domenica 8 maggio 2022

Manuale operativo di sinodalità -13- Sinodalità in piccolo, ma coordinata in grande

 

Manuale operativo di sinodalità

-13-

Sinodalità in piccolo, ma coordinata in grande

 

  L’altra settimana, alla riunione del MEIC Lazio in Zoom è stato riferito che in Diocesi non sono affatto soddisfatti di ciò che è uscito nella fase di ascolto del Popolo di Dio nelle parrocchie e altrove. Del resto si miete ciò che si aveva seminato. Le linee guida diocesane sull’ascolto erano fortemente riduttive e incentrate su una vaga spiritualità, più che altro come momento di crescita interiore. Sinodalità  significa invece cooperare con le altre persone nelle fasi decisionali sulla conduzione della vita comunitaria.

  Pubblicamente il popolo viene incensato come soggetto che, contro ogni evidenza, avrebbe una sorta di fiuto  per intuire la verità. In privato se ne diffida e anche lo si diffama. In prevalenza è fatto di persone che sanno poco di religione e che quindi si limitano a seguire, quando a loro va. Del resto è proprio così che si è loro insegnata la religiosità.

  La predicazione raramente è un momento di crescita: ci si limita di solito a fare ricorso alla mitologia ricamandovi sopra le solite raccomandazioni a sfondo moralistico, al centro delle quali vi è il comandamento dell’obbedienza ai superiori, e le lamentazioni sulla degenerazione dei tempi.

  Paradossalmente, questo è stato osservato da molti nelle sedi dove la discussione sulla sinodalità è effettiva, il clero giovane è in genere molto meno efficace degli anziani nelle relazioni con i laici, il campo critico della sinodalità: sono stati formati così, a volte piuttosto fragili nella pratica quotidiana del loro ministero, tendono a demoralizzarsi facilmente. Sembra che sia stato raccomandato di separarsi dal cosiddetto gregge, piuttosto che integrarvisi dentro cercando di influirvi.

  Il problema più evidente nel tentativo di organizzare a livello diocesano l’ascolto è che non la si è pensata come un’esperienza di lungo periodo, destinata ad essere proseguita, dopo iniziata, anche a prescindere dalle varie fasi del sinodo nazionale e mondiale. Il Papa vorrebbe invece che la sinodalità diventasse gradualmente la vita comunitaria della Chiesa. Di fronte a lui tutti fanno mostra di aderire a questa impostazione, ma poi si dicono gli uni gli altri che è un obiettivo irrealistico, e anche pericoloso.

  In realtà è pericoloso rimanere fermi.

  Sempre all’incontro del MEIC Lazio di cui dicevo un esperto ha osservato che la gran parte delle parrocchie ha gli anni contati: tra una decina d’anni la maggior parte svaniranno. Il popolo che le frequenta è troppo anziano. Faranno la fine della maggior parte dei conventi di frati e monaci.

  Comincerei con il dire che la sinodalità locale, delle realtà di base, se non è guidata anche  dalle persone laiche, ma solo dal clero, non ha nessuna possibilità di radicarsi. D’altra parte, è vero: le persone laiche sanno in genere troppo poco di religione, e parlo anche di me. Dalle domande che talvolta vengono fatte ai sacerdoti in ambito ecclesiale si capisce che non di rado quel poco  è molto vicino al nulla. Ma chi domanda? In genere i bambini e gli anziani: nei primi la scarsa conoscenza non è scandalosa. La gente di mezzo, neanche chiede.

  Quindi il principio della sinodalità locale dovrebbe essere un lavoro di acculturazione, innanzi tutto storica, per capire da dove si viene e dove si va. Bisognerebbe invece mettere sullo sfondo la mitologia. Ed emanciparsi dall’ossessione per l’obbedienza.

  Alcune persone sono affascinate da una spiritualità visionaria, centrata sul prodigioso narrato mitologicamente: queste non sono adatte ad un processo sinodale. Non bisogna, però, scandalizzarsene, ma lasciarle fare ciò che credono lì dove vogliono; l’importante è che non travaglino la sinodalità con quei costumi. La sinodalità è una conquista culturale che non può essere imposta; rimarranno sempre persone che non se ne sentiranno coinvolte, almeno in certe fasi della loro vita. La religione è stata da sempre vissuta anche in quel modo, non ci si può fare nulla ed è anche fatica sprecata tentare di mutare quei costumi.

  La sinodalità, e quella sua fase preparatorie che consiste nell’acculturazione religiosa, deve farsi per piccoli gruppi di persone motivate e capaci di relazionarsi positivamente con le altre. Questi nuclei, crescendo, potranno poi generare analoghe esperienze in altri contesti e gruppi. Ma, per consentire questo sviluppo, è necessario pensare un organismo permanente di coordinamento, in modo da superare l’isolamento in cui quelle esperienze possono esser vissute. Per problemi cognitivi di specie noi siamo confinati in teatri di relazioni molto limitati, lì dove si generano le intese profonde, stimate in contesti tra le trenta e le centocinquanta persone, ma siamo capaci di coordinamento e in questo la cultura gioca un ruolo determinante.

  La parrocchia già ha un organismo di quel tipo che è il Consiglio pastorale parrocchiale, che nella nostra parrocchia è stato pressocché abbandonato, ma che dovrebbe svolgere proprio quel lavoro di cui dicevo. Non è consigliabile costruirne altri, perché il Consiglio ha uno statuto ecclesiale preciso, è addirittura obbligatorio nella Diocesi di Roma (come in altre Diocesi). Da noi lo si lascia inattivo perché ci siamo mostrati incapaci di relazionarci positivamente in quell’ambito. La soluzione è semplice: sostituirne i membri che possono essere sostituiti (fondamentalmente le persone laiche) e fare in modo che i nuovi prevalgano numericamente su quelli che non si è potuti sostituire (perché del collegio fanno parte di diritto).

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli