lunedì 4 luglio 2022

Le molte religiosità

 

Le molte religiosità

 

  Definiamo religiosità un sistema di relazioni con l’ambiente e con le altre persone che genera emotivamente la percezione di un senso  della propria vita. Le relazioni sono mediate dalle culture: la religiosità, in questo, è un comportamento appreso e quindi richiede apprendimento. Le emozioni dipendono da come siamo fatti, dalla nostra fisiologia, e influiscono sulla nostra mente. Quest’ultima è un effetto del nostro sistema nervoso e solo parzialmente avviene sopra la soglia della nostra consapevolezza. In quanto legata alla fisiologia, possiamo dire che la religiosità ci è connaturata, tanto che è stata osservata nelle popolazioni più diverse, da quelle più primitive a quelle più evolute e fin dall’antichità più risalente. Non necessariamente la religiosità è legata al soprannaturale, tanto che anche un regime di attivo ateismo come quello del comunismo sovietico ne manifestò una propria. Nel mondo di oggi vi sono moltissime forme di religiosità, e moltissime ve ne sono state. Ve ne  sono molte, e anche molto diverse, all’interno delle stesse grandi denominazioni religiose contemporanee. Il termine denominazione  è usato in sociologia per definire, senza connotati specificamente teologici, ciò che in religione chiamiamo Chiesa, mettendo in risalto il modo con cui un gruppo religioso organizzato ha deciso di chiamarsi: in questo contesto, anche la nostra Chiesa, la Chiesa cattolica, è una denominazione religiosa.

  Poiché la religiosità ha a che fare con il senso della vita  essa naturalmente cambia con l’età. Ve n’è una da bambini, un’altra da persone adulte, un’altra da persone anziane, una delle persone sane, un’altra delle persone malate e via dicendo.

 

Quando ero bambino

parlavo da bambino,

come un bambino

pensavo e ragionavo.

Da quando sono un uomo

ho smesso di agire così.

[dalla Prima lettera ai Corinzi di Paolo di Tarso, capitolo 13, versetto 11 – 1Cor 13,11]

 

 Il termine fede  a volte indica una denominazione religiosa e a volte la narrazione che fa da sfondo alla religiosità. Le formule del Credo  che recitiamo a Messa la domenica, dette anche simboli della fede, sono esempi di queste narrazioni. Nella nostra religione quelle narrazioni sono state molto formalizzate ed hanno assunto il carattere di un sistema coerente di definizioni. Una volta nel catechismo per i più piccoli si utilizzava un libretto a domande e risposte nel quale le risposte erano delle definizioni. Queste ultime fin dall’antichità vengono usate nelle Chiese cristiane per riconoscere i propri membri e, in questo, costituiscono un sistema di verità. In religione si usa il termine verità per indicare ciò che bisogna manifestare di accettare interiormente  ed esteriormente (proclamandolo)  per essere ritenuti dentro  la Chiesa. Nelle antiche religioni precristiane politeistiche mancava in genere l’interiorità  come criterio veritativo. Non era necessario credere  in coscienza.

  Il concetto di verità  è ancora proprio solo della filosofia e della teologia, il complesso di scienze che si occupa della cultura religiosa. In teologia si postula, quindi si dà per certo senza necessità di dimostrarlo, che esistano verità eterne perché di origine soprannaturale, in particolare divina. Da qui poi, tra i cristiani e in particolare i cattolici, il cosiddetto potere delle chiavi, quindi di ammettere o escludere in base all’adesione a quelle verità. Nelle scienze della natura si accetta per vero solo ciò che risulta dall’osservazione condotta con certi criteri e fino a prova contraria. Anzi, il criterio fondamentale per ritenere scientifica  una certa definizione è oggi, in genere, che essa sia falsificabile, vale a dire che indichi le condizioni che ne imporrebbero l’abbandono.

  A volte mi pare che in religione si pretenda l’accettazione di certe verità di fede  nel senso che corrispondano a ciò che c’è nella natura, ad esempio che la Resurrezione sia come il sole che sorge  ogni mattina. Che il sole sorga ogni mattina è, naturalmente, falso dal punto di vista scientifico, perché il sole ci sembra  sorgere, ma non sorge se non dal nostro punto di osservazione. Comunque, poiché in qualche modo il fenomeno viene osservato come un sorgere, in alcuni campi scientifici si utilizza il sorgere del sole per dei ragionamenti, perché, ad esempio, certe attività sono favorite o sfavorite dalla luce solare e allora diventa importante stabilire quando si passa dalla notte al giorno in una certa area. La Resurrezione non può invece essere osservata (né mai lo è stata, i testimoni riferirono solo di aver visto il Risorto): ci è stata, appunto,  testimoniata dagli antichi. Ma indubbiamente è molto importante per la nostra fede, in particolare perché riguarda il senso  dell’esistenza che è alla base della nostra religiosità. E’ coerente con il nostro desiderio religioso di sopravvivere.

  Naturalmente, avendo riguardo al senso  della vita personale e comunitaria e ai criteri di appartenenza religiosa, ci sono state  e ci sono tantissime verità religiose, come ci sono state e  ci sono tante fedi. Anche all’interno di una stessa denominazione si manifestano in genere molte varianti. Questo, fin dalle origini, creò molte difficoltà tra i cristiani, difficoltà che le teologie, sviluppando discorsi ragionevoli a partire dai dati biblici e dalle varie tradizioni religiose, non sono mai riuscite a superare. Le diversità rimangono. Dato il carattere delle fedi religiose, non convalidabili con osservazioni al modo dei fatti di natura,  non è probabile che vengano mai superate. Si può solo entrare in conflitto o decidere di convivere pacificamente cercando di costruire narrazioni pacificanti, dando quindi un senso alla pace. Ed  è qui che si arriva alla sinodalità. La sinodalità essendo appunto uno dei modi pacifici nei quali si può vivere la diversità cercando tuttavia di cooperare. Si può anche decidere di separarsi, e alcune denominazioni religiose hanno seguito storicamente quella via, ma allora non si coopera, ciascuno fa per sé, e questo è meno vantaggioso per tutti.

  La possibilità di sinodalità dipende da come si intendono le verità religiose e infatti le teologie stanno impegnandosi a costruire sistemi concettuali che rendano possibile cooperare pur se diversi su alcune convinzioni e costumi. Ma, a prescindere da quei nuovi sistemi razionali, che naturalmente verranno presentati come già presenti nell’antichità perché nella nostra Chiesa a questo è legata una maggiore autorità, della sinodalità occorre iniziare a fare tirocinio, anche prima che la teologia riesca a mettere a posto le cose (c’è molto da fare perché la nostra Chiesa è stata assai poco sinodale nella sua tremenda storia, in particolare negli ultimi cinque secoli). L’invito del Maestro all’agàpe,  a convivere solidalmente, in modo sollecito e misericordioso, e il suo concreto esempio, possono bastare per chi non è un teologo e nemmeno vuole esserlo (non occorre esserlo per praticare la nostra religiosità).

  La principale difficoltà su quella via  è che spesso i gruppi assolutizzano certe loro pratiche, ad esempio la preghiera, l’emotività/spiritualità, la vita comunitaria come una famiglia allargata, il rigorismo etico in  particolare sessuale e via dicendo. Non solo vorrebbero continuare a fare quello che fanno, ma vorrebbero che tutti facessero come loro. Questo di solito è definito come spirito settario, con connotazione negativa. Tuttavia bisogna considerare che tutti preferirebbero avere attorno a sé propri simili, persone che la pensano allo stesso modo: è un fatto naturale, che dipende da come siamo fatti. Il soprannaturale  della nostra religiosità sta appunto nel confidare di poter superare questo nostro aspetto naturale. Di fatto, avendo maggiore consuetudine con le altre persone, anche molto diverse, le differenze vissute come divergenze  sembrano pian piano appianarsi, e le rispettive culture si integrano. E’ un fenomeno riconosciuto e studiato dai sociologi. Ad alcuni fa paura: questo accadeva, ad esempio, nell’antico giudaismo, testimoniato negli scritti biblici che ad esso si riferiscono. Alle origini su questo tema ci si divise aspramente anche tra cristiani e prevalsero le correnti che erano favorevoli ad integrare nelle Chiese anche chi non era nato nel giudaismo e non ne seguiva le leggi religiose.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli