venerdì 27 maggio 2022

Allargare gli spazi delle decisioni condivise

 Allargare gli spazi delle decisioni condivise

  La prima fase dei processi sinodali della nostra Chiesa sta sostanzialmente fallendo. Non  c'è stato complessivamente nessun ascolto e tutto, dove qualcosa si è fatto, si è risolto in mere formalità. Incredibilmente la CEI nelle sue linee guida aveva scoraggiato il dibattito e così, in genere, ogni persona ha tirato fuori quello che le veniva in mente sul momento, questo almeno dove non si è tentato di organizzare una qualche preparazione. Chi dovrà poi mandare in Diocesi le due paginette di sintesi si inventerà qualcosa, ma il popolo c'entrerá poco, saranno solo idee sue. Incontrarsi per parlare serve ad allargare le prospettive inevitabilmente limitate delle singole persone. In definitiva si è parlato poco e non ci si è ascoltati, perché si era stati diffidati dal farlo, raccomandando di evitare il dibattito; così ognuno è rimasto confinato nei propri limiti, comprese le persone che hanno l'ingrato compito di mandare in Diocesi i resoconti.
  Riscontro un grosso deficit formativo, in particolare tra le persone laiche. Dalle domande che pongono, mi pare che, in genere, sappiano poco di religione. Quando vengono chiamate a leggere in Chiesa i brani biblici delle letture della messa, a volte mi pare, da come leggono, che sia quella la prima volta in cui li incontrano, e a volte si tratta di persone anziane. Parlo delle cose fondamentali, non delle astruserie della nostra complicata, efferata e spesso inutile teologia.
  Il clero decide tutto e ha il potere di includere ed escludere a suo capriccio, senza dover rendere conto a nessuno. Spesso le persone laiche, associandosi, ne imitano i poco virtuosi costumi, senza però averne almeno la preparazione,che per il clero cattolico è lunga e completa. 
  Le persone laiche vengono tiranneggiate con il sacro, che sembra voler insegnare loro solo a "obbedir tacendo", secondo il motto dei Carabinieri. Ma la Chiesa non è l'Arma. La gente poi si stufa e si allontana, e, tutto sommato, fa bene. Il tempo della nostra vita non è lungo e bisogna impiegarlo bene. La democrazia in cui viviamo ci consente di emanciparci dalle condizioni umilianti.
   Educarci alla sinodalitá significa anche cercare di imparare qualcosa di più. L'ignoranza emargina. Ma bisogna mantenere consapevolezza che ciò che si sa non è mai abbastanza e che bisogna dialogare con gli altri per superare le nostre inevitabili insufficienze. Nessuno deve mai arrogarsi la pretesa di fare da sé solo, e mi riferisco anche ai gruppi. Il principio fondamentale della sinodalitá ecclesiale è proprio questo. 
  Chi si è occupato da esperto di sinodalitá ha osservato che mancano procedure adatte. Una procedura è quando si definiscono preventivamente diritti e doveri, finalità e modi di operare. Così le persone laiche rimangono nella loro umiliante condizione di emarginazione e di ignoranza, e le due cose si implicano reciprocamente. 
  Chi fa il prete oggi è sommerso dalle cose da fare e vede la sinodalitá come una cosa in più di cui occuparsi, e per di più nemmeno essenziale, tanto che finora se ne è fatto a meno. Dovrebbe invece considerarla come una via per uscire dalla schiavitù delle troppe cose da fare, mediante la collaborazione di molte altre persone. La collaborazione, però, va organizzata, perché possa produrre frutto: è innanzi tutto necessario fare tirocinio di un costume di relazioni interpersonali per il quale una realtà di base come la parrocchia può essere il luogo giusto. In altre parole, bisogna imparare a confrontarsi positivamente con le altre persone, sulla base delle cose  concrete da fare, senza presuntuosamente pretendere di cambiarle sulla base di proprie "verità". 
  Nella nostra parrocchia si è molto indietro su questo. Da anni non funziona più il Consiglio pastorale parrocchiale, in violazione del decreto del Cardinal Vicario che invece lo prevede come obbligatorio a Roma. La cosiddetta "equipe" pastorale non può sostituirlo perché non è un organismo di partecipazione. E a noi serve più partecipazione, altrimenti la sinodalitá non si fa.
  L'attuale processo sinodale è praticamente sorretto solo dal Papa, che visibilmente manifesta sempre di più gli acciacchi dell'età. Dunque coloro che non apprezzano la sua linea probabilmente pensano di fare la cosiddetta "melina" in attesa del prossimo. Ma la sinodalitá ci serve per sopravvivere, quale che sia il Papa del momento. Indietro non si tornerà. La storia ce lo insegna, per questo è tanto importante conoscerla realisticamente. Essa dovrebbe rientrare nella formazione catechistica insieme alla cosiddetta storia sacra. Ma difettano i formatori.  E per il ministero laicale del catechista ancora siamo più o meno al punto di partenza. Potrebbe essere un valido aiuto nella formazione delle persone laiche, ma clero e religiosi  mi pare che ne temano la concorrenza. In merito sento talvolta dei discorsi un po' sciocchi.
  Sul cammino della sinodalitá noi dell'Azione Cattolica siamo avvantaggiati perché la pratichiamo già correntemente. La sfida è di farla conoscere alla gente intorno per coinvolgervi più persone possibile. Una campagna che potremmo decidere di organizzare è quella per ottenere la ripresa del funzionamento del Consiglio Pastorale parrocchiale, che innanzi tutto va revisionato stabilendo chi ha il diritto di parteciparvi. Temo che a questo non si provveda da tanto tempo e, da quello che mi era stato raccontato, quando il Consiglio si riuniva la partecipazione era un po' fluida nel senso che ci andava chi voleva, e questo non va bene. Nessuno deve legittimarsi da sè, altrimenti è quello che viene definito autocrate. Di questi tempi diamo dell'autocrate, in senso negativo, al Presidente russo, ma lui, che formalmente è stato eletto, lo è sicuramente meno dei nostri gerarchi, compresi quelli che purtroppo ne hanno assunto le sembianze nei movimenti laicali.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli