martedì 21 giugno 2022

Sinodalità e affari di stato

 

Sinodalità e affari di stato

 

 I teologi ci dicono che non dobbiamo costruire la sinodalità ecclesiale secondo la democrazia politica e lo motivano con argomenti specificamente teologici, sui quali non mi pronuncio, non essendo e non volendo nemmeno essere un teologo. Rimanendo nei limiti della mia competenza di studi, che riguarda le istituzioni pubbliche e le loro procedure, sono però d’accordo con loro. Non perché pensi, come alcuni di loro, che «la Chiesa non è una democrazia» intendendo non solo che non lo è, cosa evidente, ma che nemmeno possa esserlo, bensì perché non voglio che la Chiesa sia governata per essere uno stato.

  Non parlo della Città del Vaticano, che, stando letteralmente al Trattato Lateranense che l’istituì nel 1929, concluso da un ministro pontificio e Benito Mussolini quale Capo del governo del Regno d’Italia, usurpa la condizione di stato, in quanto in quell’Accordo non se ne parla mai come di uno stato, ma che comunque la comunità internazionale riconosce come uno stato. Mi riferisco alla nostra Chiesa e alla sua burocrazia, che ha come vertice il complesso di uffici organizzati qui a Roma, definiti come Santa Sede, che rivendica poteri simili a quelli degli Stati su tutte le comunità cattoliche del mondo, manda ambasciatori, Nunzi, che al contempo svolgono negli Stati che li ricevono funzioni sostanzialmente di prefetti rispetto agli organismi di governo ecclesiale locali, detta legge, inquisisce (per nostra buona sorte solo clero e religiosi), ha una banca centrale e un Dicastero economico per il tramite del quale amministra un significativo patrimonio immobiliare e finanziario, e tiene anche un piccolo e pittoresco esercito, perché nel mondo la forza militare è condizione della cosiddetta sovranità. Quest’ultima significa non riconoscere alcun potere sopra di sé e, per questo, possedere persone, un popolo. Da un punto di vista religioso, una Chiesa cristiana sovrana appare una contraddizione in termini, perché, insegnano i teologi, noi siamo di Cristo, non siamo possesso ecclesiale, bensì noi siamo Chiesa e come Chiesa siamo verso le altre persone come colui che serve, seguendo in ciò il Maestro. Naturalmente, poi, teologi e giuristi hanno storicamente costruito una cornice ideologica plausibile di questa sovranità, che, appunto, è messa certamente in questione dal processo di sinodalità ecclesiale.

  Quelli che temono la sinodalità pensano che chi la vorrebbe praticare si proponga di cambiare i dogmi e detronizzare il Papa. La prima paura è del tutto infondata. La costruzione dei dogmi è stata storicamente fonte di tanto male e di tante sofferenze che nello sforzo di diventare sinodali, che in fondo è solo praticare il Vangelo, dovremmo tenercene accuratamente fuori. Per carità, lasciamo le cose come stanno. Lasciamo i teologi a torturarsi su quelle materie, è la loro croce professionale in fondo. Del resto non è scritto da nessuna parte che per praticare il vangelo si debba essere teologi. Non mi sembra che abbia voluto esserlo il Maestro, che iniziò e continuò risanando la gente ed esortò a seguirlo, come spiegano i predicatori.

  Quanto al governo centrale della Chiesa, fu una costruzione storica. Gli storici spiegano che la personalizzazione del potere assoluto degli imperatori romani come padri del loro popolo iniziò ben prima dell’affermarsi dei cristianesimi intorno al bacino del Mediterraneo: dall’inizio del Secondo millennio quel ruolo sacrale fu rivendicato dal Papato romano, fino a che, nel corso dell’Ottocento, l’altroieri rispetto al corso della storia europea, si realizzò effettivamente la papizzazione della nostra Chiesa, come un’autocrazia assolutistica sovrana. Una tappa importante su questa via fu posta durante il Concilio Vaticano 1º, iniziato e sospeso nel 1870, e mai più ripreso, nel corso del quale fu deliberata come dogma l’infallibilità del Papa in materia di fede. Proprio quell’anno, per nostra buona sorte (provvidenzialmente, disse il papa Paolo 6º) fu soppresso militarmente lo Stato pontificio, così solo per pochi mesi il mondo assistette allo spettacolo di un sovrano territoriale infallibile, il quale adirato per l’affronto (provvidenzialmente) subìto scomunicò il Re d’Italia e il Presidente del consiglio dei ministri dell’epoca, Camillo Benso Cavour.

  Ma cambiare la struttura del governo centrale della nostra Chiesa richiederà molto tempo, se si pensa di farlo nel processo sinodale, che risale dal basso verso l’alto. Sicuramente non lo si farà dall’alto: è impossibile che una inveterata costruzione autocratica riformi sé stessa. Anche il fatto che l’attuale processo sinodale sia sorretto praticamente solo dalla volontà del Papa lo rende più debole, proprio perché la decisione non è stata presa sinodalmente,  e del resto non poteva esserlo.

  Noi che operiamo dalla base non dobbiamo, però, occuparci della Santa Sede. È tempo perso. Piuttosto, dobbiamo cercare di costruire in sede locale nuove procedure di partecipazione sinodali per le quali la volontà che giunge da Roma non sia più ricevuta come sovrana, nel senso che ci parli e pretenda di essere obbedita come se noi fossimo un suo possesso. Siamo sulla buona strada in questo. Lo stile del Papa regnante è, verso di noi fedeli, molto più simile a quello di un pastore in senso evangelico che a quello di un gerarca di uno stato autocratico. Ma non basta. Sarebbe bene che lo diventasse anche verso la burocrazia che l’attornia. Quest’ultima, però, dovrebbe cessare di essere tale. La nostra Chiesa non è uno stato e non dovrebbe essere governata come tale. Sulla via della riforma la Città del Vaticano, come istituzione sedicente sovrana, è controproducente, richiede uno spreco immane di energie, ma non ne dobbiamo fare un dramma. Dobbiamo sforzarci di desacralizzare in esso ciò che usurpa il sacro, ad esempio il suo pittoresco esercito (che rievoca un corpo di crudeli mercenari). Il supermercato e il benzinaio  duty-free, la farmacia in cui vendono farmaci non autorizzati in Italia, i Musei Vaticani. Ciò che si riesce a desacralizzare si può poi  cambiare.

  Il principio, riassumendo, dovrebbe essere questo: la Chiesa non è uno stato e non dovrebbe essere governata come uno stato. Ed anche: il Papato non ci possiede, così come ogni altra istituzione ecclesiastica, il parroco, il vescovo, la CEI. Noi siamo la Chiesa, l’orgoglioso motto del movimento di riforma austriaco che ha preso piede anche altrove.

Mario Ardigó- Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli