venerdì 14 gennaio 2022

Manuale operativo di sinodalità - 10.3 - Il metodo – 3

 








Per informarsi sul WEB sui cammini sinodali

 

Sito del Sinodo 2021-2023 (generale)

https://www.synod.va/it.html

Siti del cammino sinodale delle Chiese italiane

https://camminosinodale.chiesacattolica.it/

https://www.chiesacattolica.it/cammino-sinodale-delle-chiese-che-sono-in-italia-i-testi-approvati-dal-consiglio-permanente/

Sito della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi

http://secretariat.synod.va/content/synod/it.html


Manuale operativo di sinodalità

-

10.3

-

Il metodo – 3

 

  In religione è frequente la  sindrome del redentore. Una persona, pasticciando in maniera incolta nel gergo teologico, pensa di dover cambiare gli altri, addirittura di doverli ricostruire dalle fondamenta. Dice di essere spinta  da un qualche suo spirito.

  Quando si affronta il tirocinio  di sinodalità  occorrerebbe mettersi d’accordo su alcuni punti fermi. Uno di questi è di non pasticciare con la teologia, l’altro è il divieto di tentare di ristrutturare  gli altri.

  La teologia è utile quando aiuta a fare chiarezza nelle  forme  della religione, ma da circa un millennio è organizzata come una scienza e quindi occorre esservi almeno acculturati. Da qualche decennio ha conquistato tra i cattolici una certa libertà, scientifica appunto, e ha ridotto le sue passate pretese totalitarie, almeno in Occidente. Storicamente è stata lo strumento politico di poteri sacralizzati e ha fatto anche molto danno. Quando esorbita dal suo ambito di ragionevolezza, che è appunto quello delle forme  della religione è, letteralmente, campata in aria. Non potendosene dare, ovviamente, una conferma sperimentale, ma solo una ricostruzione storica, in quel caso diventa impossibile intendersi e non rimane che passare a vie di fatto, secondo un costume che risale alle origini. In particolare, la storia dei Concili e, in genere, dei Sinodi, non è stata sempre edificante.

  Il rischio di esorbitare è massimo quando il gergo teologico è utilizzato da incolti. Ai tempi nostri i teologi, quando rimangono nel campo dell’argomentare scientifico, riescono talvolta a intendersi, più spesso a coesistere senza sbranarsi (solo a parole, in genere, ai tempi nostri). Questo agli incolti non riesce mai. Leggono qualcosa e sono portati a ritenere che quella sia  la verità, vale a dire ciò che tutti devono  credere. Non hanno il senso del limite e delle proporzioni. Sentono qualcosa dentro e scambiano per spirito ciò che invece  è solo emozione,  a volte letteralmente moti viscerali. Del resto, le scienze cognitive l’hanno scoperto e teorizzato, noi capiamo emotivamente, e non ci possiamo fare nulla, perché siamo fatti così. Una persona colta cerca di fare chiarezza cercando di avere un panorama più ampio degli argomenti rilevanti e mettendoli a confronto. Una persona incolta tende a demonizzare quello che non riesce a integrare in ciò che crede di aver capito. E la teologia contemporanea è diventata molto complicata, perché lo è la realtà con cui si confronta.

  Allora, ad esempio, si è catechisti e ci si improvvisa direttori spirituali, esorbitando. La direzione spirituale, sulla cui reale utilità si discute, è un campo in cui i preti ricevono una specifica e approfondita formazione, ma vengono abilitati ad esercitarla solo dopo un tirocinio. Non basta essere ordinati preti. Comporta l’esercizio di un potere sulla psicologia delle persone e questo significa che si può destabilizzarle gravemente, specialmente quando si fa troppo conto su una para-teologia del tipo di quella campata in aria,  condita emotivamente.

 All’inizio di un gruppo sinodale  bisogna definire obiettivi concreti. Ad esempio l’auto-formazione, che si fa leggendo  e discutendo su ciò che si è letto  per orientarsi, possibilmente valendosi di persone competenti, ma comunque cercando di farlo da persone colte, vale a dire sforzandosi di approfondire senza attaccarsi alla prima cosa che si sente o legge o a quella che suona meglio.

  Nessuno oggi riesce più a dominare l’intero campo studiato dalla teologia, o meglio dalle teologie. E’ importante essere consapevoli di ciò. Le teologie si relazionano con molte altre scienze, non solo con la filosofia come in un recente passato, e divengono quindi via via molto più complesse. Però non serve essere teologi per vivere la fede. Per dirla, per  spiegarla, occorre però essere acculturati a quella limitata parte della teologia che è la dottrina corrente. Tenendo conto che, tuttavia, l’espressione  della fede non riesce mai a rendere totalmente  il senso del nostro affidamento religioso. La vita sorprende sempre, ma bisogna rimanere aperti  a queste sorprese: è il mestiere del cristiano. La nostra  è una fede in cui ci si aspetta che  vengano fatte nuove tutte le cose, non che restino eternamente come quelle degli avi.

  Nelle nostre Chiese si è a lungo rimasti ossessionati dalla verità, vale a dire da ciò che doveva essere creduto, o meglio proclamato. Molti dei cosiddetti  Padri  ci si sono sfiancati sopra, alle origini. Questo ebbe particolare importanza quando la fede fu al servizio di poteri sacralizzati, che quindi pretendevano di esseri immutabili per volontà divina. A quel punto le questioni teologiche divennero questione di vita o di morte, letteralmente. Noi dobbiamo staccarci da quel tremendo passato, molto più orrido di quello che in genere si è portati comunemente a credere. La fede non è questione di definizioni. Il centro della nostra fede è il vangelo, che  è molto ben rappresentato nella vita del Maestro e nelle parabole che ci narrò. Quello  è ciò che non passa e questa è certo una convinzione che è stata sempre molto diffusa tra le persone di fede. Tutto il resto, regimi e teologie, passano, nel senso che cambiano, perché la storia non si è fermata nel Primo secolo, benché gli eventi evangelici ne costituiscano, nella concezione dei cristiani, il centro. Si va verso il compimento, che però non sarà opera nostra: ci verrà incontro alla fine dei tempi.

  Rimanendo attaccati al vangelo, ci sarà più facile fare i conti con una realtà molto caratteristica dei tempi nostri, vale a dire l’accentuato pluralismo  sociale, che si manifesta anche nelle nostre Chiese, e anche nella nostra parrocchia. Se ciascuna componente ecclesiale rimanesse ancorata a una  sua verità, allora l’intesa sarebbe impossibile, e quindi anche la sinodalità fallirebbe. E’ appunto questo che accade quando in un contesto ecclesiale si manifestano tendenze  fondamentaliste. A ciò che mi è stato riferito, questo è stato alla base del fallimento del nostro Consiglio pastorale parrocchiale.  Non ci si riusciva proprio a intendere e, in fondo,  nemmeno si voleva farlo. Con la pretesa di mettere ordine il fondamentalismo distrugge. Individua la metaforica zizzania  da bruciare, e passa a vie di fatto, senza tener conto della moratoria evangelica in questo campo, che riserva addirittura alla fine dei tempi la resa dei conti. Il fondamentalismo della sua epoca, in Palestina, creò molti problemi al Maestro, il quale, mentre mostrava come praticare il vangelo, venne assillato continuamente con questione di definizioni. Penso sia meglio seguire il suo esempio, piuttosto che quello dei suoi contraddittori.

  La sinodalità serve anche a promuovere la collaborazione tra diversi orientamenti in materia di spiritualità e di pratica evangelica, che del tutto legittimamente si manifestano. Questo è sostanzialmente il metodo democratico seguito oggi in Occidente, nella cui messa a punto i cristiani hanno avuto un ruolo molto importante, insieme a molti altri. Si è cercato di imparare la tremenda lezione che veniva dalla storia, con tutta la sua efferata violenza, anche a sfondo religioso. Perché negarlo? I teologi, in certe epoche, hanno legittimato razionalmente  anche le stragi. E’ un fatto e non ci si può fare nulla, perché è accaduto. Mi ha sempre sorpreso che questi oltraggi all’umanità potessero essere ricondotti all’insegnamento del Maestro, ma anche questo si è fatto. Ad un certo punto è parso che addirittura i teologi si mettessero a riordinare il Cielo, spiegando a un Onnipotente quello che poteva  o non poteva  fare. E’ tipico della teologia tiranna  costruire ostacoli insuperabili, per poi affermare di non poterli superare. Fortunatamente nella sinodalità parrocchiale possiamo tranquillamente esimerci dal pasticciare in quel campo, attenendoci al concreto, che, in definitiva, corrisponde al motto francescano pace e bene.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli