sabato 4 dicembre 2021

Spiritualità e sinodalità





 


Spiritualità e sinodalità

 

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 Dalle  Indicazioni metodologiche  per il cammino sinodale  delle Chiese in Italia della Segreteria della Conferenza Episcopale  Italiana

 

 

  Per la conduzione degli incontri di consultazione, l’Appendice B   del Vademecum del Sinodo universale propone di assumere lo stile della Conversazione spirituale. In sintonia con que­sta prospettiva si propone di seguito una mappa di riferimento per la conduzione, che logi­camente può essere adattato e modificato a seconda dei casi. Questa mappa contiene 5 regole d’oro e 6 passaggi ideali

 

 

Dall’Appendice B del Vademecum per il sinodo universale:

 

  Durante l’incontro, la preghiera comunitaria e la liturgia svolgeranno un ruolo fondamentale. L’ascolto reciproco si fonda sull’ascolto della Parola di Dio e dello Spirito Santo. Forme significative di preghiera possono essere usate per chiedere la guida e l’ispirazione di Dio affinché egli possa approfondire la nostra comunione reciproca.

La liturgia e la meditazione della Scrittura fatta insieme possono risultare strumenti molto utili a questo proposito.      

  Si può usare un metodo adatto per il dialogo di gruppo che rifletta i principi della sinodalità.

  Per esempio, il metodo della Conversazione Spirituale promuove la partecipazione attiva, l’ascolto attento, il discorso riflessivo e il discernimento spirituale.

  I partecipanti formano piccoli gruppi di circa 6-7 persone di diversa provenienza.

  Questo metodo richiede almeno un’ora per la sua esecuzione e comprende tre parti.

   Nella prima, ognuno, a turno, condivide il frutto della propria preghiera, in relazione alle domande per la riflessione fatte circolare in precedenza [L’Interrogativo fondamentale  e le Dieci domande in cui si articola.

  Non è previsto alcun dibattito in questa fase; i partecipanti semplicemente ascoltano a fondo ogni persona e osservano come lo Spirito Santo sta agendo in loro stessi, nella persona che sta parlando e nel gruppo nel suo insieme. Segue un tempo di silenzio per osservare i movimenti interiori di ciascuno.

  Nella seconda parte, i partecipanti condividono ciò che li ha colpiti di più nel primo blocco e durante il tempo di silenzio. Si può anche fare un po’ di dialogo ma mantenendo la stessa attenzione spirituale. Anche questo blocco è seguito da un tempo di silenzio.

   Infine, nel terzo blocco, i partecipanti riflettono su ciò che nella conversazione ha loro mosso qualcosa dentro e su ciò che li ha colpiti più profondamente.

  Vengono rilevate anche intuizioni nuove e domande che non hanno ancora trovato una risposta.

  Preghiere spontanee di gratitudine possono concludere la conversazione. Di regola ogni piccolo gruppo avrà un moderatore e un segretario che prenda appunti (potete trovare una descrizione dettagliata di questo processo sul sito web del Sinodo dei Vescovi).

 

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  Per gli esercizi di sinodalità che caratterizzeranno i cammini sinodali in corso, quello per le Chiese del mondo e quello specifico per la Chiesa italiana (coincidenti fino all’agosto 2021), i vescovi ci suggeriscono il metodo della conversazione spirituale, che però non comprende una fase di vero dialogo e, soprattutto, nessuna fase di decisione collettiva. Serve ad indurre un atteggiamento spirituale ed è essenzialmente rivolto alla singola persona. Vertendosi in materia di spiritualità è facilmente manipolabile secondo le intenzioni di chi conduce l’incontro.

  La spiritualità  è una manifestazione dell’animo umano legata alle emozioni. Queste ultime sono un prodotto del nostro organismo, nel quale  è coinvolta la nostra mente, anch’essa un prodotto del nostro organismo. Sono molto importanti perché ci spingono ad agire. Noi sentiamo prima di pensare: la nostra, infatti, è una mente emotiva (lo spiega il premio Nobel Daniel Kahneman in Pensieri lenti e veloci, Mondadori 2012). Del resto noi non conosciamo in natura nessun altro tipo di mente: i sistemi prodotti dagli elaboratori elettronici ancora non ne hanno prodotta nessuna, anche se ci si attende che riescano a farlo nei prossimi dieci / vent’anni. Quindi: prima decidiamo che fare, poi  perché, e infine come. Ciò che definiamo spiritualità integra le prime due fasi. Ci dà la sensazione di essere una  persona.

  La spiritualità non si manifesta solo nel campo delle religioni, ma in ogni momento della nostra vita in cui cerchiamo di  fare unità  in noi stessi. Non dobbiamo confonderla con ciò che è soprannaturale, anche se impiega sensazioni di soprannaturalità e rappresentazioni allegoriche di vario genere. Parliamo anche di Spirito  in senso soprannaturale, e anche filosofico, ma si tratta materia diversa, così come quando cerchiamo di definire l’anima.

  Le emozioni vengono prima  della riflessione ragionevole e, nella spiritualità, cerchiamo di dar loro credito. Nelle emozioni siamo in relazione con l’ambiente naturale e sociale intorno, ma in modo irriflesso. Corrispondono a modi di sentire elementari: amore/odio, dolore/piacere, serenità/rabbia, fame/sazietà, desiderio/repulsione. Essi sono caratteristiche naturali della nostra specie, ma che in gran parte condividiamo con tutti gli animali della classe dei Mammiferi, ciò che ci consente una notevole empatia  con loro, vale a dire che siamo in grado di capire  le loro emozioni, condividendole con loro.

  Gli adulti sanno bene che le emozioni che provano sono spesso ingannevoli, ed è effettivamente così. L’educazione alla vita comprende anche l’addestramento a sottoporre le emozioni al pensiero razionale, riflessivo, che sviluppiamo essenzialmente nel dialogo, attività nella quale ci si corregge a vicenda e si fa tesoro delle esperienze condivise. Tuttavia le emozioni rimangono alla base dei nostri processi decisionali e, in vari campi, ad esempio nel settore della promozione per gli acquisti nel commercio, si cerca di sfruttarle. Nella spiritualità religiosa si cerca di indirizzarle. Tipico è il caso degli Esercizi spirituali  ideati da Ignazio di Loyola nel Cinquecento. Tecniche del genere vengono correntemente utilizzate in psicologia, valendosi delle dinamiche dei piccoli gruppi che si sono dimostrate particolarmente efficaci in questo campo.

  Il metodo della conversazione spirituale  consigliato nell’appendice B al Vademecum per il cammino sinodale per le Chiese del mondo, proponendo un piccolo gruppo  nel quale le persone si aprono  in base alla suggestioni di un animatore, senza però mai aprire un reale dibattito, quindi un dialogo, sostanzialmente lavora sulle emozioni dei partecipanti senza mai sottoporle ad una riflessione razionale. Il clero è profondamente diffidente della capacità di ragionevolezza della gente comune e questo perché, a ragione, teme di perderne il controllo. Il problema, però, sono gli schemi troppo angusti e irrealistici nei quali il clero pretende di rinchiudere le scelte della gente, non tanto la capacità di scelta ragionevole di quest’ultima. Del resto, la ragionevolezza, a differenza delle emozioni, non è innata, ma è un comportamento appreso e, anche, deve essere alimentata, vale a dire che bisogna conoscere  ciò su cui si tenta di ragionare. Nel dialogo, che consiste nel condividere ed esaminare argomenti  non emozioni, si cerca di creare un campo comune di riflessione, sul quale poi ragionare: questo è il lavoro di mediazione culturale, che è stato importantissimo nell’acculturazione dei cristiani alla democrazia, che, in particolare tra i cattolici, è stata, e per certi versi è ancora, alquanto problematica.

  Il clero pare voglia coartare la sinodalità nella gabbia della spiritualità per impedire imprevisti in ciò che può uscire dal dialogo, del quale prevede e teme gli esiti probabili.

  In realtà la spiritualità sarà senz’altro coinvolta nella sinodalità, perché ha a che fare con le emozioni, e queste sono e sempre saranno fondamentali nel processo decisionale. La spiritualità religiosa serve anche a dar loro un certo ordine, conforme a ciò che riteniamo essenziale nella nostra fede. Ma da sola non basta a veder chiaro e, se non accompagnata dal discorso ragionevole sviluppato in dialogo, può anche ingannare. In questo modo, per la sua capacità di ingannare, può ostacolare i processi sinodali, nei quali è fondamentale, invece, cercare di non ingannarsi, aiutando gli uni gli altri a capire, secondo il metodo del dialogo.

  Forme di spiritualità religiosa aberranti sono sempre emerse nella nostra fede e, ad esempio, vi è (ancora) una spiritualità da Ku Klux Klan e simili, e vi furono spiritualità cristiane che spinsero allo sterminio. Del resto nella Bibbia si possono trovare brani che sembrano legittimare queste posizioni, come del resto si ritenne in passato. Ad esempio, incuranti del comando evangelico di lasciare alla fine dei tempi la cernita tra grano e zizzania, papi e vescovi ordinarono di buttare subito nel fuoco quest’ultima e trovarono incoraggiamento in altri passi della Bibbia, come quello, veramente tremendo, in cui venne ordinato di sterminare tutti gli abitanti della città di Gerico, senza nessuna eccezione, dopo che prodigiosamente ne erano state abbattute le mura. E’ ragionando, non secondo le emozioni e quindi la spiritualità, che ci siamo distaccati (non da molto, per la verità, e non dovunque) da certe efferatezze.

  La sinodalità, per essere tale, deve portare a una partecipazione reale  alle decisioni e, per prendere quelle giuste, bisogna veder chiaro; quindi, nel dialogo ragionevole, portare le emozioni a confronto con la realtà com’è veramente, non come quella che si vorrebbe che la gente pensasse che fosse secondo fantasiosi schemi. Si raggiunge l’obiettivo della sinodalità non quando si è in pace con la propria coscienza, ma quando si decide qualcosa tenendo conto del reale  bene di tutti. Secondo una massima medievale che di questi tempi viene ricordata, ciò che riguarda tutti deve essere deciso da tutti, cosa che nella nostra Chiesa, ancora oggi, non accade praticamente mai. E’ proprio questa la sfida dei cammini sinodali  in corso, che non vanno quindi confusi con cammini spirituali.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli