martedì 21 febbraio 2023

Popolo e popoli -9

 

Popolo e popoli -9

 

  L’idea di consultazione popolare che è al centro del moto di riforma ecclesiale avviato circa un anno e mezzo fa da Papa Francesco presuppone che vi sia un centro decisionale che consulta distinto  da chi è consultato, e che poi le decisioni valide per tutti, ovunque e fino a nuovo ordine  vengano prese solo dal primo. Si consulta perché si pensa che collettivamente chi è consultato abbia la prodigiosa capacità di intuire la verità, vale a dire le condizioni alle quali subordinare l’appartenenza al popolo che conta per la nostra fede, quello che il Cielo si è scelto o che ha radunato (le due azioni non sono esattamente la stessa cosa). I dottori, infatti, vale a dire quelli che sanno argomentare ordinatamente, la pensano nel modo più disparato e non riescono a mettersi d’accordo. E non sembra esserci altro modo di dirimere le loro controversie che affidare le decisioni a un centro sovraordinato, che nelle nostre Chiese è stato storicamente strutturato nei modi più vari. Tuttavia, nel mutare inevitabile delle società, quei centri decisionali vanno incontro a crisi di legittimazione, per cui i loro deliberati hanno sempre meno presa sociale: dagli scorsi anni Cinquanta, ci troviamo appunto in un’epoca con queste caratteristiche.

  La principale obiezione al metodo della consultazione è questa: perché mai gli incolti dovrebbero riuscire meglio dove i dottori non ne sono venuti a capo?

  Si risponde, però, che, ad essere consultati saranno anche i dottori, insieme a tutte le altre persone. Facendolo in questo modo si manifesterebbe il miracolo dell’intuizione della via giusta, che poi i dottori articolerebbero con ordine nei loro trattati. Perché, alla fine, la decisione non sarebbe fondata sul parere di questa o quell’altra persona, ma sull’orientamento di tutte le persone coinvolte nel processo, che non potrebbero sbagliarsi, perché così è garantito dal Cielo. Di fatto le perplessità non sono state superate e tra gli specialisti che cercano di spiegare come funzionerebbe questa cosa si parla di vari livelli decisionali in cui sarebbero coinvolti tutti, poi alcuni, i dottori, e alla fine uno, identificato, a seconda del caso, nel papa, nel vescovo, nel parroco, comunque uno. Alla fine l’ordine su che fare verrebbe da quell’uno. Siccome il mondo è grande e questa organizzazione richiede l’istituzione di più monarchi, essi dovrebbero cercare di mettersi d’accordo in assemblee dette sinodi, e questo è appunto ciò che si è cercato inutilmente di fare fin dal Terzo secolo, epoca a cui risalgono le prime testimonianze affidabili di procedure sinodali, in Africa, a Cartagine.

  Nel discorrere che si fa di verità   e di popolo noto alcune aporie, vale a dire dei problemi logici fin dall’inizio insolubili, o, altrimenti detto sotto metafora, serpenti che si mordono la coda.

  L’autorità ecclesiastica dovrebbe essere esercitata secondo verità;  la verità  la si vorrebbe tratta da Scrittura  e Tradizione, ma unica interprete qualificata di queste ultime è l’autorità ecclesiastica. Analogamente per l’idea di popolo: L’autorità ecclesiastica la si pensa come esercitata nell’interesse del popolo in nome si quella verità, ma chi e che cosa è popolo  e anche che cosa sia la verità è definito dalla stessa autorità ecclesiastica,  e questo si pensa che rientri in quella verità. L’autorità ecclesiastica la si pensa come sorretta dall’azione soprannaturale: che dovrebbe imparare dal popolo? Si pensa che quella stessa virtù soprannaturale porti il popolo, per intuito, ad aderire a quella verità, e se non vi aderisce non è il vero  popolo.

  Di fatto, storicamente, e lo studio della storie delle nostre Chiese è veramente un’esperienza forte, le popolazioni di fede si sono ciclicamente opposte ai dettati delle loro autorità ecclesiastiche che venivano deliberati in nome di quella verità, e sono state represse con incredibile ferocia. I secoli nei quali, per ciò che ne capisco, ciò è avvenuto con più intensità sono stati il Cinquecento e il Seicento.  E’ l’era in cui si è strutturata la gerarchia ecclesiastica come oggi la conosciamo: la si è voluta assolutizzare durante il regno del papa Pio 9°, a metà Ottocento. Questo processo è inquadrato in due Concili, il Concilio di Trento, svoltosi tra il 1545 e il 1563, e l’infausto Concilio Vaticano 1°, iniziato a Roma nel 1869 e sospeso, e mai più ripreso,  nel 1870 per l’invasione italiana dello Stato della Chiesa, il regno dei Papi nell’Italia centrale, o almeno, ciò che all’epoca ne restava dopo le guerre risorgimentali.

 L’avvento di regimi democratici in Europa Occidentale, e poi anche altrove, impedisce di esercitare la violenza brutale dei secoli passati per uniformare i costumi religiosi. Ma l’assetto teologico dell’autorità ecclesiale è più o meno quello del passato, perché la riforma che si è cercato di attuare durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965) è fallita.

 Questo comporta che la convivenza tra le gerarchie ecclesiastiche e le popolazioni che alla nostra fede fanno riferimento spirituale si fonda su una doppia ipocrisia: i gerarchi ordinano, sapendo che non verranno obbediti ma facendo finta che invece lo siano; le popolazioni fanno finta di obbedire, ma poi si regolano secondo la loro ragione e le loro ragioni. Così come, finora, nei processi sinodali in corso, in fondo si è fatto finta di consultare e, dall’altra parte, si è fatto finta di essere consultati, perché la via che sarà seguita non verrà da chi è stato consultato, ma da un accordo tra gerarchi.

  Una vera consultazione dovrebbe, credo, partire dall’abbandonare l’ipocrisia che ha consentito di andare avanti come se nulla fosse cambiato, mentre praticamente tutto lo era. Ma, allora, dovrebbe essere più di una consultazione. Non si sa neanche bene come converrebbe chiamarla.

  Nel 2009, papa Benedetto 16° inquadrò molto bene la questione principale, che riguarda la relazione tra verità  e agàpe. Se il discrimine deve essere la verità come oggi viene definita, il processo è senza sbocchi, è il serpente che si mangia la coda. Se invece è l’agàpe, l’intensità ed estensione della pace sociale benevolente e solidale che si riesce a costruire è diverso, si esce dal circolo vizioso.

  Mi sono sempre chiesto perché il Maestro, di fronte al procuratore romano Pilato che lo stava giudicando, non gli rispose quando il funzionario della potenza occupante gli chiese che cosa fosse la verità.

 

  Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: "Sei tu il re dei Giudei?". Gesù rispose: "Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?". Pilato disse: "Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?". Rispose Gesù: "Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù". Allora Pilato gli disse: "Dunque tu sei re?". Rispose Gesù: "Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce". Gli dice Pilato: "Che cos'è la verità?". [Dal Vangelo secondo Giovanni, capitolo 18, versetti 33-38 - Gv 18, 33-38 - versione CEI 2008]

 

  Dal Duecento, da quando la teologia divenne una disciplina universitaria, la si fa consistere essenzialmente in un complesso di dottrine. L’agàpe, che, secondo il Maestro era il comandamento nuovo al quale era finalizzata la sua missione, mi pare essere passata molto in secondo piano, tenendo conto dell’inconcepibile efferatezza con cui ci si è massacrati per questioni dottrinali.

 

Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.  [dal Vangelo secondo Giovanni, capitolo 15, versetti 12-17  - Gv 15,12-17- versione CEI 2008]

 

  Nelle popolazioni di fede non si ha che superficiale consapevolezza della dottrina, praticabile solo da specialisti che passano anni a studiarci sopra. C’è però l’agàpe? In genere viviamo in società violente, anche se molto meno che nel passato. Volerci bene al di fuori delle nostre piccole cerchie di mondo vitale  richiede un grande impegno, però questo, a differenza della verità - dottrina,  è più o meno alla portata di tutte le persone.

  Nella pratica sinodale diffusa che ci è stata proposta, mi pare che proprio questo sia la cosa più importante: imparare a costruire l’agàpe evangelica tra noi. Così, come  è stato osservato dal Papa, la pratica della sinodalità è già il risultato atteso.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Monte Sacro Valli