testamento, originato da tradizioni raccolte negli ambienti cristiani dei giudeo-ellenisti (sono state infatti scritte in greco antico). Con le categorie culturali dell’ellenismo fu poi costruita, nel giro di circa tre secoli, la figura divinizzata del Cristo – Figlio, staccandosi dall’idea di Messia  - Cristo (la parola Cristo, derivata dal greco antico,   corrisponde ad un termine del greco antico che è la traduzione di quello ebraico da cui deriva la parola Messia, che significa unto, nel senso di inviato dal Signore come re e salvatore del popolo [da https://www.treccani.it/vocabolario/messia/ ]) dei giudei in cui il Messia  non aveva natura divina.

  Le parole del Maestro nella sua Ultima Cena:

 

 Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: "Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me". Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me". Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga. [Dalla 1 lettera di Paolo di Tarso alla comunità cristiana di Corinto, in Grecia, capitolo 11, versetti dal 23 al 26 – 1Cor 11, 23-26 - CEI 2008]

 

vennero interpretate teologicamente nel senso che egli si era rivelato come il nuovo agnello che avrebbe procurato la salvezza attraverso il suo sangue, quindi il sacrificio della sua vita, a chi avesse confidato in lui e nelle sue parole, come il sangue di un agnello aveva salvato gli israeliti dall’ira divina contro i primogeniti d’Egitto, quando il popolo eletto era stato  estratto dal dominio del Faraone, come narrato nel libro biblico dell’Esodo.

  Una prospettiva completamente diversa da quella del giudaismo e che non comprendeva nelle promesse divine il possesso della Palestina (che nel Medioevo i regni cristiani europei contesero sanguinosamente a quelli islamici). Una discontinuità fortissima.

  La frattura si consolidò verso la fine del Primo secolo, quando cominciarono a manifestarsi nelle antiche comunità cristiane una classe sacerdotale e l’episcopato monarchico.

  Le successive polemiche con il giudaismo furono molto accese e degenerarono anche in scontri violenti, per cui gli antichi cristiani apparvero non di rado agli occhi delle autorità romane  come dei facinorosi. Esse non cessarono praticamente mai  e ancor oggi, con molto  minore intensità, continuano a manifestarsi. Ebbero certamente un ruolo determinante nella costruzione culturale dell’antigiudaismo prima e poi dell’antisemitismo, che si ebbe quando l’ebraismo non venne perseguitato più solo come religione ma come etnia, popolo, fino agli sviluppi razzistici su basi di darwinismo sociale che travagliarono l’Europa per circa vent’anni dopo la Prima guerra mondiale.

  Solo con la riforma liturgica attuata dopo il Concilio Vaticano 2° ci liberammo dei residui di antigiudaismo che pervadevano certi riti in occasione della Pasqua.

  Non sempre mi pare si abbia chiara consapevolezza della differenza del significato tra la Pasqua celebrata nell’antico giudaismo  e quella sviluppatasi culturalmente in ambito cristiano, come anche del messianismo sviluppatosi in ambito giudaico rispetto alla cristologia della nostra fede. Ne deriva anche una qualche incertezza sul da farsi nelle società contemporanee.

  Mi colpisce in particolare questo aspetto: l’antico giudaismo viveva come una liberazione la narrazione dell’ingresso e dell’insediamento degli israeliti in Palestina per prenderne possesso, a  partire dal prodigioso guadare il Mar Rosso; per i cristiani invece la loro Pasqua fu sostanzialmente una liberazione da quella terra per aprirsi al mondo. La promessa non era più quella della terra, di una qualche terra, fosse Roma, Costantinopoli o altra,  ma dell’amicizia universale nell’agàpe, il comandamento principale: promessa ma anche compito, anzi missione:

 

Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: "A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo". [Dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 28, versetti da 16 a 20 – Mt 28, 16-20 – CEI 2008]

 

  Queste sono le ultime parole del Risorto narrate alla fine del Vangelo secondo Matteo.

  Fin da piccolo mi sono sempre stupito leggendo che “essi dubitarono”. Avevano davanti il Risorto! Insomma, la condizione del dubbio  mi pare connaturata alla nostra vita da cristiani. Forse perché la missione  è tanto vasta, quanto tutta la terra, e in fin dei conti il Risorto è con noi solo spiritualmente, non lo è come lo fu con i primi discepoli, quando con un gesto o  un detto risolveva ogni incertezza.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli