lunedì 21 novembre 2022

Tradizione

 

Tradizione


    La religiosità come elemento culturale si apprende e quindi ci deve essere qualcuno che insegna. In Italia, in cui la popolazione è ancora impregnata di religiosità cristiana, l’apprendimento non è solo esplicito, come quello che si fa a scuola, ma avviene per immersione sociale, innanzi tutto in famiglia, ma poi anche fuori. La famiglia, nonostante quello che a volte si dice, non è però l’ambiente originario della tradizione, ma la recepisce dalla società intorno. A volte la trasmissione di una tradizione è presentata come un contagio, altre volte come il dilagare di un incendio. Il veicolo sono le relazioni personali di affidamento. Quindi definire ciò che viene trasmesso come una fede  rende bene l’idea.

  Va detto che l’apprendimento esplicito, strutturato, delle tradizioni culturali riguarda una minima parte di ciò che sappiamo di come ci si deve comportare in società. La  massima parte viene per immersione o per contatto. Questo è ciò che avviene in genere anche per gli altri viventi sociali.

 Quando, negli anni Settanta, si ristrutturò la catechesi, che in precedenza tendeva ad essere più che altro esplicita, si tenne conto di questo, del fatto che la comunità in cui si era immersi svolgeva una funzione docente. Naturalmente questa modalità di tradizione diviene meno efficiente nei tempi di transizione culturale, come quello che stiamo vivendo. Di questo, all’epoca del rinnovamento delle catechesi, si aveva consapevolezza, ma non del tutto, non mi pare che ci si rendesse conto della profondità e pervasività del fenomeno. Si pensava, anzi, che mantenere coese le comunità di fedeli costituisse una valida forma di resistenza al cambiamento, convinzione che l’esperienza ha manifestato come del tutto infondata.

  In religione qualche volta si presenta la tradizione come una sorta di oggetto prezioso che passa immutato di generazione in generazione come avviene nei processi ereditari, in cui le cose passano, appunto, da una generazione a quella successiva, per cui, in definitiva, datagli una spolveratina, brilla come prima. In realtà, ciò che passa di generazione in generazione sono degli elementi culturali che non rimangono immutati in questo processo. Esso consiste in dinamiche sociali di tradizione, che si vivono nelle relazioni tra generazioni, ma non solo, perché vi influiscono anche gli apporti che vengono dal rimescolamento sociale, che è stato caratteristico delle società umane in ogni tempo ma particolarmente ai tempi nostri, per cui le culture si spostano e non solo seguendo le migrazioni, ma anche per imitazione provocata semplicemente dal fatto di essere conosciute in ambienti sociali diversi da quelli di origine. L’espansione dei cristianesimi delle origini beneficiò proprio di quest'ultima modalità di trasmissione, per cui nel giro di tre secoli circa, si diffusero al di fuori dell’antico giudaismo, trasfigurandosi abbastanza nella cultura che iniziò a veicolarli, l’ellenismo. A volte sento superficialmente una certa insofferenza per la cultura greca che da allora contengono, per cui si sogna di poterli depurare da essa per riscoprire qualcosa che, in quanto più vicino ai tempi del Maestro, sarebbe anche più puro, in particolare nel sistema di pensiero giudaizzante che rivelerebbero, ma mi sembra fatica inutile. Senza i greci, non ci sarebbe il cristianesimo come oggi lo conosciamo e vorremmo tramandare.

  Ma che succede se le relazioni intergenerazionali non veicolano più bene le tradizioni e quindi le nuove generazioni non vengono messe in grado di darvi un loro apporto, e questa è appunto la forza che poi consente loro di trasmetterle ai posteri? Accade che le tradizioni svaniscono. Più frequentemente si trasformano venendo inglobate in nuovi contesti culturali. Ma certamente, specialmente riguardo alle tradizioni primitive, ne conosciamo di estinte. Non sono tali, va detto, quelle dell’antico politeismo mediterraneo pre-cristiano. Vivono tuttora inglobate nei cristianesimi, in moltissimi elementi, a cominciare dall’architettura religiosa. Il sacerdozio cattolico ne conserva degli elementi, anche se venne strutturato ispirandosi a quello giudaico. Ricordo ad esempio che viene considerato un appellativo dei papi quello di “pontefici”,  e questi ultimi erano un collegio sacerdotale, anzi il più importante, dell’antica civiltà romana e, in epoca classica, l’imperatore assunte il titolo di “pontefice massimo”, che ora designa il Papa.

  Nel momento in cui, mi pare dagli anni scorsi anni Novanta, in parrocchia si decise di non proporre più l’Azione Cattolica ai più giovani come via di formazione sociale e religiosa, si determinò una gravissima frattura intergenerazionale, con la conseguenza dello svanire di una tradizione associativa che si riteneva ormai obsoleta, perché non sufficientemente connotata da elementi culturali comunitari. L’Azione Cattolica puntava molto sulla mediazione culturale  che significa fondamentalmente capire come far vivere nella società contemporanea le tradizioni religiose dal passato, cercando di individuare ed esplicitare nel presente i loro elementi caratteristici, pensando di ritrovarceli in quanto perenni caratteristiche antropologiche, ad esempio la compassione e la misericordia, tanto importanti nello sviluppo del vangelo. E considerava come veicolo  culturale la parola, vale a dire il discorso esplicito, altrimenti detto dialogo, la parola che mette in relazione. Chi non condivideva questa linea, pensava invece che inscenando l’amicizia cristiana, in particolare al modo di una famiglia, e presentandola così com’era in società, allora le altre persone se ne sarebbero innamorate e avrebbero iniziato ad imitarla, aggregandosi, ciò che invece non è avvenuto. In particolare per il carattere troppo segregato, chiuso, di quelle comunità esemplari, che si davano una rigida disciplina sotto guide molto esigenti,  un po’ al modo di certe esperienza monastiche, ma senza l’egualitarismo che storicamente le aveva caratterizzate. Viviamo in un mondo in rapida transizione culturale in cui ognuno vuole dare un proprio apporto alla vita sociale e, innanzi tutto, vorrebbe cercare di capire meglio il mondo in cui vive e gli altri, per cercare un migliore benessere, fiducioso di poterlo conseguire. Questo spiega anche la viva diffidenza verso ogni proposta associativa che comporti dei vincoli stabili, e questo ad ogni livello, ad esempio anche nell’assumere un impegno continuativo per un servizio durante la messa domenicale.

 In una società che cambia velocemente lo strumento della mediazione culturale è indispensabile per sorreggere le tradizioni religiose, ma anch’esso va appreso, perché, in genere, le comunità di fede non lo veicolano, o comunque non lo veicolano più.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli