Tran-tran
L'anno liturgico è organizzato per rendere l'idea di un ciclico tran-tran, anche nella commemorazione degli eventi drammatici delle nostre narrazioni sacre. Così, per uno della mia età, è inevitabile la sensazione del già visto e del già sentito. Eppure i tempi che stiamo vivendo, anche nella nostra Chiesa mi appaiono veramente nuovi.
Da un lato la nostra Chiesa sembra che si vada dissolvendo, dall'altro se ne sta tentando una riforma molto incisiva, mai organizzata prima con queste caratteristiche, pur tra molte resistenze e nell'indifferenza dei più.
Quando ci si incontra in parrocchia spesso si è indecisi sul che fare e si cerca sempre un prete per essere guidati. Tuttavia uno dei principali problemi è proprio la carenza di preti, alla quale a Roma, ma anche in altre parti d'Italia, si è cercato di rimediare utilizzando la collaborazione di clero straniero, con risultati discutibili. In Italia i preti avevano avuto un ruolo importante nell'animazione sociale e politica perchè erano espressi dalla stessa popolazione in mezzo alla quale esercitavano la loro missione. Questo riesce meno bene a chi arriva da lontano, a qualsiasi livello lavori. Ci vuole molto tempo per integrarsi in una cultura diversa da quella nella quale ci si è formati, e ancora di più quando si vorrebbe esercitarvi un ruolo di comando. Questo a causa da nostri insuperabili limiti cognitivi e fisiologici.
Vivere la fede come un tran-tran, quindi come un meccanismo che procede con andamento regolare e prevedibile come in un tram che percorre un tragitto circolare su binari, per cui si sa sempre dove si è, dove sta andando, come è per quale percorso ci si andrà, non incoraggia quella partecipazione popolare consapevole e responsabile che è indispensabile per ciò che si vorrebbe produrre, appunto una Chiesa animata dal suo popolo non solo dai suoi pastori, quindi con un popolo non ridotto più, in società, alla condizione di gregge.
Proprio la partecipazione della gente è uno dei problemi del momento presente. Si è stati abituati o ad andare in chiesa come ad uno spettacolo, però con gli stessi titoli nel cartello ogni anno, o ad accettare di confinarsi in comunità dispotiche a prezzo della propria libertà, nella speranza di farvi un'esperienza religiosa potenziata.
E senza un prete o qualcuno che ne fa sostanzialmente le veci non si va avanti.
Così, spesso, per quello che ho potuto constatare, negli incontri sinodali che si fanno di questi tempi si fanno proposte di come si vorrebbe che i preti facessero, ad esempio portando esempi di come fanno in parrocchie, ma non si riesce a organizzare qualcosa da sè. Oppure si buttano proposte in grande senza porsi il problema di come fare a trovare chi ci lavori, a partire da sé stessi.
La nostra parrocchia ha vissuto per anni in un clima che non mi parve favorevole alla partecipazione della gente del quartiere. Come quando, per la mancanza di preti, se ne chiamano da molto lontano, pensando che valgano come quelli formatisi tra noi, così si è richiamata molta gente da fuori, convinti di poterla utilizzare per fare una comunità viva che avrebbe esercitato una forza di attrazione sulla popolazione del quartiere, ma non è andata così. Si è invece acuito il senso di estraneità verso la parrocchia.
Nell'autunno del 2015 quell'orientamento è cambiato, recependo il magistero di papa Francesco, così mi sono illuso che la gente tornasse tra noi, ma questo non è accaduto.
Purtroppo si va dove si avverte un senso di familiarità, quindi quando non si è persa una certa consuetudine con l'ambiente che c'è. E da noi questa condizione mancava. E poi si impegna il proprio tempo, una risorsa molto preziosa specialmente nelle età di mezzo, quando si pensa di ricavarne qualcosa di utile, innanzi tutto emotivamente, perché noi comprendiamo ciò che accade e che ci accade principalmente mediante le emozioni. È questo che ci distingue dai sistemi di trattamento di dati che chiamiamo intelligenze artificiali. Ma per molte persone non c’è più niente del genere in chiesa. E si è persa l’idea di come provare a organizzarne la produzione.
Che fare e come?
Direi che una buona idea sarebbe di uscire dall’andamento ciclico indotto dalla liturgia, per cui, ad esempio, nel grandioso brano evangelico delle tentazioni che abbiamo letto a messa domenica scorsa, siamo indotti a vedere solo la prospettiva intimistica del noi e l’avversario invece che quella di ciò che la Chiesa è stata mandata a fare nel mondo, del senso di questa missione, e questo perché è il tempo di Pentecoste.
Poi dovremmo cercare di saperne di più su ciò che ci circonda, sul senso della storia che stiamo vivendo, sulle prospettive che quindi ci si aprono. Bisogna farlo cercando di parlarne insieme, perché da soli non si produce ciò che ci serve. Dovendo riunirci, dobbiamo farlo per classi omogenee di età, perché altrimenti le emozioni non si attivano.
Vi pare poco? Vi pare qualcosa che già stiamo facendo nel nostro gruppo di Ac?
Non è assolutamente poco e, sì, lo stiamo già facendo nel nostro gruppo. Si tratta di coinvolgere anche le altre persone.
Mario Ardigó - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli