lunedì 2 maggio 2022

Sinodalità in piccolo

 

Sinodalità in piccolo

 

  Nell’incontro di venerdì scorso del MEIC - Lazio su Democrazia e Sinodalità  è stato osservato che la sinodalità è sprecata per decisioni minime, come decidere dove piazzare la statua di un santo in chiesa o l’orario delle messe, che anche senza procedure sinodali si risolvono da sole. E’ stato anche detto, però, che c’è il timore che cominciando dalle cose piccole poi si finisca per voler mettere bocca anche sui dogmi. Quindi, ostacolare la sinodalità nel piccolo può essere visto come una forma di tutela dei principi maggiori, che dovrebbero essere tenuti fuori della portata dei più, perché pasticciandoci sopra ne risentirebbe l’integrità della Chiesa. Inoltre, per le persone appassionate alle questioni più complicate, occuparsi del piccolo è noioso, preferiscono occuparsi di cose più elevate, nelle quali però trovano l’ostacolo degli interdetti riguardanti i dogmi, vale  a dire tutto ciò che non può essere creduto diversamente, altrimenti si è fuori.

  Devo dire che non amo dogmi e dogmatica, non perché non siano costruzioni di pensiero affascinanti, ma perché sono costati tanto sangue. Sarebbe bello se fosse diverso, ma è così, è storia e la storia non può essere cambiata, ma solo falsificata. Da strumenti  conoscitivi di sintesi, presto i dogmi divennero norme giuridiche per stabilire chi fosse dentro e chi fuori, anatema, e quelli fuori vennero criminalizzati. E’ la storia della persecuzione degli eretici. L’invenzione dell’idea di eresia si fa risalire all’apologeta Giustino, nato a Nablus in Palestina da immigrati nel Secondo secolo e morto martire a Roma. In particolare, il potere del neo-papato imperiale fondato nel Secondo millennio a partire dalla riforma del papa Gregorio 7° si fondò principalmente sulla repressione delle eresie, da cui gran parte di quella storia sanguinosa di cui dicevo.

  Quindi, riassumendo: non varrebbe la pena di occuparsi delle piccole cose, che lasciate a se stesse si risolvono da sole, e delle cose maggiori ci si può occupare come muovendosi in un campo minato.

 Sulle cose grandi il nostro problema principale non è di cambiarle o sostituirle, ma di disinnescarle, in modo che non diventino più strumenti di sofferenza. Si tratta, formalmente, di definizioni, ma sono collegate ad un sistema di potere ecclesiastico. Le stesse cose che vorrebbero significare potrebbero essere dette in altro mondo  e in termini equivalenti ma è il potere a cui sono legate che non vuole essere definito in altro modo. Il problema è quindi politico, non teologico. Disinnescando quelle definizioni esse tornerebbero ad essere ciò che dovrebbero rimanere: strumenti di comprensione e di dialogo. Ma è inutile cercare di disinnescare partendo dalla teologia: occorre agire sul sistema di potere che le rende fonti di esclusione. 

  Il fatto di non poter mettere bocca sui dogmi non pesa molto alla maggior parte dei laici. La dogmatica dal Duecento è divenuta materia specialistica universitaria e i più non ne sono acculturati, ma questo fa poco danno in sé. Pesa molto di più essere emarginati nelle cose piccole, quelle delle quali si vive nelle realtà di prossimità, ad esempio in un parrocchia. Qui non sono in questione i dogmi ma un sistema di potere che, appunto, emargina. Lo fa con il pretesto di proteggere le cose grandi, ma in realtà protegge solo se stesso, perché per i più i dogmi rimangono sullo sfondo. Quando un parroco pretende di accentrare la decisione sugli orari delle messe, è la propria supremazia che protegge, la teologia non c’entra nulla. L’ufficio del parroco lo si vuole monocratico e non partecipato, se non mediante consulenti, perché è tutta la piramide gerarchica che è costruita così, da circa ottocento anni, e i gerarchi si legittimano a vicenda, dal basso e dall’alto. Nessun altro potere viene riconosciuto a parte il loro. Come oggi è comunemente ammesso, questo è un portato storico. Si tratta di una struttura di potere obsoleta che è divenuta intollerabile nella mentalità degli europei occidentali contemporanei e, in parte, nell’America settentrionale e latina, vale a dire nelle  popolazioni che nella nostra Chiesa di fatto danno la linea di come la fede debba essere pensata e vissuta. Si dice che la Chiesa si dissolverebbe abbandonando l’attuale struttura gerarchia, ma comincia a farsi strada la consapevolezza che quest'ultima sia, in realtà, tra le principali cause della crisi. Non cambiando le cose così come sono, la nostra Chiesa si dissolverà rapidamente.

  A questo punto si capisce l’utilità di occuparsi sinodalmente delle cose piccole. Bisogna fare tirocinio del nuovo, che non è possibile progettare compiutamente, perché non si sa bene come risponderà la gente di fede. E’ così che accade negli affari sociali. Bisogna però che queste sperimentazioni non siano limitate a piccole cerchie di eletti, ma provate sulle masse dei fedeli, dalle quali emerge una certa insoddisfazione per come vanno le cose, meno marcata negli anziani, ma molto sensibile in tutte le altre persone, ora anche tra le donne. Tornare al passato o anche solo mantenere le cose così come stanno, congelandole, come si tentò di fare sotto il regno di papa Wojtyla, non è possibile: il nuovo comunque ci precipiterà addosso, e sarà o la dissoluzione, o la trasformazione secondo certe linee di tendenza che appaiono pericolose, come quelle clericofasciste o dell’intimismo estatico, oppure, se ci si darà da fare, l’evoluzione dell’agàpe  evangelica in quella realtà sociale molto partecipata, misericordiosa e amorevole tratteggiata negli scritti di papa Francesco, nella quale al centro non sono i dogmi come discrimine tra il dentro  e il fuori, ma la capacità di volersi bene come indicato nella vita del Maestro.

  Fare tirocinio, vale a dire provare  a fare, è già cambiare e anche molto profondamente. Così non va sottovalutata l’importanza di una procedura mediante la quale in un organismo partecipato una comunità parrocchiale decida, in comunione con il parroco come si dice, l’orario delle messe. Questo significa, appunto, costruire una comunità, laddove oggi prevalentemente vi è un pubblico di utenti del sacro, nella migliore delle ipotesi, o una platea di liturgie sacre, o, se le cose vanno male, ci sono dei poveretti che del sacro divengono schiavi, in realtà schiavi non del sacro in sé ma dei gerarchi, vale a dire di chi esercita il potere mediante il sacro. Un potere si dice sacro quando lo si definisce come voluto dal Cielo e, in questo, immutabile. Chi si azzarda a dire che stabilire gli orari delle messe sia voluto dal Cielo, per cui sia appannaggio solo del gerarca? Così per aprire la via alla reale sinodalità popolare occorre anche desacralizzare lì dove la sacralizzazione appare arbitraria.

  Va detto che la sinodalità popolare è tutt’altro che facile. Chi ha provato a sperimentarla  lo sa. Innanzi tutto perché non la si è mai fatta e nessuno sa bene come si fa. Poi perché ciascuno è tentato di cercare di prevalere  e su questa via si creano permali e, in crescendo, anche odii feroci. E’ molto difficile argomentare tenendo conto degli argomenti altrui. C’è un deficit di formazione in merito: si punta in genere a preparare animatori, che però agiscono come dall’esterno sulla comunità decidente, e spesso si cade nelle trappole di leader carismatici che prevalgono fascinando, non argomentando. Poi, naturalmente, spesso si prendono cattivi esempi dai gerarchi superiori tirando di mezzo disinvoltamente la dogmatica senza saperla maneggiare, a soli fini di escludere chi su un certo tema non la pensa in un certo modo. E’ comodo sbottare in un “Tu non sei di Cristo!”, invece di argomentare. Del resto è così che si è proceduto nella nostra Chiesa, praticamente fino all’altro ieri.

  Poi, sulla base di un tirocinio positivo nelle piccole cose, si può cominciare a ragionarci sopra, cominciando ad articolare una corrispondente ideologia, e, per chi ne è capace, anche una teologia in senso proprio. In questo caso si ragiona su ciò che c’è, mentre spesso la teologia, anche la più affascinante, al dunque mi  pare che  arzigogoli su fantasie.  Fantasie in base alle quali, però, si è molto ammazzato. Quando poi si decide che conviene piantarla, tutto si risolve abbastanza presto, come tra cattolici e protestanti sulla sfiancante dottrina della giustificazione, chiusa pacificamente nel 1999 con la Dichiarazione congiunta di Augsburg  dopo aver provocato incredibili sofferenze e stragi nei secoli precedenti.

   Ieri è stata la festa dei lavoratori. Una delle principali istanza del movimento che la promosse fu ed è quella di far realmente partecipare  i lavoratori, vale a dire quelli che dipendono da altri per vivere, all’organizzazione della società. E’ scritto anche nella nostra Costituzione repubblicana, al secondo comma dell’art.3:

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

 L’emarginazione nelle e dalla cose sociali causa una sofferenza ingiusta e rende ingiusta l’organizzazione dei poteri sociali, perché chi riesce ad arrivare in alto ha il principale scopo di rimanervi prendendo più che può. Questo è ancor più inammissibile quando è in questione ciò che chiamiamo Grazia, perché deforma l’immagine della divinità proprio mentre deforma l’immagine della creatura umana.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli