mercoledì 15 febbraio 2023

Popolo e popoli -5

  
Popolo e popoli -5

***********************
SABATO 18 FEBBRAIO, DALLE 17:
PRIMO INCONTRO DEL CICLO
SPERIMENTARE LA SINODALITA' NELLE REALTA' DI BASE
PER INFO VEDI IL POST CHE PRECEDE
***************************
L'immagine evangelica della vite e dei tralci è, dal punto di vista dell'arte retorica, un'allegoria. Evoca una realtà che la supera e che, riguardando il soprannaturale, è di difficile comprensione. Parla della nostra relazione con la figura del Maestro, e non solo con i suoi insegnamenti e il suo esempio di vita, ma con la sua persona nella gloria dove riteniamo che si trovi. I biblisti del Nuovo Testamenfo pensano che sia stata effettivamente utilizzata da lui. 
  La teologia ha trasfigurato l'allegoria in una realtà, per cui, in definitiva, in quel contesto non è più considerata solo "un'immagine". Questo appunto perché dopo la Resurrezione si è manifestata  la gloria del Figlio, e sul punto rimando alla dottrina corrente in merito.
  Tuttavia, dal punto di vista dell'azione sociale, noi non siamo tralci e, insomma, ci sembra di dover fare affidamento anche sulle nostre forze, che sono quelle che sono. Abbiamo molti limiti, innanzi tutto fisiologici, ma ne troviamo di molto importanti anche nell'ambiente naturale e sociale in cui siamo immersi. Così vanno le cose, così va il mondo, e il confidare nel Cielo non comporta che prodigiosamente tutto si sistemi nel modo giusto. Così c'è una certa tensione tra quello che la teologia ci presenta e tutto il resto. In particolare capiamo bene che, in pratica, ci riesce spesso difficile decidere che fare: non è scritta da nessuna parte la decisione giusta, ci dobbiamo arrivare ragionando.
  Uno sviluppo dell'immagine della vite e dei tralci è quella del Corpo. Anche questa è un'allegoria che la teologia prende molto sul serio. Si fonda principalmente  sugli scritti attribuiti a Paolo di Tarso, ma certamente ve ne sono agganci anche in detti del Maestro riportati nei Vangelo. Noi tutti, fedeli, comporremo un unico Corpo soprannaturale del Maestro, che non ne sarebbe solo il capo, nel senso della persona che lo dirige, ma proprio la testa, in senso fisiologico. In questi termini precisi questa immagine non c'è nella sua predicazione, ma è stata sviluppata dai suoi seguaci nei decenni successivi  alla Resurrezione, ma, in particolare, dalla teologia posta a base della cristologia organizzata è e definita  nei concili ecumenici tra il Quarto e il Settimo secolo, per definire che cosa fosse la Chiesa. 
    Le allegorie organiciste, che presentavano il popolo come un unico organismo vivente, erano già diffuse nelle culture del mondo antico. Servivano, e ancora servono,  a compattare la società nei ruoli esistenti, presentando ogni tendenza al cambiamento come eversione da combattere per mantenere in salute il Corpo, e per guarirlo dal dissenso vissuto come malattia. Nella dottrina ecclesiastica la testa di quel corpo che si riteneva fosse la Chiesa venne presto identificata con i poteri che esercitavano ruoli Vicari del capo Celeste e, dal Secondo millennio, nella nostra Chiesa, con il Papa.
  Di fatto le società umane non si presentano affatto come organismi, ma come sistemi di relazioni tra persone e gruppi. Noi, invece, come individui, siamo realmente organismi, e facciamo l'esperienza di sentirci vivere senza sapere in dettaglio come accade: abitiamo il nostro corpo. Questa non è la realtà che viviamo in società, anche se le sue dinamiche, nel complesso, ci sfuggono, da un lato per la complessità delle relazioni di cui è fatta, dall'altro per i nostri limiti cognitivi.
 Pensarle come organismi, nella loro realtà soprannaturale, o come si dice mistica, non solo nell'allegoria, ma con centri di potere composti da persone come noi a tener luogo della testa che è nel Cielo, significa sacralizzare, vale a dire rendere indiscutibili quei centri di potere, in quanto dotati della capacità di inerranza, o, come anche si dice, di proclamare la verità, per virtù soprannaturale.
  La teologia ha una sua risposta a questo tema. Di fatto, a parte le idee sul soprannaturale, sulle quali contano argomenti basati  sulle Scritture e la tradizione, essendone impossibile una verifica per così dire sperimentale, i centri di potere ecclesiastico finora costruiti storicamente non hanno però manifestato in modo molto evidente, in particolare negli affari sociali, quell'inerranza di cui scrivevo, anzi tutt'altro.
  Ma questo non dipende dal fatto che quei centri gerarchici siano stati piuttosto ristretti, per cui alllargandoli a tutte le altre persone, nel presupposto che tutte insieme saprebbero intuire la via giusta nelle relazioni sociali, il problema si risolverebbe. Detto in altri termini, un processo sinodale in cui si facesse troppo affidamento sul cosiddetto sensus fidei potrebbe facilmente deludere. Ma quando e dove il Maestro ce ne avrebbe parlato? Francamente mi sfugge. Ma non sono un teologo.
  A prescindere dalle argomentazioni teologiche sul punto, le popolazioni, i molti, non sembrano aver manifestato nel complesso virtù maggiori dei pochi, che compongo i governi sociali, perché gli uni e gli altri sono esseri umani con i medesimi limiti e, al più, nelle società in cui è consentito il dialogo, mettendo insieme e confrontando i diversi punti di vista, si può avere una visione più ampia delle situazioni, ma non necessariamente la rivelazione sulla via migliore da seguire, che sarà sempre migliore allo stato dei fatti, secondo le esperienze che se ne sono fatte, salvo smentita derivante da successive osservazioni.
 Sui nostri organismi abbiamo poteri limitati, la natura li determina, ma sulle nostre società è diverso. Però per agirvi sopra  e dentro, se non si vuole semplificare tutto menando le mani, con il rischio di sfasciare tutto, è nessario praticare la pazienza delle relazioni, anzitutto nel cercare di spiegarsi e di capire anche le ragioni delle altre persone. E' cosa che si impara, non viene innata: gran parte dei nostri processi educativi da giovani è dedicata proprio a questo. 
  E lo Spirito? Mah … per come la vedo io, è proprio questo che, in definitiva, ci consiglia. L'agàpe  è il comandamento dei comandamenti, ed essa   è anche questo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli