lunedì 17 gennaio 2022

Sintesi dell’articolo del sociologo Franco Garelli, professore ordinario presso l’Università di Torino, dal titolo Appunti per il Sinodo della Chiesa italiana pubblicato il 17-12-21 dal periodico on line settimananews.it

 




Per informarsi sul WEB sui cammini sinodali

 

Sito del Sinodo 2021-2023 (generale)

https://www.synod.va/it.html

Siti del cammino sinodale delle Chiese italiane

https://camminosinodale.chiesacattolica.it/

https://www.chiesacattolica.it/cammino-sinodale-delle-chiese-che-sono-in-italia-i-testi-approvati-dal-consiglio-permanente/

Sito della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi

http://secretariat.synod.va/content/synod/it.html

 

Sintesi dell’articolo del sociologo Franco Garelli, professore ordinario presso l’Università di Torino,  dal titolo Appunti per il Sinodo della Chiesa italiana  pubblicato il 17-12-21 dal periodico on line settimananews.it

 

 Il Sinodo della Chiesa italiana è stato voluto dal Papa o dai vescovi italiani? Ritiene che la prima sfida  sia venuta dal Papa durante il Convegno ecclesiale nazionale  di Firenze tenuto nel 2015. La riposta della CEI alla richiesta di un sinodo nazionale si è fatta a lungo attendere. Probabilmente ci si è  chiesti se la Chiesa italiana avesse la risorse umane, culturali, spirituali per intraprendere il  cammino sinodale, che non si voleva che si muovesse nell’ordine di idee del Sinodo della Chiesa tedesca, attualmente in corso.

  Probabilmente la pandemia da Covid 19, che ha aggravato i nodi critici da tempo individuati nella Chiesa italiana, è stato l’evento esterno che ha determinato la CEI a iniziare il cammino sinodale nazionale. Ciò spiega il titolo del cammino sinodale: “Annunciare il Vangelo in un tempo di rinascita”.

 La Chiesa italiana ha una lunga tradizione di Convegni nazionali  ogni dieci anni.  Ma il Papa chiede di passare dal modo di procedere deduttivo  e applicativo a quello della ricerca  e della sperimentazione, che comprende il costruire dal basso  e l’ascolto  dei territori. Il lavoro dal basso  deve poi confluire in un momento unitario nazionale, per poi tornare alle comunità locali, in un percorso di confronto circolare, con coinvolgimento di vari soggetti ecclesiali. Si tratta di un percorso che non può essere progettato fin dall’inizio, perché la pandemia scombina i disegni precostituiti e perché la sinodalità si sviluppa nel tempo, con l’ascolto, la ricerca, il confronto, la comunione. Il processo si prospetta molto più aperto di analoghe esperienze del passato.

  Vengono proposti per la riflessione sinodale temi classici come

-l’annosa questione dell’emergenza educativa,

-la formazione delle coscienze in un’epoca carente di riferimenti etici,

-la necessità di descolarizzare la catechesi (che non deve essere considerata un’ora di religione); l’esigenza di una catechesi che superi il modello scolastico,

-l’urgenza di favorire vocazioni all’impegno politico, per evitare che il campo privilegiato della presenza pubblica dei cattolici sia quello (pur essenziale e fecondo) del volontariato («la pratica di una cittadinanza e di un servizio politico  all’altezza delle sfide attuali»).

 Altri temi sono legati ai problemi causati dalla pandemia:

-la semina della parola attraverso nuovi canali di ascolto e gli strumenti tecnologici»

da integrare con le modalità in presenza;

-il coinvolgimento delle famiglie nella proposta di fede, per far sì che il nostro non sia

solo un cristianesimo di chiesa, ma anche di casa»;

-la valorizzazione (oltre alla centralità dell’eucarestia) di altre forme di preghiera

individuale e comunitaria, come la lectio divina, la meditazione personale, le forme

rituali nello spazio familiare;

-e, inoltre, la preoccupazione per il forte calo della presenza dei ragazzi negli

ambienti ecclesiali, ulteriore segno di una socializzazione religiosa sempre più precocemente interrotta per le giovani generazioni.

 Per Garelli è molto importante il tema sinodale, precisato nella Carta d’intenti  del maggio scorso, consistente nel «recupero dell’aspetto escatologico della fede cristiana nell’aldilà e della speranza oltre la morte».

 Scrive Garelli:

 

«L’italiano medio (è stato detto) ha vissuto male l’afonia pubblica e spirituale della Chiesa alta nell’emergenza sanitaria. Una Chiesa italiana che è parsa più preoccupata delle chiese chiuse dal potere politico, che capace di riflettere pubblicamente sui drammi che si stavano vivendo, sulle morti in solitudine e senza funerali, sulle bare accatastate, sul senso di eventi che hanno stravolto la vita umana, civile e quella ecclesiale. Per cui la comunicazione pubblica della fede è stata debole o pavida in questo dramma sociale e sanitario. Di qui il rischio che anche la Chiesa nel suo insieme contribuisca a rendere evanescente la dimensione escatologica del cristianesimo.»

 

Tra temi esplicitati nella Carta d’intenti  manca la proposta di una riflessione sinodale sulle questioni strutturali. Le formule utilizzata sono troppo generiche. Sembra il manifestarsi di una ritrosia ad affrontare tali questioni.

Scrive Garelli, proponendo una integrazione:

 

Questo capitolo potrebbe intitolarsi come la riflessione sulla “FORMA CHIESA”, e alimentarsi dei molti spunti al riguardo che circolano negli ambienti ecclesiali di base e tra gli addetti ai lavori. Faccio solo alcuni accenni, a titolo esemplificativo.

-Ha ancor senso, in Italia, una presenza così disseminata di diocesi sul territorio nazionale (sono oltre 220 e il 60% di esse conta una popolazione inferiore ai 150 mila abitanti), quando un accorpamento di queste strutture renderebbe la Chiesa italiana più snella e libererebbe risorse umane e spirituali per l’impegno pastorale?

-La formula della parrocchia non sembra in discussione;  tuttavia essa deve essere ripensata in un’epoca carente di clero e di grande mobilità (anche religiosa) della popolazione; in vari territori, le “Unità pastorali” saranno le parrocchie del futuro?

-Ha ancora senso pensare all’Italia religiosa evocando l’immagine di un “cattolicesimo di popolo”? Quando tutte le indagini (ma anche il vissuto ecclesiale) attestano che sotto la “sacra volta cattolica” convivono identità religiose molto diverse tra di loro (ad esempio i cattolici impegnati e i cattolici culturali o anagrafici), che richiedono quindi approcci pastorali specifici e dedicatI;

-Il Sinodo sembra orientato a superare la struttura piramidale della Chiesa, ma in questo quadro, come attrarre e valorizzare un laicato attivo desideroso di condividere le responsabilità, capace di occuparsi anche di varie incombenze gestionali che gravano sulla Chiesa locale, alleggerendo in tal modo il clero di

compiti impropri?

-Ad ogni “convenire ecclesiale”, poi, la comunità credente è interpellata dalla questione femminile nella Chiesa, che non si esaurisce con il tema del sacerdozio femminile. Insomma, (con questi ultimi punti) l’invito è a mettere un po’ d’ordine in un campo     dove i preti soffrono (per le troppe incombenze e responsabilità cui devono far fronte), i laici scalpitano o si deprimono (e molti si impegnano altrove), mentre le donne giustamente non si accontentano più di riconoscimenti più elogiativi che sostanziali. Da troppo tempo si parla dell’accesso delle donne al diaconato.

 

  Questi temi, che non figurano nell’agenda sinodale, secondo Garelli saranno certamente al centro dei lavori.

  La consultazione diffusa  del Popolo di Dio è, secondo Garelli, una prospettiva importante. Lo stile dell’ascolto reciproco è visto come propedeutico al “costruire insieme”  e al tendere alla comunione. E, tuttavia, proprio tra i fedeli più impegnati le differenze di sensibilità sono assai spiccate circa il modo di intendere la fede, il rapporto Chiesa-mondo, l’autorità della Chiesa, l’essere credenti nella società plurale. L’unità sui valori è un obiettivo accattivante, ma bisogna attrezzarsi a gestire le tensioni che hanno sempre attraversato il cattolicesimo di base. Spunti interessanti potrebbero poi venire dall’ascolto di un Popolo di Dio più allargato, quello dei quasi credenti, dei quasi cattolici, dei cattolici oltre il recinto, degli uomini di buona volontà, di quanti credono diversamente. E ciò anche se in giro ci sono molti che dichiarano di non sapere che farsene della Chiesa.

  Ci si propone di riflettere sull’emergenza educativa, ma di anno in anno si riducono le persone che all’educazione si dedicano, si chiudono gli oratori, ci si affida a una pastorale degli eventi. Certo, preti e religiosi sono sempre più anziani, ma una Chiesa che non investe in questo campo è destinata a situarsi ai margini della storia.