mercoledì 22 giugno 2022

Sapienza sinodale pratica

 

 

Sapienza sinodale pratica

 

   Dicono che lo Spirito continui ad aleggiare su di noi, ma rimango scettico quando lo si vuole veder manifestato in un certo evento, persona, gruppo, perché sono ben poco propenso alla mitizzazione e di tutto e in tutti vedo anche quello che non va: nella mia vita non mi è mai capitato di riconoscere la perfezione. Così è anche per le questioni della nuova sinodalità ecclesiale che il Papa vorrebbe porre come criterio di riforma ecclesiale. Certo, mettervi di mezzo lo Spirito ci rincuorerebbe un po’, perché una cosa del genere non è mai esistita nella Chiesa cattolica, la nostra Chiesa. Già questo insospettisce coloro che sono abituati ad adottare come criterio di verità ciò che si è fatto sempre e dovunque e da tutti fin dai tempi antichi. La storia ecclesiastica è molto complessa e ne sono state scritte opere molto impegnative: sarebbe presuntuoso da parte mia ritenere di conoscerla se non superficialmente. Ma da ciò che so ricavo questo: mai  nella travagliata storia della Chiese cristiane, non solo la nostra, si è creduto e fatto sempre, dovunque e da tutti nello stesso modo: altrimenti non sarebbe stata necessaria l’incredibile violenza politica che fu usata nei secoli per silenziare e massacrare i dissenzienti. Non c’è da scandalizzarsi in questo, perché le Chiese cristiane sono società umane fatte di esseri umani e le società umane funzionano ancora  così, e gli eventi sconvolgenti in Ucraina lo manifestano chiaramente di questi tempi. Possiamo essa diversi? E’ questa la principale convinzione della nostra fede. La sinodalità che ci viene proposta è un metodo per tentare di diventarlo.

 L’antica teologia sui Sinodi, che ci viene riproposta anche ora, era convinta che l’accordo manifestasse l’azione dello Spirito.

  Scrive Giuseppe Ruggieri nel suo contributo “Per una Chiesa sinodale”, in Sinodalità. Istruzioni per l’uso, EDB 2021:

Ciò che fa la specificità  di un autentico concilio (sia esso di alcune Chiese o di tutta la Chiesa) non è in primo luogo  la sua «infallibilità» (giacché essa non è un dato a priori, ma derivato e storicamente secondario), ma l’effettiva presenza del Cristo e del suo Spirito. Questa presenza ha come effetto suo proprio, e ultimamente rilevante, l’accordo. E’ l’accordo ciò che permette di parlare di una presenza dello Spirito e, conseguentemente, di un permanere nella verità, di una sua indefettibilità. Ovviamente, così posti i termini, entra a far parte di un concilio, e della sua repraesentatio Christi che ne costituisce il nocciolo forte, la sua capacità di suscitare consenso.

  Dunque, se non c’è accordo, non c’è neanche lo Spirito? I teologi, come Ruggieri, ne sono convinti, e non posso contraddirli, perché non ho la loro competenza sulla materia né mi sono state date particolari manifestazioni dello Spirito. Osservo che talvolta di fatto l’accordo non è possibile, perché le posizioni sono troppo distanti e un cedimento si presenta come poco virtuoso. Se consideriamo le narrazioni della vita del Maestro, certo egli non cercò a tutti i costi l’accordo con i teologi e i sacerdoti del Tempio di Gerusalemme del suo tempo, né con le autorità romane. Per queste ultime era un agitatore sociale.

 In certe condizioni  è meglio non forzare su un accordo, ma continuare a vedersi, a frequentarsi, in attesa che, conoscendosi meglio, aumenti la fiducia reciproca, ciò che però può anche non accadere. E, certo, personalmente non ritengo, allo stato, indispensabile raggiungere un accordo, fosse anche sinodale, con certi orientamenti correnti nella nostra Chiesa, le cose non sono ancora mature, ma, nello spirito dell’agàpe evangelica questo non significa che ci si debba ignorare o combattere. E’ possibile organizzare procedure per cui ci si possa avvicinare e anche collaborare in ciò in cui è possibile. Comunque ci si sia divisi, condividiamo comunque molte convinzioni, non possiamo considerarci degli estranei. Ad esempio la frazione del pane è sempre possibile: mangiare insieme. Non ci dovrebbero essere interdetti rituali tra noi, comunque la pensiamo. E, invece, purtroppo, talvolta ci sono.

