domenica 15 maggio 2022

Resoconto dell’incontro del MEIC Lazio di venerdì 13 maggio 2022 sul tema “Magistero e fedeli in ascolto reciproco”, con l’aiuto del professore di teologia morale don Cataldo Zuccaro.

 

Resoconto dell’incontro del MEIC Lazio di venerdì 13 maggio 2022 sul tema “Magistero e fedeli in ascolto reciproco”, con l’aiuto del professore di teologia morale don Cataldo Zuccaro.

[a cura di Mario Ardigò – in base agli appunti presi durante il dibattito]

 

1. Venerdì scorso il MEIC – Movimento ecclesiale di impegno culturale del Lazio si è confrontato in videoconferenza Zoom sul tema “Magistero e fedeli in reciproco ascolto”, con l’aiuto del teologo morale don Cataldo Zuccaro, docente presso le università Urbaniana e Gregoriana.

  Da qualche mese stiamo incontrandoci per riflettere sui cammini sinodali condotti in Italia e nel mondo.

  In quest’ultima occasione ci siamo occupati del più  ampio dibattito sull’etica del rapporto  tra  Magistero e sensus fidelium [l’intuizione della giusta direzione da parte del Popolo di Dio] con lo scopo di focalizzare la necessità che esista un dialogo tra i fedeli e il magistero. La prospettiva peculiare, più  che l’approfondimento dei due termini in questione, ha riguardato piuttosto la loro relazione e il servizio che da essa può̀ derivare per una comprensione maggiore della verità̀ rivelata e delle implicazioni antropologiche ed etiche che essa comporta, ed anche la domanda sulle possibilità  concrete e gli spazi offerti dalla Chiesa perché tale reciprocità di ascolto sia effettivamente praticata

 

2. Sono stati evidenziati tre punti, i primi due propedeutici al terzo:

a)gli attori del reciproco ascolto;

b) l’oggetto del reciproco ascolto;

c) reciprocità dell’ascolto, centrata sul dialogo

2.1.  Il rapporto tra Magistero e fedeli ha avuto storicamente più paradigmi,  è stato osservato.

 All’inizio furono determinanti i sinodi locali. Non era ancora avvertita la primazia del Papa, anche a causa delle distanze tra le comunità cristiane. Più avanti nell’organizzazione di  sinodi e concili furono spesso determinanti gli imperatori romani.

 Il confronto con l’impero condusse poi a una visione più politica del Papato. Alla concezione della Chiesa come società perfetta e del  Papa come leader politico, piuttosto che guida spirituale.

 Il termine  “Magistero” ha avuto slittamenti di significato fino all’epoca moderna.

  Il Magistero fu visto  come custode dell’ortodossia dal Concilio di Trento, fino al papa Pio 12°.

  Fin dalla scoperta del nuovo mondo i missionari cercarono vie nuove di evangelizzazione, oltre la precisione linguistica. In questo, il concentrarsi su quest’ultima creò difficoltà.

  Il Magistero si svolge in costante relazione con la rivelazione.

  La reciprocità tra Magistero e fedeli c’è, ma è sempre vincolata alla rivelazione e mediata da essa, è stato detto. Se entrambi si pongono all’ascolto della rivelazione c’è anche poi l’ascolto reciproco: la norma della reciprocità non è quindi il Magistero stesso, ma la rivelazione.

  Bisogna superare la rivendicazione di spazi propri e privilegi. L’obiettivo deve essere invece la sinergia.

 L’autorità va compresa secondo la sussidiarietà [il superiore interviene dove l’inferiore non riesce, in suo aiuto, senza sostituirsi] piuttosto che secondo il paradigma della delega da superiore a inferiore, in cui l’inferiore agisce nel nome e per conto del superiore.

  Vi deve essere più condivisione comunitaria.

