sabato 12 febbraio 2022

Pluralismo e complessità

 

Pluralismo e complessità

 

 Una società è pluralistica  quando al suo interno coesistono gruppi che si orientano secondo valori  diversi e la repressione organizzata da quelli dominanti non riesce a impedirlo. Definiamo  valore  un orientamento di vita che caratterizza un gruppo sociale nelle questioni fondamentali. Un orientamento di vita diviene valore quando la società che lo condivide resiste  al suo mutamento. Un valore  è sempre una manifestazione sociale, anche quando viene interiorizzato dalla singola persona. Le società generano e demoliscono continuamente valori, nei processi di adattamento alle nuove condizioni ambientali e sociali. Nessun valore è innato,  come lo sono i riflessi di suzione nei neonati.  Questo comporta che i valori si apprendono  in società. Ve ne sono alcuni che sono legati al sistema di governo. In un sistema di governo totalitario si cerca di ottenere che esauriscano tutti quelli condivisi nella società di riferimento. Questo richiede livelli più o meno intensi di violenza politica, morale, ma anche fisica. Le società totalitarie sono sempre violente. La nostra Chiesa è attualmente organizzata secondo criteri totalitari ed esprime quindi violenza politica, per nostra buona sorte non più fisica, ma solo morale, sociale ed economica. I dissenzienti sono emarginati e chi lavora nell’organizzazione ecclesiastica ne viene allontanato, dovendo procurarsi altri mezzi di sussistenza. I cammini  sinodali in corso sono fondamentalmente finalizzati a passare dall’attuale organizzazione totalitaria, portato degli ultimi due secoli, ad una pluralistica. Questo spiega l’importanza che si dà al tema dell’ascolto.

  Una società pluralistica  è necessariamente complessa.

  Mio zio Achille, sociologo bolognese, ne parlò a me e a mio,  cugino Sergio durante un viaggio di formazione in cui ci guidò in Provenza nell’aprile del 1980, vent’anni prima che Zygmunt Bauman pubblicasse il suo Modernità liquida, che trattava lo stesso tema.

 Ecco gli appunti che presi all’epoca:

10-4-1980

La sera si mangia in un ristorante in rue de la Libertè, vicino alla stazione di St. Charles. Discutiamo sull’intervista a Ferrarotti e su quella allo zio. Lo zio disegna schemi su una tovaglietta di carta del ristorante: il sistema E-P-C, Economia-Politica-Cultura, che prima creava il senso della vita è in crisi; ci sono una pluralità di centri creatori di senso. Ferrarotti:  la crisi è la manifestazione di uno stato aurorale, di un mondo diverso, post-cristiano e post-socialista; la crisi ha una funzione epifanica, di rivelazione del nuovo; il mondo di oggi, basato su mercato, si mostra insufficiente a dare senso alla vita, in quanto ha una logica interna puramente utilitaria; vi è la necessità di mettersi in ascolto, di sospendere il giudizio (Husserl: sospensione epocale), di mettersi in atteggiamento religioso, perché l’uomo religioso è l’uomo dell’ascolto e dell’attesa. Ardigò:  al di là di una rassomiglianza superficiale, c’è una profonda differenza tra sacro, religione e fede; ogni società ha bisogno del suo sacro, ma l’uomo di fede no; il sacro è un modo di dare una risposta razionale all’ignoto, alla prova, all’oscurità della meta; ogni società ha bisogno del suo sacro, soprattutto quelle che si ispirano a concezioni dichiaratamente atee, ma l’uomo di fede no; la decadenza della società ha come effetto il riemergere del sacro e si tratta di sacralità pagana; nel cristianesimo si ha una radicale demistificazione e secolarizzazione del sacro, è il centro della rivelazione cristiana; la liberazione per i cristiani non passa attraverso il collettivo, ma attraverso la metànoia, la conversione personale, un cambio profondo della personalità, la spada di Dio taglia, la parola di Dio separa fin dentro le midolla il cristico dal pagano; il rapporto con Cristo deve essere sempre razionalizzabile, ci deve essere sempre un rapporto positivo verso l’altro e verso la storia, l’atteggiamento del cristiano deve essere solare, non può essere un atteggiamento irrazionale; è difficile rallegrarsi di una ripresa privatizzata del sacro, perché il sacro privatizzato è un sorta di epifenomeno della decadenza di una civiltà, e si manifesta in quelle sue componenti che mancano di un atteggiamento aperto e positivo nei confronti dell’uomo e della sua storia o che mancano di speranza cristiana; l’individualismo ne è certamente la premessa maggiore, non c’è più dono, non c’è più solidarietà se non attraverso sforzi faticosissimi; rifondare il rapporto con l’altro diventa il problema dei problemi; si tratta di partire da questo mondo vitale quotidiano, nel quale si ricreano nuclei di gente che vivono la propria vita affidandosi a un rapporto di conoscenza diretta, che ricostruiscono la trama sociale attraverso una moltitudine di atti di comprensione piena di senso, d’amore, di dono, di solidarietà, di fiducia, di responsabilità; il punto di ripresa oggi è certamente nella possibilità di fondare un rapporto non narcisistico con l’altro, e quindi di rifondare i mondi vitali quotidiani e il rapporto con la società, dove il bisogno di sacro viene in qualche modo assorbito e superato da una forza vitale della coscienza nel rapporto davvero interpersonale; ciò che colpisce è che ci sono dei periodi in cui la gente torna a cercare il pagano; il fondamento della ripresa dei mondi vitali quotidiani sta nella crescita della capacità di stare con gli altri senza essere succubi o marginali o dominanti, in rapporto di comunicazione familiare; per fare questo occorre essere capaci di autodirezione, che a sua volta è possibile a partire da una nuova nascita; bisogna essere capaci di capire “sei mesi prima”.

 

   Negli anni ’90 la CEI sbagliò (lo capiamo bene ora con il senno del poi, ma mio zio Achille aveva messo in guardia la gerarchia su questo, venendone duramente emarginato per circa vent’anni) nell’intendere il fenomeno che iniziava a manifestarsi impetuosamente. Vi vide l’espressione di un totalitarismo  liberale che premeva per escludere religione e Chiesa dalla società e reagì opponendogli un totalitarismo di segno opposto, nell’organizzazione del cosiddetto Progetto culturale.

  Ha scritto Fulvio De Giorgi in Ardigò. Educare le comunità politiche. Coscienza etica e impegno civile (a cura di F. De Giorgi e di F. Caneri), Scholè 2021, pag.41:

Ma la globalizzazione neoliberale non era un neototalitarismo, anzi era la decostruzione post-moderna, preventiva e metodica, di ogni orizzonte totale di discorso. E così la pastorale del Progetto culturale fu facilmente neutralizzata, decostruita, metabolizzata, rubricandola come formulazione di interessi cattolici, da accontentare, corporativamente, quanto basta, e da accogliere finché si può, cioè nella misura in cui non si intaccavano l’individualismo ruggente, il mercato e il profitto. Si realizzò dunque anche in Italia, in quel periodo quasi ventennale, quello che è stato definito un disastro antropologico: giudizio corretto ma lacunoso e omissivo, perché andrebbe completato con l’ammissione, appunto di un grande fallimento pastorale.

  Nella società pluralistica, fattasi complessa per le opportunità che offre, i centri di potere sociale fluttuano  muovendosi secondo linee di minor resistenza o di reciproca convenienza, ma la struttura sociale che ne risulta è in continuo movimento e non è più completamente governabile dai sistemi politici, sociali e religiosi, con i loro strumenti di controllo. Tutte le teorie politiche, economiche, sociali, epistemologiche (anche teologiche), disse mio zio in una scuola di politica tenutasi nel 1987, si stanno rivelando superate. Nessuna delle antiche sicurezze resiste. Ma, concludeva mio zio, le possibilità di uscire da questo sistema che definiva struttura di dissipazione, sono legate fondamentalmente proprio da un fermentazione  di aggregazioni di mondo vitale, nei quali si riesca a recuperare un’interiorità sul senso della vita adeguata ai tempi, che poi acquisti dimensione rilevante di macro-sistema.

  Disse:

Certe fermentazioni – nel bene come nel male per le istituzioni democratiche – che nelle società a sistema stabile sono condannate alla marginalità sociale, possono invece, nelle società con sistemi in persistente squilibrio,  fare il salto di qualità dal piccolo al grande livello e divenire, a certe condizioni ed eventi, facitrici, co-facitrici di un nuovo ordine politico. [citazione da Ardigò.Educare le comunità politiche di cui sopra].

 Va aggiunto una notazione molto importante: noi mai e poi mai potremo tornare indietro. Infatti l’umanità, che nel 1980 aveva raggiunto i cinque miliardi di persone, è fatta di otto miliardi che per la loro sopravvivenza  dipendono dalla società globalizzata e pluralistica com’è ora. Una prova evidente: quasi tutti gli oggetti di nostro uso comune in Italia, compreso il computer che sto utilizzando per scrivere, sono costruiti in Oriente, la gran parte in Cina, ma anche in Sud Corea,  Vietnam, Giappone.

  La nostra Chiesa in Europa si sta dissolvendo perché è governata secondo strutture obsolete che impediscono, vietandolo, lo sviluppo di una nuova interiorità di mondo vitale che possa innescare cambiamenti con rilevanza nei macro-sistemi. Sopravvive dove si giova di finanziamenti pubblici, con l’incarico di inscenare rappresentazioni identitarie ad uso politico, come sta avvenendo in alcuni stati dell’Europa Orientale, in Germania e in Italia, o ancora dispone di risorse proprie e nella misura in cui esse sono sufficienti. Si mette in scena una cristianità  nella quale la maggior parte della gente non confida più e che in nessun caso potrà essere recuperata. Le Chiese europee dedicano molte delle loro energie in questo, in particolare per tenere in piedi quei grandi teatri che sono le gigantesche chiesone  disseminate nei centri dell’antico potere e che sono usate per creare un fantasma di radici cristiane.

  Tuttavia cammini sinodali  sono stati aperti. E’, questa, una grande opportunità in una società fortemente  pluralistica come la nostra. Ma non è il momento della gerarchia, che si trova incatenata nella propria efferata e inutile teologia e non sa come uscirne, è il momento nostro, di noi persone laiche. E’ ora che dobbiamo darci da fare, senza attendere ordini  dai gerarchi.

  Disse mio zio Achille nella scuola  del 1987:

L’irreversibilità e la larga imprevedibilità delle dinamiche politiche e di quelle societarie in genere, accrescono l’importanza, anzi la necessità della comunicazione interpersonale, intersoggettiva non alienata, di mondo vitale e di affinità elettive sia perché da esse deriva la sola possibilità di senso della vita e di adattamento – resistenza alle fluttuazioni altrui, sia perché e anche da relazioni intersoggettive, primarie, che possono scaturire le fluttuazioni capaci, in date contingenze, di dare ordine alla stabilità.

 Richiamando il mito di Parsifal, il cavaliere scombinato che ridà vita al regno, caduto nella desolazione, del Re Pescatore, detentore del segreto di dove si trova il Graal, chiedendo al Re “Dove si trova il Graal?”, quindi ponendo la domanda fondamentale sul senso della vita, mio zio consigliava nel 1982:

a)  decisione nel formulare la  domanda centrale sapendo che cosa si cerca. Commenta Mircea Eliade: «Nessuno prima di Parsifal aveva pensato  a formulare questa domanda centrale, e il mondo periva a causa di tale indifferenza metafisica e religiosa, a causa di tale mancanza d’immaginazione e assenza del desiderio del reale»;

b)  ignorare  o non rispettare le buone maniere di corte;

c)  presentarsi come un cavaliere povero sconosciuto e perfino un po’ ridicolo.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli