sabato 18 giugno 2022

Includere

 

Includere

 

  Tempo fa ho letto un articolo di un noto e colto opinionista che, dopo aver osservato che la Chiesa in Italia va svanendo, rivalutava i costumi dei tradizionalisti, i cui seminari sono pieni e che praticano tanta pietà rituale, i preti con la tonaca ecc., e insomma appagano la nostalgia di chi ha conosciuto ciò che c’era una volta. E, allora, concludeva, perché demonizzarli, perché non lasciar loro campo libero tra noi? Rimuoviamo ogni divieto, che celebrino la messa come pare loro e via dicendo.

  Personalmente non sono contrario a liberalizzare il tradizionalismo, come qualsiasi altra nostra tendenza religiosa che mantenga una certa relazione con l’essenziale della nostra fede, che sia riconoscibile come cristiana. Sono fortemente insofferente  della pesante polizia ideologica che ancora opprime clero e religiosi e di conseguenza limita gli ambienti religiosi a loro affidati, coinvolgendo anche i laici. Che ognuno preghi come sa e sente. Purché non neghi alle altre persone la possibilità di fare altrettanto. Ed è proprio questo il problema del cosiddetto tradizionalismo. Che vorrebbe imporre la sua uniformità  a chi vorrebbe vivere la fede diversamente. Escludono. Hanno nostalgia della Chiesa di una volta, che era molto più autoritaria è intollerante di quella di adesso.

  Vediamo che in chiesa viene sempre meno gente, a parte certe occasioni di festa, personale o comunitaria. Non è tanto perché non crede, penso, ma perché siamo diventati sempre meno inclusivi e noi che siamo rimasti dentro nemmeno ce ne accorgiamo più. Non vengono più in chiesa quelli che noi non vogliamo più tra noi. La schiera degli esclusi è sempre più lunga e per i motivi più vari. Basta, ad esempio, manifestare un certo spirito di iniziativa per non essere più bene accetti.  Così poi la gente si è disabituata a praticare la religione e, quando questo accade, è sempre più difficile tornare indietro. Soprattutto quando la formazione religiosa è più o meno limitata alle poche cose imparate (male) per la Prima Comunione.

 La sinodalità viene proposta come rimedio. Significa partecipare attivamente e con spirito di iniziativa alla costruzione della Chiesa.

  Si comincia del piccolo, dal proprio piccolo gruppo di frequentazione, per poi proseguire cercando di creare una rete. Questo fu il metodo seguito alle origini, quando non c’erano preti e monaci, vescovi e papi, chiese e chiesoni, una teologia molto sviluppata, e si dovette fronteggiare il colpo della morte del Maestro, apparentemente una sconfitta. Anche a quell’epoca tutto sembrò svanire. Che cosa fece la differenza e cambiò le prospettive?

  La pratica religiosa che in genere si propone a tutti è modellata su quella degli anziani di una volta. Come si può pretendere che coinvolga  le altre persone?

  Si viene  in chiesa e si trovano quelli, preti e non, che vorrebbero cambiarti e sono sempre insoddisfatti degli sforzi che si fanno in quella direzione. Più o meno si vorrebbe cambiare la gente facendola come quella di una volta. Io penso che si abbiano tutte le ragioni quelli che rifiutano la proposta. Sebbene qualcuno la accolga, e per me va bene che prosegua per quella via. Ma io quella strada non la imboccherò mai. Perché conosco un po’ la storia e la Chiesa di una volta in genere, purtroppo, mi fa orrore. Non sono rimasto cristiano per difendere la Chiesa di una volta. Mi ha affascinato il vangelo.

  Sinodalità è essenzialmente praticare il vangelo, cominciando con lo sforzarsi di rimanere insieme da amici. “Vi ho chiamato amici”, sono le parole del Maestro narrate nei Vangeli [nel Vangelo secondo  Giovanni, capitolo 15, versetto 15 - Gv 15, 15]. Per alcuni è troppo poco, perché non c’è intorno tutto il paranormale che spesso si accompagna alla religiosità, ma in realtà non lo è. Abbiamo pochi grandi amici, si stima che ciascuno ne abbia più o meno cinque. Allargando le cerchie delle conoscenze si arriva a una trentina: le dimensioni di un piccolo gruppo, in cui ci si può ancora tutti conoscersi di persona. Farsi degli amici è impegnativo e richiede tempo. Ma la Chiesa è molto più grande! Certo, ma può essere considerata una rete di circoli di quella dimensione. Così se, nella nostra sinodalità, riusciamo a tenere insieme un gruppetto di una trentina di amici, siamo un bel po’ avanti.

  Si parla di Chiesa universale, ma gli stessi teologi non sono d’accordo nel definirla. Io non la riesco nemmeno a pensare. E, certo, quando ci troviamo la domenica nella messa che abitualmente frequentiamo, ci troviamo insieme a molte  persone che ci vengono da tempo insieme a noi e che però non conosciamo veramente. Sinodalità è, per cominciare,  approfondire le relazioni con loro, veramente il nostro prossimo.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro Valli