  Lascio i teologi con i loro immaginifici concetti e cerco di capire la realtà in cui vivo. Non è che se sono in disaccordo con un’altra persona, quella sia contro lo Spirito. E lo stesso rivendico per me. L’accordo, il consenso non sono frutto di una sorta di magia soprannaturale, per cui invocando lo Spirito secondo le nostre belle liturgie, poi effettivamente si appianino le divergenze. Certo, poi a cose fatte può essere bello sacralizzare l’accordo, lo si faceva già prima che iniziassero le nostre Chiese: troviamo procedure simili anche nell’Antico Testamento, ma anche praticamente in tutte le antiche religioni ed anche in quelle contemporanee, comprese quelle primitive. Ma questo va fatto dopo.

  Nella concezione clericale corrente è tutto più semplice. Il Papa e i vescovi danno la linea (quando riescono a mettersi d’accordo) e noi saremmo spirituali aderendo. Questo, però, non ha nulla a che fare con la sinodalità, che è codecisione. Di fatto su molti temi il popolo cristiano di confessione cattolica si determina diversamente da come dettano Papa e vescovi, e questo è tanto evidente che non mi sento obbligato a dimostrarlo. Questo fare diversamente insieme  è una decisione sinodale, anche se non ci si è riuniti in una qualche assemblea consacrata da una liturgia. Di fatto ciò non è emerso nella striminzita fase di ascolto  che si è inscenata in Italia, per dovere d’ufficio, perché così ha voluto il Papa. Di solito si citano i temi riproduttivi, ma non sono essi al centro della divergenze, anche se clero e religiosi sono particolarmente sensibili su di essi. Del resto su di essi c’è sempre stata una marcata differenza tra ciò che veniva predicato e ciò che veniva praticato: sempre, dovunque, da tutti. Tanto che, intorno all’anno Mille e fino al Cinquecento, vi vennero coinvolti anche gli stessi Papi, alcuni dei quali, per i costumi sessuali dissoluti utilizzati anche a fini di potere politico, vennero detti pornocrati.

  No, la questione centrale è la dignità delle persone di fede, pesantemente umiliate e discriminate da un’organizzazione ecclesiastica che non può ragionevolmente ricondursi alla volontà del Maestro e che le riduce a semplice gregge. Naturalmente la gente non ci sta, soprattutto in una società avanzata come quella italiana, con un alto livello di istruzione popolare, e vorrebbe avere voce, partecipare realmente, non rimanere semplice platea. A volte ciò accade, ma non nelle istituzioni che pretendono di esprimere una forma di governo: Santa Sede, altri episcopati, parrocchie. Le persone laiche hanno la possibilità di essere assoldate nella burocrazia ecclesiastica, in particolare da consulenti, ma solo finché accettano di rimanere sottomesse alla  obsoleta gerarchia feudale che le domina. Altrimenti vengono escluse, emarginate, con una spietatezza e pervicacia che non è cambiata dal triste passato. Questo significa che non hanno alcun vero diritto di partecipazione

  Inutile attendersi che questa situazione cambi con una riforma complessiva guidata dall’alto. L’esperienza dei tentativi di dare attuazione ai deliberati del Concilio Vaticano 2° lo dimostra chiaramente. Fino al regno di papa Francesco si stava addirittura regredendo, restaurando ciò che c’era prima, e ora tutto dipende da un Papa che si è fatto molto anziano, con ciò che ne consegue.

 Radicare processi sinodali effettivi è però possibile lavorando nella base e nelle periferie: l’intuizione del Papa sulla base della sua esperienza in America Latina è valida. E’ cosa che si è già fatta e che può essere ripetuta. Bisogna, però, lavorarci sopra insieme con una certa costanza, incontrarsi, e cercare di estendere gli incontri ad altre cerchie, senza scoraggiarsi per i rifiuti. Certo, se in una parrocchia come la nostra questo movimento fosse guidato da un organismo creato appositamente per la partecipazione come il Consiglio pastorale parrocchiale, sarebbe molto meglio. E, invece, no. Si è estinto e non lo si vuole recuperare. Troppi forti i contrasti che erano emersi al suo interno. Di fronte alla  realtà, la fiducia nello Spirito pare  di fatto vacillare.  Finché se ne chiacchiera e la si sogna emoziona: ma quando si pone mano per cercare di praticare in concreto atteggiamenti spirituali  ci si demoralizza presto. Non incontrandosi, però, si diffida sempre più gli uni degli altri. I fondamentalismi e integralismi si inaspriscono, e la reazione ad essi anche. Ci si abitua a fare ciascuno per sé: il contrario della sinodalità.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli