giovedì 16 dicembre 2021

Noi e la teologia

 




Noi e la teologia

 

 Sulla nostra strada di persone di fede incontriamo la teologia, di solito nelle parole dei nostri preti.

  La teologia è il racconto della fede della Chiesa.

  Alle origini nacque come riflessione di sapienti. Poi, in una storia di aspri conflitti, cadde nel dominio dei vescovi e poi degli imperatori romani. Dal Dodicesimo secolo divenne disciplina universitaria, quindi una scienza, insieme alle scienze giuridiche, dalla quali imparò ad argomentare. Fino al Cinquecento la teologia scientifica dominò. Dal Seicento, nella Chiesa cattolica, cadde nel dominio totalitario dei Papi, e sostanzialmente lo è tuttora. Dal Secondo secolo il problema fondamentale della teologia fu il governo  delle Chiesa cristiane.

  Attualmente la teologia è un insieme di discipline scientifiche molto vasto.

  Di solito consideriamo scienze  principalmente quelle della natura e, in particolare, quelle che adottano il metodo sperimentale  e dell’osservazione (non tutti i fenomeni naturali sono riproducibili sperimentalmente). In realtà in ambito universitario si considera scienza la disciplina che si dà un metodo rigoroso, vale a dire che stabilisce certi presupposti e criteri razionali dell’argomentare e li rispetta. Sotto questo profilo anche la teologia è scienza.

  Una partizione molto importante in teologia, che viene prima di tutte le altre, è tra dogmatica  e pastorale.

  La prima ragiona sulla Rivelazione, sulla base delle fonti  che ammette, ad esempio la Scrittura, gli scritti di autori antichi considerati particolarmente autorevoli, gli insegnamenti di vescovi, e tutto il resto che viene fatto rientrare nella Tradizione, vale a dire ciò che è stato creduto e fatto fin dall’antichità con la convinzione che si dovesse fare così. Sulla base di queste fonti  la teologia dogmatica sviluppa dei ragionamenti rigorosi, nel senso che ho sopra indicato, per spiegare che cosa deve essere creduto  per essere considerati cristiani. Ciò che definiamo verità   è appunto questo: ciò che deve essere creduto. Attualmente la verità, così intesa, nella nostra Chiesa è caduta nel dominio del Papato. La storia della nostra Chiese e quelle delle altre Chiese cristiane dimostra che non è sempre stato così. Nel ragionare sulla Rivelazione la teologia dogmatica pensa di farlo su cose eterne  e immutabili, distinte da ciò  che muta e che, nel gergo teologico, viene definito il secolo o le cose temporali, nel senso che cambiano a seconda dei tempi. In realtà la storia dimostra che, sempre, in teologia dogmatica è venuto prima il problema del governo, quindi il secolo, e poi, stabilito ciò che serviva per il governo, si sono sviluppati i ragionamenti su ciò che doveva essere creduto. Del resto, anche nella vita degli esseri umani in generale, la psicologia l’ha dimostrato, prima si decide che fare e poi se ne danno motivi ragionevoli, se servono in società.

  La teologia pastorale invece ha il problema di  come essere Chiesa  e necessariamente tiene conto delle società intorno, quindi  osserva  il mondo in cui vive. Il suo principale problema è sempre il governo  della Chiesa, ma nei ragionamenti che fa, sempre a posteriori, vale a dire dopo aver deciso che fare in una certa società, invece di argomentare come fanno i giuristi, adotta il metodo della politica, quindi anche parla  con la società, che, invece, per la dogmatica, non rileva più di tanto (da ciò, spesso, una sua certa disumanità). E’ ciò che accade quando oggi trattiamo di sinodalità, che è prettamente materia di teologia pastorale.

  Riassumendo:

a) teologia dogmatica:  che cosa deve essere creduto;

b) teologia pastorale: come essere Chiesa.

 In entrambi i casi la teologia è solo uno strumento narrativo. E’ indebito sacralizzarla. Noi dobbiamo fedeltà e amore solo a ciò che definiamo Parola di Dio: le teologie, a questo punto teniamo conto che sono un complesso di scienze non una sola disciplina, ne sono solo interpretazioni, che sono variate moltissimo nel tempo. E nemmeno, come persone di fede, dobbiamo accettare passivamente di farci tiranneggiare alle teologie. Non è peccato scagliarsi contro la tirannia di teologie che fanno tanto soffrire, come quelle che, ancora oggi, umiliano e disprezzano le persone laiche, presentandole come semplice gregge davanti a degli autocrati umani, vale a dire in una condizione animalesca, storpiando indebitamente la metafora evangelica. Solo davanti al Cielo si è gregge, teologi o non teologi.

 Al centro della vita di fede vi è l’agàpe, che non è teologia: è vangelo praticato. Il Cielo parla  a ciascuno di noi, anche prima che degli scienziati universitari specializzati in una qualche teologia ci dica che cosa credere e come essere Chiesa. Senza questo presupposto non avrebbe senso parlare di sinodalità totale, nella quale ogni persona di fede deve avere voce.

  Storicamente le teologie, in varie epoche storiche, sono state particolarmente mortifere, letteralmente. Di teologia si è morti su larga scala.

  In generale nella nostra Chiesa la teologia dogmatica si è sempre messa di traverso nei processi di riforma, da quando è stata asservita al Papato. In effetti nella nostra Chiesa non c’è (ancora) libertà di teologia e, tra le Congregazioni che costituiscono l’organizzazione principale del Papato, ve ne è una che è sostanzialmente un organo di polizia ideologica molto pervasiva, che però ai tempi nostri affligge prevalentemente clero e religiosi, mentre noi persone laiche rischiamo al più l’emarginazione ecclesiale. La democrazia contemporanea ci dà libertà di associazione e di pensiero e, come avvenuto in passato, alle deficienze ecclesiali possiamo sempre rimediare da noi stessi.

  Ci sono due modi, però, per reagire alla tirannia della teologia normativa quando si fa oppressiva. Il primo è mettendo in luce i danni che fa al corpo ecclesiale: in questo campo non è necessario essere teologi per farlo. Si mostrano le proprie ferite. Il secondo è accettando il metodo che la comunità scientifica dei teologi si è data nelle questioni scientifiche: qui è indispensabile essere teologi e, quindi, sviluppare argomentazioni in modo che siano riconosciute valide. Ci si può cominciare a  considerare teologi quando si è conseguito un dottorato (un titolo superiore alla laurea) in una disciplina teologica.

  Alle persone di fede non occorre questo, ma certamente, anche semplicemente per esporre i danni che le teologie provocano, occorre essere acculturati  alla teologia, quindi comprenderne sommariamente le questioni, saper almeno  leggere  un testo del Magistero che parla teologico. Questa formazione è assolutamente carente, di solito, nelle realtà di base.

 Io ho ricevuto una certa acculturazione teologica in Azione Cattolica.

 Sarebbe bene organizzare una specifica formazione in questo campo fin da quando si è bambini, seguendo i progressi negli studi scolastici, che di solito sono invece totalmente ignorati. Infatti non credo sia possibile pensare di poter realizzare una vera sinodalità se una donna o un uomo che vi vengono coinvolti hanno una acculturazione alla fede bambinesca o si lasciano semplicemente condurre (vale a dire tiranneggiare)  da una qualche guida. Spesso noi persone laiche ci troviamo in questa umiliante condizione.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli