lunedì 16 maggio 2022

Futuri religiosi

 

Futuri religiosi

 

  Pensare il nuovo significa pensare  il presente o il futuro.   

  Nella prima prospettiva le novità incombono: è quella della prima enciclica della dottrina sociale contemporanea, appunto intitolata Delle novitàRerum novarum, del 1891. All’epoca le novità a cui in quel documento si fece riferimento erano i moti sociali in difesa del proletariato (definito proprio così in quel testo), in particolare quello cittadino e industriale. Si trattò sostanzialmente di un magistero sul socialismo, duramente criticato  nelle sue pretese di riforma sociale e nei suoi metodi, quindi sia nel futuro immaginato che nel presente praticato, pur condividendone l’analisi dell’origine delle sofferenze sociali del proletariato, inteso come i lavoratori che dipendevano dai capitalisti per la propria sussistenza. La soluzione proposta: tornare all’ordine medievale europeo in cui corporazioni di artigiani avevano avuto un ruolo politico, in particolare nell’esperienza dei Comuni diretti da propri Consigli. Una riforma del tutto irrealistica nell’Europa di fine Ottocento, nella quale le riforme sociali cominciavano ad essere sostenute da forme più aperte di democrazia politica, con il coinvolgimento di sempre più gente negli affari sociali. Irrealistica perché pensata da persone con scarsa competenza in quest’ultimo campo. Ci volle quasi mezzo secolo perché anche il magistero religioso ne prendesse atto e tentasse di porvi rimedio. In mezzo ci sta l’abbaglio per i fascismi europei, in particolare, in Italia, per quello mussoliniano e per quelli della penisola Iberica, durati addirittura fino agli anni ’70, per non parlare di quelli latino-americani. Negli anni ’30 fu raggiunto un concordato anche con il regime nazista hitleriano, accordo nella conclusione del quale fu protagonista Eugenio Pacelli da Segretario di Stato della Santa Sede.

  Nella seconda prospettiva le novità sono principalmente quelle progettate, che quindi ancora non ci sono, se non in germe. La riforma sinodale che stiamo cercando di impersonare e praticare da qualche mese è di questo tipo, perché, appunto, ancora non c’è. Risponde al problema dell’irrilevanza sociale della nostra fede, in particolare in Europa occidentale, ma anche ad una vera e propria dissoluzione delle esperienze religiose, molto marcata nell’Europa settentrionale. In Italia essa ha cominciato a manifestarsi da quando è entrata in crisi l’organizzazione del cattolicesimo democratico, che aveva retto le sorti della nuova Repubblica popolare dal 1946 al 1994, un arco temporale molto lungo. Lo stato in cui appare meno sensibile è la Germania in cui fino a pochi mesi fa i cristiani democratici erano al governo e dove, forte di un imponente finanziamento pubblico, la Chiesa cattolica nazionale ha coinvolto potentemente il laicato negli affari religiosi, in particolare con un’originale esperienza sinodale tuttora in corso. In quella nazione da decenni si è formato un ceto di teologhe  e teologi laici ai quali sono state affidate importanti responsabilità nelle parrocchie. Ciò che finora è risultato impossibile ottenere in Italia, in particolare per il fatto che la teologia a livello universitario è confinata, per ragioni storiche, nelle università pontificie che, per vari motivi, non possono essere considerate organismi del tutto liberi, soggiacendo alla pesante pressione della polizia ideologica dell’istituzione che, nella Santa Sede, è succeduta alla triste e tragica Inquisizione romana.

  Si progetta ciò che si pensa possa essere utile per il futuro. Ma l’utilità dell’esperienza religiosa non è più molto evidente. E infatti, nel fare pubblicità per ottenere la destinazione del cosiddetto 8xmille  nelle dichiarazioni dei redditi, più o meno tutte le Chiese mettono in luce anzitutto le loro attività caritative, cosa non del tutto onesta, perché sono principalmente altro. Ma, ad esempio, in Italia la pesante pressione che la gerarchia cattolica esercitava nei confronti della politica, arrivando a bloccare le procedure legislative su certi temi, un tempo era considerata positivamente, ora invece non più tanto. L’imponente finanziamento pubblico in Italia rende indipendenti clero e religioso dai fedeli laici: anche questo un tempo veniva considerato positivamente, ora è diverso. Finisce con l’ostacolare il processo sinodale che viene oggi proposto, perché pressati dal laicato, ad un certo punto clero e religiosi possono liberarsi d’impaccio decidendo di fare da sé, tenendo intorno a sé solo la gente che ci sta. E’ quello che, in fondo, accade nella gestione delle parrocchie, dove sembra impresa quasi impossibile cambiare anche le minime cose dal basso e spesso anche le direttive dall’alto vengono disinvoltamente ignorate, come quella che impone  che i Consigli pastorali parrocchiali siano convocati e funzionino.

   Oggi la funzioni prevalenti nelle strutture religiose territoriali, quindi nelle articolazioni locali della gerarchia che si vorrebbe trasformare in vere comunità, sono quelle di prima formazione etica dei più giovani, compito in cui gli adulti sono sempre più incerti, di liturgizzazione, quindi spettacolarizzazione, degli eventi della vita personale, di assistenza sociale sussidiaria e di sostegno psicologico, dove ci sono abbastanza preti, queste due ultime attività rispondenti all’esigenza dello star bene  personale. Troppo poco per avere un qualche impatto sociale.

  In realtà, mi pare che prevalga la paura delle novità, soprattutto in un clero e tra religiosi in prevalenza molto anziani, e la difficoltà di rivolgere un pensiero ad un futuro in cui la religione conti ancora qualcosa in società.

  Si è visto, di questi tempi, sulla questione della guerra europea che è in corso in Ucraina, con il crescente coinvolgimento dell’Europa occidentale, e anche dell’Italia. A parte poche scontate parole di circostanza, non ve ne è traccia, mi pare, nella predicazione, salvo che in quella del Papa, che mai come ora mi pare una persona sola.

  Anzi, la concentrazione della società sulle questioni poste dalla guerra, praticamente ignorate nelle nostre Chiese, mi pare sia stata l’occasione colta per mettere in sordina i processi sinodali in corso, quando invece la sinodalità doveva e poteva esservi principalmente coinvolta, perché essa ha al proprio centro proprio la gestione pacifica dei conflitti sociali, che ora nella nostra Chiesa si preferisce piuttosto negare o nascondere con una certa ipocrisia.

 Ad esempio, dove la conflittualità parrocchiale è più sensibile, come indubbiamente nella nostra realtà, si preferisce non convocare il Consiglio pastorale parrocchiale, che dovrebbe essere la sede principale per discuterne e cercare vie d’uscita. Così però si fa sempre meno esperienza di sinodalità, che è anzitutto pratica prima che teoria, e così, come accaduto negli incontri cosiddetti sinodali  che si sono fatti nella nostra parrocchia, quando ci si ritrova almeno per parlarne, non si sa che dire. E, del resto, le indicazioni venute dalla Diocesi erano nel senso di non fare un dibattito, quindi negando il dialogo, in cui si parla ma anche si ascolta, dimensione che, nell’incontro del Meic Lazio  di venerdì scorso ci è stato detto essere addirittura costitutiva  della Chiesa, lì dove anche i laici hanno una propria competenza in base al proprio vissuto.

  Non bisogna perdersi d’animo, però, è stato detto alla conclusione di quell’incontro. Qualcosa cambierà sicuramente, perché le società evolvono e le Chiese in esse, e come sarà il futuro, se sarà ancora religioso o non, dipenderà anche da noi, da una miriade di piccole iniziative di sinodalità pervicacemente praticate, che poi potrebbero costituire una rete. Come ad un certo punto, nella storia dell’evoluzione biologica, ai grandi rettili seguirono i mammiferi, così accadrà nelle nostre Chiese. La settimana prima il relatore aveva osservato che nel giro di dieci anni, per consunzione naturale, il sistema della parrocchie come ancora lo stiamo vivendo, svanirà. Bisogna progettare il nuovo futuro che ne seguirà.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli