mercoledì 12 ottobre 2022

Chi dovrebbe occuparsi di sinodalitá in parrocchia?

                                           

Chi dovrebbe occuparsi di sinodalitá in parrocchia?

 

    La Conferenza episcopale italiana sotto la presidenza di Matteo Zuppi ha riorganizzato recentemente il lavoro sulla sinodalitá nel quadro del processo sinodale che riguarda specificamente le Chiese in Italia. È il programma "Cantieri di Betania". Si vorrebbe che dalle Diocesi venissero le narrazioni di esperienze di sinodalitá già attuate con esiti positivi. Quindi ora è più chiaro che non dobbiamo solo attendere, per fare sinodalitá, che vengano istruzioni dall'alto. Possiamo cominciare da subito e, anzi, è proprio così che si può dare un contributo più utile,

   Nella nostra parrocchia abbiamo fatto alcuni incontri, la scorsa primavera, secondo il precedente programma, in cui poche decine di persone si sono espresse sui temi indicati dalla Diocesi. Di sinodalitá però non abbiamo parlato, anche perché è mancata una formazione specifica, con notizie storiche, informazioni sulla teologia che c’è dietro e proposte pratiche di come fare. Poi, paradossalmente, ci è stato raccomandato di non dialogare, ogni persona doveva dire la propria e si chiudeva lì. Ma il dialogo è il cuore della sinodalità!

  Dal punto di vista storico, si può cominciare da questo: la sinodalità popolare,  come oggi il Papa la vorrebbe, non è mai stata praticata nella storia della nostra Chiesa, da quando cominciò a manifestarsi tale, con un embrione di governo ecclesiastico. La sinodalità fu, molto a lungo, un metodo per attuare forme di collegialità tra gerarchi ecclesiastici e civili, con l’ausilio di teologi, su questioni disciplinari e di enunciati teologici che dovevano essere condivisi pena l’esclusione. Poi, più o meno dal Cinquecento, divenne strumento di governo di autocrazie gerarchiche e solo dopo il Concilio Vaticano 2° venne ripresa l’idea di collegialità limitata ai vescovi. Il popolo, inteso come la gran massa delle persone di fede distinto da clero e religiosi, ne rimaneva fuori. Forme di collegialità popolare  si diffusero invece, sempre dal Cinquecento, nelle Chiese protestanti storiche e ancora vi sono praticate. Tra i protestanti, da qualche decennio, vanno diffondendosi anche denominazioni (il termine più generico con cui si indicano le aggregazioni religiose organizzate, che comprendono anche le Chiese propriamente dette) cristiane strutturate intorno ad autocrazie carismatiche, a predicatori indipendenti, e anche lì, in genere,  non c’è sinodalità o ve n’è nella misura in cui la gente riesce a contenere l’esuberanza delle personalità carismatiche.

  Sappiamo poco di come si organizzavano le persone raggiunte dalla predicazione itinerante del Maestro e dei suoi apostoli e discepoli, dopo che se n’erano andati da un’altra parte,  ma in fondo anche dei primi gruppi che c’erano in giro dopo la Resurrezione, a parte quello che risulta dagli Atti degli apostoli, dalle lettere attribuite a Paolo di Tarso e nelle altre attribuite a fonti diverse comprese nel Nuovo Testamento. Si legge di anziani, di presbiteri, che fungevano da capi delle comunità, ma probabilmente,  a quello che si legge in quegli  scritti, la situazione rimase piuttosto effervescente, in mancanza di una struttura giuridicamente definita, che iniziò a manifestarsi solo più tardi intorno al ministero dei vescovi, che con relativa rapidità si affermò come monocratico. Come tale lo si esalta negli scritti di Ignazio di Antiochia vissuto tra gli anni Trenta del Primo secolo e i primi anni del secolo successivo e che viene attestato come vescovo di Antiochia, in Siria, nella seconda metà del Primo secolo.

  Mancando una tradizione di sinodalità popolare  risalente all’antichità significa che questa non è la via giusta per noi? No. Significa che da allora la società è molto cambiata. Le nostre Chiese si sono storicamente evolute seguendo quei cambiamenti. Nulla di ciò che c’è adesso c’era, tale e quale, alle origini.

  Indubbiamente l’idea di sinodalità popolare, cioè che coinvolga tutte le persone di fede,  a prescindere dalla loro condizione ecclesiale, dalla loro cultura e dal loro orientamento sessuale ecc., deve molto alla pratica contemporanea della democrazia popolare, vale a dire alla portata di tutti i cittadini, che si affermò in Europa e altroce nel corso del Novecento come sistema di principi e procedure per consentire la possibilità più ampia possibile di influire sul governo della società. La cosa spaventa la gerarchia cattolica, tutta animata da un clero solo maschile e dunque fortemente discriminatoria. Una piccola minoranza che signoreggia le moltitudini. Non ci sono, allo stato, procedure legittime mediante le quali le persone di fede possano realmente influire sulla nostra Chiesa. Al massimo sono ascoltate.  Di fatto ci sono riuscite in altri modi e, anzi, da decenni su questioni importanti la Chiesa va a rimorchio delle persone laiche e su altre, che in particolare riguardano l’etica personale e famigliare, l’autorità della gerarchia è in concreto scarsa.

  Bisogna chiarire: le cose fondamentali nella nostra società, in Italia, sono già decise democraticamente, e questo basta. Questo è ciò che viene definito laicità  delle istituzioni pubbliche, principio cardine della nostra Costituzione repubblicana, che, ad esempio, contrasta nettamente con una politica basata sul motto Dio-Patria-Famiglia. Il problema della sinodalità popolare  non è quello di chi comanda, ma di rimuovere una condizione umiliante delle persone laiche e di  consentir loro di partecipare realmente e meglio alla diffusione in società dei principi evangelici. In mancanza di questo la Chiesa svanirà, come già sta svanendo, ad esempio, in Francia. In questo quadro è necessario istituire procedure alla base, non al vertice, perché in quest’ultimo già ci sono. E’ l’idea di papa Francesco: indurre un moto di riforma dalla base, invece che dal vertice, come si fece negli anni Sessanta con il Concilio Vaticano 2°, e i risultati tutto sommato non sono ritenuti soddisfacenti.

   Da dove partire?

   Dalla considerazione che, per la nostra fisiologia, possiamo avere relazioni profonde, quelle che mio zio Achille chiamava di mondo vitale e che danno senso  alla vita, solo in piccoli gruppi, più o meno di un trentina di persone, più  o meno quelle che si è riusciti a radunare con un certa costanza di frequentazione negli incontri sinodali in parrocchia della scorsa primavera.

  Tuttavia questa animazione sinodale deve essere organizzata in modo che possa potenzialmente anche raggiungere  almeno quel migliaio di persone che alla parrocchia fanno riferimento per la pratica della loro vita di fede (quelle che vi fanno riferimento solo come generico orizzonte religioso, ma non vengono quasi mai in chiesa,  possono essere stimate in circa ottomila). Questo richiede di pensare procedure che prevedano che si lavori in piccoli gruppi, creati per affinità, età, obiettivi, ma che esista una rete  per cui si abbia il senso di collaborare a un lavoro più vasto.

  Il diritto canonico già conosce un organismo che può promuovere un movimento simile: è il Consiglio pastorale parrocchiale che, obbligatorio nella Diocesi di Roma, da anni, per ciò che ne so non si riunisce più, perché, quando si riuniva ancora, era travagliato da acerrimi contrasti tra fondamentalisti e conciliari, una lotta che va avanti dagli anni ’80 e che non è mai veramente cessata, ma solo sopita. I primi, sostanzialmente, sognano il ritorno alla Chiesa com’era sotto Pio 12°, fino alla fine degli anni Cinquanta; gli altri vorrebbero proseguire l’attuazione del disegno riformatore del Concilio Vaticano 2°. I primi furono molto avvantaggiati dal favore del papa Giovanni Paolo 2°; gli altri lo sarebbero ora, nel regno di papa Francesco, del partito  conciliare, ma sono rimasti troppo pochi e anziani. Non riuscendo a ottenere che nel Consiglio pastorale parrocchiale si andasse d’accordo sui fondamentali, e disperando di riuscirci, lo si è sostanzialmente sostituito con l’Equipe pastorale, un organismo di esperti tutti nominati dal parroco, la cui istituzione venne incoraggiata anni fa dalla Diocesi, ma non come alternativa al Consiglio.

  Per prima cosa, direi che si potrebbe cominciare con il decidere chi  ha diritto di partecipare al Consiglio pastorale parrocchiale, cercando di bilanciare con figure di mediazione scelte dal parroco l’influsso dei movimenti, ma senza che questi ultimi ne siano sovrastati. E poi organizzando elezioni per nominare membri scelte dalla gente. Il Consiglio ha potere di auto-organizzazione e può deliberare le procedure elettorali e anche i principi generali e le procedure per lavorare insieme. Per quello che ho detto sui nostri fisiologici limiti cognitivi, il totale dei membri del Consiglio non dovrebbe superare una trentina. Pensate che una organizzazione immensa come quella della Cina popolare è diretta da un collegio di venticinque persone e da un esecutivo di sette. La sinodalità parrocchiale dovrebbe iniziare da lì, da un Consiglio pastorale parrocchiale ristrutturato. Inutile inventarsi qualcosa di diverso, quando quello che serve c’è già.

  E’ poi fondamentale che di ogni cosa si informi la parrocchia. La gente che si affaccia in Chiesa deve sapere che accade e chi è responsabile di che cosa. E’ necessario quindi pensare un organo informativo. E poi sarebbe importante istituire un sistema di assemblee periodiche per raccogliere il pensiero della gente e per approfondire le informazioni sul programma che si sta seguedo, sul modello di quello che s’è fatto in primavera, ma avendo cura di radunare persone che, per età, interessi, cultura, abbiano una qualche affinità. Questa dell’informazione sistematica è un aspetto cruciale di ogni organizzazione che si voglia vastamente partecipata, perché si partecipa a ciò di cui si sa qualcosa e in cui si pensa, in base a ciò che si sa, di poter influire. Chiamare le persone solo a sentire un relatore che espone generalità su qualche argomento serve solo a disperderle. Le poche che si riuscirà ad avere non ritorneranno.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli