martedì 7 giugno 2022

CULTURA RELIGIOSA

 

CULTURA RELIGIOSA

 

 Sinodalità  significa partecipare, anche nella nostra Chiesa, alle decisioni che ci riguardano. Alla base c’è il valore della libertà, che significa, appunto, poter avere parte nelle decisioni che ci riguardano.

  Nessuna persona, in società, decide tutto  quello che la riguarda e, in quello che può decidere, decide da sola. Questo perché la società intorno influenza tutto ciò che facciamo e anche come ci presentiamo alle altre persone. Definisce, in particolare, le scelte plausibili e, in genere, si decide solo tra quelle. Per conquistare spazi più ampi di libertà, occorre trasferirsi in un’altra società o estraniarsi, nella misura in cui è possibile, da quella in cui si vive.

  Decidere  richiede di capire. Capire  al fine di decidere  è la cultura. Quest’ultima è sempre un risultato collettivo e non è solo erudizione, vale a dire un sapere delle cose. Il sapere diventa cultura quando riesce a dare un orientamento per decidere, cioè, in base a quello che ho osservato, per partecipare alla decisione.

  Da quando papa Francesco ha spinto per una trasformazione sinodale delle nostre Chiese, e tra esse anche di quelle in Italia, gli esperti in varie discipline religiose e gli antropologi e i sociologi che si occupavano della religiosità popolare hanno prodotto vari lavori sul tema della sinodalità. In genere sono d’accordo nell’osservare che le nostre Chiese non sono organizzate sinodalmente: in particolare non sono libere, nel senso che ho sopra definito. Non vi è nemmeno riconosciuta la libertà di espressione, che è alla base di ogni cultura: in quanto risultato collettivo la cultura si basa infatti sul dialogo, che non può esservi se non si può parlare liberamente. Clero e religiosi stanno peggio delle persone laiche, le quali si valgono degli spazi di libertà consentiti, almeno in Europa, dalle democrazie avanzate. Clero e religiosi sono soggetti alle bizzarrie di un organismo di polizia teologica che oggi è definito Dicastero e che ha la funzione di rovinare la vita ai teologi cattolici di tutto il mondo, mediante una procedura opaca, in cui i diritti di libertà e la dignità della persona sono umiliati. E’ la metamorfosi di un’istituzione criminale denominata Inquisizione, che, dal Duecento all’inizio del secolo scorso ha insozzato il potere dei Papi. Con la soppressione, per conquista militare da parte del Regno d’Italia, essa perse il potere di ammazzare, infierire sui corpi e incarcerare. Conservò il potere, come detto, di cancellare il pensiero dei teologi appartenenti al clero e agli ordini religiosi, che ancora ha. E certamente l’atto di pentimento collettivo a cui papa Giovanni Paolo 2° ci guidò nel corso del Grande Giubileo dell’anno 2000 e che riguardò anche quel dispotismo non fu sufficiente: mancò qualsiasi autocritica del Papato, ed essa ancora manca.

  In Italia le persone laiche di fede, dagli scorsi anni ’70, hanno preso ad esprimersi anche su temi religiosi con gli strumenti della democrazia. E’ stata un’importante scelta di libertà, di tipo sinodale in quanto espressione anche di una cultura religiosa, ma la gerarchia ecclesiastica la criminalizza, anche se non può più colpire i disobbedienti. All’interno delle nostre comunità religiose, però, non è consentito di esprimersi. Questo le ha progressivamente impoverite e, in particolare, ha contribuito ad allontanare le persone giovani, che, almeno in Italia, vivono in una società democratica e non sanno che farsene della sciocca autocrazia ancora praticata in religione. La religione diventa inutile per loro e addirittura controproducente. Non posso dar loro torto.

  La vita in parrocchia è tutta centrata sulle liturgie, vale a dire su ciò che il clero può controllare. La cultura religiosa è di assai bassa qualità ed è ridotta in sostanza a favole bambinesche. Le persone più giovani, però, ad un certo punto non tollerano più di essere trattate come i bambini e se ne vanno. Da diversi anni i sociologi avvertono che sta accadendo anche alle donne, oggetto nelle nostre Chiese di odiose discriminazioni.

  Circoli di cultura religiosa esistono, ma fuori delle parrocchie o da altre istituzioni ecclesiastiche simili. Ci sono nell’associazionismo di impronta religiosa, come nella nostra Azione  Cattolica  e nel MEIC - Movimento ecclesiale di impegno culturale.

  Realizzarne uno in parrocchia potrebbe essere un importante obiettivo di sinodalità: lo si potrebbe fare utilizzando le possibilità di dialogo consentito dalle videoconferenza, di cui, in tempi di COVID, alcune persone hanno potuto fare esperienza.

  Innanzi tutto bisogna ricominciare a leggere e a confrontarsi su ciò che si è letto. Di solito siamo abituati a dipendere in tutto dal clero, ma da esso non ci verrà nulla di utile per la sinodalità perché essa è palestra di libertà e clero e religiosi, per ciò che s’è detto prima, non sono persone libere.

  Per i più anziani si tratta forse di un obiettivo irraggiungibile perché la persona anziana ha di solito difficoltà a cambiare e finora religione tra le persone cattoliche ha significato più che altro liturgia, vale a dire attività in cui non è richiesto di confrontarsi. Si sta a sentire e si risponde come indicato nelle formule stampate sul  foglietto. Ma molte persone anziane nella loro vita hanno fatto esperienza di cultura e potrebbero addirittura esserci di guida nella costruzione di una vera sinodalità.

  Per il resto, bisogna considerare che, per ragioni fisiologiche insuperabili, il dialogo è possibile realmente solo tra persone della stessa fascia d’età, altrimenti non attira, e non ci si può fare nulla. Senza l’emotività coinvolta nelle relazioni personali tra coetanei o quasi non si fa realmente cultura. Quindi bisognerebbe pensare un sistema di circoli per classi d’età, con momenti condivisi.

 Tutto questo può sembrare irrealistico, in un momento in cui la sinodalità sembra stare per essere messa in archivio: in parrocchia da noi, ad esempio, non se ne parla più. Si è ricominciato come se nulla fosse accaduto. Del resto il Papa, si vede, non sta bene, e probabilmente tra quelli che avranno voce nella sua successione c’è chi pensa che non è il momento di spingere sulla sinodalità, perché tra non molto potrebbe passare di moda. In un sistema di potere di autocrazia assolutistica come quello del Papato romano in effetti è così: il nuovo gerarca religioso potrebbe cancellare con pochi tratti di penna tutto ciò che era stato disposto dal suo predecessore. Cambiare le nostre Chiesa nella loro componente di popolo sarebbe però molto più difficile. E’ appunto questo il problema al quale papa Francesco vorrebbe rimediare: gerarchia e popolo che vanno ciascuno per la propria strada, sostanzialmente ignorandosi e diffidando reciprocamente, con il popolo che, duramente umiliato negli ambienti religiosi, trova la sua rivalsa nella società democratica in cui le libertà civili sono riconosciute e protette.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli