Manuale operativo di sinodalitá
- 15 -
Magistero e sinodalitá nella pratica comunitaria
Venerdì prossimo il Meic Lazio si confronterà sul tema "Magistero e fedeli in reciproco ascolto", con l'aiuto del professore di teologia Cataldo Zuccaro.
Con il termine "Magistero" indichiamo un organismo e la dottrina deliberata da esso. Quest'ultima è costituita da definizioni che servono a stabilire chi è dentro la Chiesa e chi ne è fuori. L'organismo è il complesso gerarchico costituito dai vescovi e dal Papa. Solo loro sono legittimati, per il diritto della Chiesa (che viene definito "canonico"), a deliberare quella dottrina che indichiamo come "Magistero".
Il Magistero come organismo parla il linguaggio specialistico della teologia. Ma storicamente, nel definire il magistero-dottrina, ha risposto prevalentemente ad esigenze politiche.
Fino al Concilio Vaticano 1^, iniziato nel 1870 e mai portato a termine, le deliberazioni di dottrine magisteriali si concludevano con "anatemi", vale a dire con maledizioni sacre contro chi non vi si attenesse, per escluderlo dalla Chiesa.
Dal punto di vista sociale il potere del Magistero è di tipo autocratico, perché si legittima da sè. Dal punto di vista della teologia cattolica esso deriva dal Cielo e, in questo senso, è "sacro", nel senso di indiscutibile. Le confessioni protestanti ed altre confessioni cristiane contestano questa teologia e vivono il potere ecclesiastico, che è sempre individuabile anche in esse, in modi diversi. Le confessioni di tradizione ortodossa e le confessioni cristiane orientali non cattoliche né ortodosse condividono la concezione caftolica del potere ecclesiastico, non riconoscendo tuttavia il potere assoluto del Papa di Roma.
La tremenda storia dei cristiani è stata travagliata da lotte di potere, evolute ciclicamente in vere e proprie guerre, spiegate con contrasti dottrinali. Al centro di esse vi era il potere di includere ed escludere. Questo appunto è il nodo problematico principale nell'attuazione della sinodalitá come oggi viene proposta in ambito cattolico, come "sinodalitá di tutti".
Sinodalitá significa infatti compartecipazione alle decisioni. Il Magistero, però, si riserva di delimitarne l'ambito. Oggi accentra praticamente ogni potere ecclesiastico formale, tuttavia il suo potere, fuori degli organismi ecclesiastici, sta divenendo sempre più debole. I fedeli, sfruttando gli spazi di libertà aperti dalle democrazie occidentali avanzate, hanno di fatto conquistato il potere di decidere in che limiti accettare la normatività del Magistero inteso come dottrina. Ma rimangono dentro, rifiutano l'esclusione. Questa situazione si riflette nelle esperienze di sinodalitá che vengono fatte di questi tempi, quando sono veramente tali.
Del resto il Magistero come corpo dottrinale si è storicamente evoluto seguendo le concezioni che prendevano piede nella società e ciò in modo molto sensibile dalla metà del Novecento. Vi è stato, dunque, un Magistero formale, diffuso dalla gerarchia, e uno informale diffuso anche dalle persone laiche di fede. Il più spettacolare riconoscimento di ciò si ebbe al termine del Concilio Vaticano 2º, con l'affidamento al filosofo Maritain del messaggio del Concilio agli uomini di cultura.
Gran parte delle energie del laicato cattolico è assorbita nello sforzo di far accettare al Magistero ecclesiastico, inteso come organismo, e nel Magistero ecclesiastico, inteso come definizioni normative per escludere o in includere, principi già praticati con successo in società per adeguarla ai tempi nuovi, e, in particolare, per cercare di darle un ordinamento pacificato. Si rischia però, ancora oggi, di incorrere in anatemi. Anche perché le persone laiche, in genere, non si esprimono nel gergo teologico.
Magistero e sinodalitá di tutti sono inconciliabili se la gerarchia non accetta di (almeno) limitare il suo potere di esclusione, come del resto in genere va già facendo nella pratica comunitaria. In questo modo la sinodalitá popolare può essere effettivamente il luogo dell'ascolto reciproco.
In genere però l'affabilità dei gerarchi è solo apparente. L'esclusione non si fa più nei modi terribili del passato, ma prevalentemente come emarginazione. Si fa il vuoto intorno al disobbediente. È ciò che, da quello che ho letto, sta succedendo ad Enzo Bianchi, persona che gode tuttora di un rilevante credito sociale tra credenti e non, a prescindere dal suo ruolo di gerarca carismatico di una comunità monastica da lui stesso fondata, che era veramente di tipo particolare.
Insomma, nella pratica della controversie nella Chiesa è quasi sempre in questione il potere, non c'entra la teologia, che storicamente è stata piegata disinvoltamente dai chierici di corte alle esigenze della gerarchia.
Veramente Dio vuole una Chiesa come la nostra, nella quale i più per rimanervi dentro devono tacere?
Osservo che nel vangelo la gerarchia non c'è e le questioni dottrinali che la riguardano sono state ricavate dopo la resurrezione, quando, appunto, divenne rilevante stabilire chi fosse dentro e chi fuori e chi avesse il potere di deciderlo. C'è però indubbiamente un Magistero. In che misura l'attuale risponde a quel modello, fortemente inclusivo?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa- Roma, Monte Sacro, Valli