2.2.  C’è una verità da ridefinire. All’inizio la concezione della verità fu di natura dogmatica. Dal Concilio Vaticano 2° si distingue un oggetto primario, costituito dalle  verità contenute nel deposito di fede, e un oggetto secondario, vale a dire le verità talmente connesse con le prime che il  Magistero deve avere competenza anche su di esse.

  Di fatto, quindi, la verità viene intesa ancora come dottrina, specie definitoria, come corretta comprensione delle verità comprese nel deposito di fede o ad esse strettamente connesse. Passa allora un po’ in secondo piano il contenuto antropologico, quello della vita: viene privilegiato l’aspetto dottrinale rispetto a quello esistenziale.

  La fede proclamata dal Magistero non è però  solo un credere, è stato osservato,  ma anche un  applicare la fede  nella vita. C’è l’esigenza di salvaguardare il deposito della tradizione, ma anche quella di salvare l’applicazione della fede nella vita. La fede chiede una coerenza sul piano etico, da costruire nella sua applicazione nella vita. In questo anche i fedeli hanno una competenza vissuta e incarnata in alcuni settori e ambiti della vita. La dimensione esistenziale è costitutiva del sensus fidei et morum [l’intuizione della giusta direzione nella comprensione della fede e nell’etica]. Il discernimento della fede vissuta non può basarsi solo sul piano dottrinale, ma deve tener conto anche della vita dei fedeli. Non si potrà prescindere dall’interpretazione dei fedeli nei diversi ambiti della loro vita. Si tratta di una questione anche dogmatica: il sensus fidei è coinvolto nella vita dei fedeli. Quest’ultima non è un criterio normativo del Magistero, ma il Magistero non può efficacemente darsi solo da un punto di vista dottrinario.

  Il vissuto, è stato detto,  fa parte di un’ermeneutica dello stesso deposito della verità rivelata.

  Non solo lo studio delle fede ma anche la sua rilevanza antropologica morale serve a individuare il vero, altrimenti si rischia di imporre solamente, ad esempio, un insegnamento morale  come transculturale, quindi obbligatorio per tutti, dovunque e allo stesso modo  a prescindere dai contesti culturali. L’autorità della Chiesa non è però solo quella della dottrina, ma anche quella della vita. Altrimenti si finisce in una magistrolatria: vale  lìattribuire al Magistero forme di informazioni inaccessibili ai fedeli, al limite del magico.

2.3 Il dialogo, la reciprocità dell’ascolto.

  I christifideles laici: la condizione dei fedeli laici. Abbiamo limitato  a questo ambito quello che come MEIC ci è più vicino, il discorso.

  I laici hanno una competenza specifica e insostituibile derivante dalla loro esperienza. Danno una risposta verificata alla prova della vita. Non solo in via deduttiva  e teorica.

  Il Concilio la interpreta non solo come funzione strumentale e organizzativa, ma come elemento costitutivo della Chiesa (si veda la Lumen Gentium sul Popolo di Dio). Il Magistero, in questa prospettiva,  non è considerato come la guida di un branco  di fedeli inconsapevoli.

  La persona riceve da altri la propria esistenza e invoca gli altri: dal pianto del neonato al rantolo del morente. Essa è costitutivamente rivolta a chi può rispondere al suo bisogno. La reciprocità non è una dimensione periferica, ma le appartiene come costitutiva.

  Il dialogo, allora,  non può essere considerato solo strumento per uno scopo, anche se importante come la verità, né solo come risposta al pluralismo: è la dimensione normale con cui la persona si relaziona agli altri, consapevole della propria insufficienza. Il contenuto del dialogo non è solo la ricerca di una verità, che si ammette di non conoscere pienamente, ma la consapevolezza della propria indigenza  e della necessità della relazione con le altre persone.

   Il dialogo, certo, può anche essere sfruttato per dominare l’altro.   E’ però attività che realizza la persona: è soprattutto vero che è il dialogo che fa la persona.

  Il Magistero non è la rivelazione di qualcosa di segreto o sotto il  dominio del  magico. Non è un’azione che schiaccia le leggi umane e forza dall’esterno le strutture antropologiche.

  Tuttavia  occorre anche evitare una riduzione antropologica del Magistero eliminando la Grazia dello Spirito del Gesù risorto.

  Il dialogo è necessario per ragioni di ordine antropologico, etico, teologico. Negarlo è contrario allo sviluppo della persona: è un tradimento di natura dogmatica, oltre che morale. E’ una deviazione rispetto a quella realtà della persona che trova conferma nella rivelazione cristiana.

 Il Magistero quindi dovrebbe ascoltare per mediare la rivelazione nella vita.

  Occorre discernere le implicazioni del vangelo nella dimensione etica. Il Magistero deve mostrare consapevolezza che la sua competenza non è, in questo, esclusiva.

  I laici particolarmente competenti, incoraggiati dai pastori, devono far sentire la loro voce. E’ scritto nei documenti del Vaticano 2°, è stato osservato. I pastori si lascino da loro interrogare, senza rinunciare al loro carisma.  Si tratta di atteggiamenti speculari.

  I laici non sono solo posti all’interno come fruitori passivi, ma essi stessi contribuiscono ad edificare la Chiesa che li accoglie. Non sono solo chiamati ad adeguarsi ad una tradizione, ma attraverso la loro testimonianza vissuti hanno la responsabilità di far crescere quella tradizione.

  L’inosservanza di un  insegnamento morale non sempre deriva dall’incapacità etica del fedele,  ma può essere conseguenza di un insegnamento non adeguato.

  Newman chiedeva di porre l’infallibilità del Papa all’interno della comunità dei credenti, sebbene le dichiarazioni del Papa non debbano essere parificate a quelle dei  fedeli.

  Tutti i fedeli hanno ricevuto l’unzione dello Spirito Santo: su questo si fonda il loro munus [funzione pubblica] anche di governo e di santificazione.

  Tutti possono collaborare, specialmente in situazioni inedite.

  L’interpretazione degli insegnamenti del Maestro non è necessariamente monocromatica, deve invece essere policromatica. La strada che il Concilio indica è quella del dialogo tra tutte le componenti del popolo di Dio.

2.4. Conclusione.

  La reciprocità dell’ascolto si realizza concretamente nel dialogo, attività necessaria sotto più profili. Negarla è anche un tradimento della verità morale.

  La competenza etica è legata necessariamente a quella di testimonianza di vita. I laici, in questo, sono necessari perché il Magistero non divenga disincarnato e ininfluente.

 Il magistero non deve esse presentato come qualcosa che magicamente attinge a informazioni inaccessibili alle altre persone di fede.

 Il consenso del fedeli rimane vitale non solo come espressione di opinioni estemporanee, ma anche nel quadro di una struttura organizzata in cui anche il dissenso possa essere ammesso. La sinodalità richiede quindi adeguate strutture ecclesiali.

  Magistero e  fedeli: la congiunzione va presa sul serio. Non ci deve essere una relazione conflittuale. La congiunzione “e” dice che esiste un’unica Chiesa in cui tutti posso esprimere i doni ricevuti.

  Tutto finirà nel Regno di Dio.

3. Dopo il primo approfondimento con l’aiuto di don Cataldo, si è sviluppato un vivace dibattito.

 E’ stato osservato che il dialogo si articola in vari movimenti, dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto, ma anche con sviluppo orizzontale: tutti questi processi possono essere virtuosi purché il dialogo sia effettivo. In questo sono molto importanti i fattori strutturali.

  In poche comunità ci sono le condizioni giuste per trattare questi temi, per poi dialogare con il Magistero. Ci sono molte difficoltà.

  Le esperienze di vita devono essere rielaborate, ma difficilmente si riesce a farlo e questo crea difficoltà nel relazionarsi poi con il Magistero.

 Ha incontrato apprezzamento l’osservazione che il dialogo non ha solo una funziona strumentale: tutte le cose che oggi noi auspichiamo come laici nello sviluppo della sinodalità hanno anche un fondamento teologico.  C’è una radice profonda dell’esigenza di ascolto. Ma perché l’ascolto non si realizza? C’è qualcosa che non va. C’è forse una scarsa competenza da parte dei sacerdoti ma anche dei laici.

  Che fare, allora? In particolare,per non fermarsi alle piccole cose che si riescono a conquistare sul piano organizzativo.  Ad esempio sulle questioni dell’etica sessuale. E’ possibile fare un passo in più?

 Ci si è chiesto: “Chi sono i fedeli? I battezzati?”  Sono battezzati anche i protestanti, da qui l’esigenza di una sinodalità ecumenica.

 Che cosa è la verità? Ci sono verità scientifiche, filosofiche ecc. C’è una crisi concettuale in questo campo.

  Si parla allora molto alle opinioni, e della  libertà di opinione.

  C’è una diversità profonda anche all’interno del Magistero, ad esempio tra quello di Benedetto 16° e quello di Francesco.

  Non ci può essere un dialogo asimmetrico, in cui uno dei due dialoganti ha sempre l’ultima parola. Il dialogo per sua natura dovrebbe essere tra pari. Si sa come si entra nel dialogo ma non si dovrebbe sapere come si esce dal dialogo. Può accadere qualcosa di imprevisto. Se già si sanno le conclusioni, questo non è dialogo.

 Ciò che ha a che vedere con la morale non può discendere da sistemi astratti, ma deve discendere dalla vita. Non c’è un ordine geometrico della morale.

  Il magistero non verbale, è stato osservato, sta assumendo sempre più importanza.

  La gente non sa ripetere un discorso di papa Francesco, ma dai suoi gesti le persone traggono conseguenze, un insegnamento.

  Le immagini sono molto significative: è il magistero della vita.

  C’è un problema cinetico. La lentezza nella ricezione delle istanze che vengono dalla vita fa sì che qualcuno sia sempre in ritardo. C’è anche un ritardo del popolo di Dio rispetto al Magistero, ad esempio sul magistero sull’economia: il popolo di Dio in questo campo è terribilmente in ritardo.  Ad esempio in materia di tasse. Sull’etica tributaria il Magistero è molto più avanti del Popolo di Dio, ma su altri temi è diverso. Il biologo direbbe: ci vogliono catalizzatori, per bypassare questi ritardi, queste inerzie.  Quale potrebbe essere un ufficio catalitico nella Chiesa?

  Perché questo dialogo non si conclude e non porta risultato?, ci è chiesti. Si potrebbe cominciare dal poco, ma non si  fa nemmeno questo.

  Le difficoltà del dialogo sono evidenti.

  Si è ricordata l’esperienza neocatecumenale in cui il fedele accosta la Parola di Dio, nell’esperienza detta della risonanza: dice quello che la Parola gli suscita dentro. Il sacerdote assiste, non coordina, e anche gli altri che ascoltano fanno lo stesso. Può essere un modo interessante di procedere nell’ascolto della Parola,  ma poi non c’è alcun dialogo. Ognuno dice la sua, per proprio conto.  Così poi non si cresce. Ognuno pensa sempre di avere ragione. E’ un dialogo con sé stessi che non sempre porta cose buone.

  E’ necessario stabilire un dialogo tra pari, con il  confronto. Uno non può dire le cose più strampalate mentre gli altri tacciono.

 E’ stato ricordato che Gregorio 7° e  san Benedetto hanno costruito l’Europa. La regola di san Benedetto: ora et labora. I monasteri facevano cultura. C’era un sentire comune, anche a prescindere dalle regole: c’era un sentire comune, basato sul condividere un fare. Un cultura condivisa

  Se c’è un sentire condiviso non c’è bisogno di tante regole.

  Il Magistero dovrebbe accertare le persone come sono.

 E’ stato ricordato un detto del filosofo  Benjamin a proposito della teologia: la teologia è diventata un piccolo nano che non piace più a nessuno. Prima invece era un punto fermo, attorno al quale ruotava tutto il resto. E’ un piccolo nano che però sta dietro i giocatori di scacchi è dà buoni suggerimenti.

 Si parla del sensus fidei, ma il diritto canonico non conosce questo concetto e allora esso non passa nella pratica. C’è un problema di passare dalla teoria alla pratica.

  La competenza è irrinunciabile, in ogni campo. La Chiesa non può sentirsi competente  su tutto e deve intercettare le competenze altrui, soprattutto quando non è in questione la dottrina.

  E’ stata ricordata l’esigenza del dialogo con le giovani donne, che si stanno allontanando dalle parrocchie, perché trovano pochi modelli adeguati. Alle fedeli cattoliche, allora, spettano grandi sfide. E’ in discussione anche lo stesso essere donna. Ci aspetta un problema complicato.

L’immaginario femminile dei parroci è, ad esempio, carente. Non vengono abituati a un rapporto paritario, di corresponsabilità con le donne. L’ottica, per loro, è sempre quella dell’accompagnamento.

  In quest’esperienza di MEIC che abbiamo fatto abbiamo messo in pratica realmente il dialogo, parlando liberamente e francamente.

  E’ un modo pratico, anche se non ecclesiastico al 100%, per trasmettere convinzioni e vita.

  Una Chiesa inclusiva: questa è la finalità del magistero del Papa.

  Anche nei Padri della Chiesa c’era questa visione, ad esempio in Cipriano di Cartagine.

 E’ stato ricordato un pensiero del filosofo  Origene (vissuto tra il 2° e il 3° secolo): se uno esce dalla verità esce dal timore di Dio, e allora  esce dalla Chiesa anche se non è espulso dalla voce del vescovo, ma anche viceversa l’espulsione non conta se il giudizio degli uomini non è retto secondo la verità. A volte chi è messo fuori è dentro e chi sembra essere dentro è fuori. C’è l’esigenza di una inclusività maggiore.

   Nel mondo di oggi si parla di post-verità, ma la  crisi della verità preoccupa. All’interno della Chiesa c’è però il problema opposto, di una verità posseduta da qualcuno, che per questo non può essere veramente condivisa. Nella società intorno si preferisce parlare di opinioni, ma anche qui allora non si raggiunge mai una verità condivisa. Però, certo, non si può dialogare senza l’espressione di opinioni, senza poterlo fare liberamente. Il dialogo deve essere simmetrico, alla pari. E’ vero anche all’interno della Chiesa: si va superando la separazione tra Chiesa docente e Chiesa discente. La Chiesa docente è anche discente, verso la rivelazione, e la Chiesa discente è anche docente, sempre nel confronto con la rivelazione. Perché una persona laica non può decidere in ambito ecclesiale? E’ vero: non c’è dialogo se si sa già come andrà a finire.

 Il Battesimo è il fondamento teologico della partecipazione dei laici.

 I laici pongono la Chiesa, non vi sono solo dentro. E’ stata citata la metafora biologica, proposta da un professore socio Meic, Cirotti, della collaborazione delle cellule per indicare quella che dovrebbe esserci nella Chiesa.

  Non si deve però essere sfiduciati, è stato osservato. I tempi della Chiesa possono essere lunghi, ma non bisogna perdere la speranza che andando avanti certe idee diventeranno anima della Chiesa.

  Il Concilio di Trento livellò il linguaggio teologico sul latino, in un sistema di formule. Al tempo di Matteo Ricci per i cinesi non andava bene. E anche per noi oggi.

 

Sintesi del dibattito di Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli