venerdì 17 dicembre 2021

Essere come loro, farli come noi

 




Essere come loro, farli come noi

 

 Parlando con un amico del Sinodo della Chiesa tedesca, tanto più avanzato del nostro cammino in Italia, mi sono sentito dire che là era, come sempre, questione di ordinazione sacerdotale delle donne e di matrimonio dei preti. Questa però è una visione clericale della questione, adottata spesso inconsapevolmente anche da noi persone laiche.

 Farci preti, quindi essere come loro, per noi persone laiche; sposarsi, quindi farsi come noi,  per i preti. Vista con gli occhi del clero e dei religiosi sarebbe un po’ questo il centro della sinodalità. Ma è un grave errore.

  Cominciamo con il precisare che cosa distingue le persone laiche da preti e religiosi. Di solito si rispondeva che le persone laiche erano non-chierici, e si era insoddisfatti di questa definizione. In realtà il nostro tratto distintivo di  persone laiche è di non essere costretti ad assoggettarci all’asfissiante gerarchia nella quale sono incastrati preti e religiosi. Il non essere liberi  distingue da noi persone laiche i preti e i religiosi. E’ una differenza enorme, specialmente in Occidente, specialmente nell’Europa di oggi.

  Ho conosciuto preti ai quali sarebbe piaciuto sposarsi, vale a dire essere legati ad una donna pubblicamente (da sempre c’è il costume diffuso tra loro di esserlo non pubblicamente, e questo anche senza necessità di relazioni propriamente sessuali). Ma il matrimonio di un prete che non accetti di cambiare il suo attuale modo di essere prete, vale a dire parte di un’autocrazia sacrale maschilista, non credo potrebbe funzionare. Egli infatti sarebbe padre sacrale  della propria moglie anche nel tinello di casa. La cosiddetta gerarchia  si sopporta solo ad una certa distanza.

  Non ho invece conosciuto (finora) persone laiche disposte a rinunciare alla propria libertà per poter fare tutto quello che fanno i preti.

  La gerarchia  cattolica, che viene anche definita sacra - vale a dire intangibile per comando divino - in base ad argomenti che mi sono sempre sembrati piuttosto labili - preciso però che non sono teologo e quindi la mia capacità di comprensione e quella  di sopportazione sono limitate -, da metà Ottocento, vale a dire dal tempo della pretesa di totalitarismo  da parte del Papato, è diventata sostanzialmente una struttura sociale recessiva, che noi persone laiche abbiamo dovuto sempre, faticosamente, trascinarci dietro, nella costruzione di un mondo nuovo. Tutti i muri teologici che la gerarchia cattolica ha cercato di costruire per fermare la storia sono rapidamente caduti. E se non ci fossimo stati noi persone laiche a metterci la proverbiale pezza sarebbe finita molto peggio di ora. Ad esempio, alla definizione della pretesa di libertà di coscienza come errore  eretico fatta negli anni Sessanta dell’Ottocento è seguita un secolo dopo il riconoscimento da parte del più alto Magistero della medesima libertà di coscienza. E si potrebbe proseguire a lungo. Questo spiega perché nella formazione religiosa di base non si fanno riferimenti storici, se non alla cosiddetta storia sacra, però pesantemente reinterpretata a fini propagandistici.

 In genere non si vorrebbe, da parte delle persone laiche, essere come i preti, e si capisce bene che la  pretesa dei preti di essere come noi in qualche cosa non funzionerebbe, se pretendessero di mantenersi incatenati nell’ordine gerarchico. Si vorrebbe, invece, da parte di noi persone laiche,  che i preti fossero tra noi e insieme a noi, e quindi  avere anche noi voce in ciò che si decide e si fa in chiesa, non essere emarginati come mero gregge, in posizione passiva.

  Va detto che noi persone laiche appariamo passivi solo in ambito liturgico e all’interno degli edifici di culto e loro pertinenze. In realtà, almeno in Occidente, noi governiamo le nostre società e influiamo in modo determinante anche sul Magistero, che, come osservato una volta da Carlo Maria Martini, sembra indietro di duecento anni. Ce lo stiamo tirando dietro, recalcitrante, con uno sforzo improbo, dovendo anche sopportare le sue rampogne. L’egemonia del clero in quei ristretti ambiti, nei quali le persone laiche contano poco, ha però fatto molti danni, in particolare perché lì si svolge un parte importante della formazione religiosa delle persone (per molti tutta  quella che riceveranno nella loro vita). L’impostazione datale dal clero fa apparire inutili la religione e la stessa fede. Quindi poi i giovani si allontanano dalle chiese, e anche dalla Chiesa, e ritornano saltuariamente solo come utenti di servizi religiosi.

  La sinodalità totale che viene oggi proposta vorrebbe correggere questa situazione. Per riuscirci occorre aprire spazi reali  di partecipazione e di co-decisione all’interno della Chiesa. Questo non è clericalismo  delle persone laiche, le quali ad essere come preti e religiosi  in genere non pensano proprio. E questo perché hanno subito troppo a lungo la dura e umiliante condizione di emarginazione organizzata dai gerarchi e dai teologi che a loro fanno riferimento, e certamente non vogliono ricadervi.

  Dando spazio alle persone laiche, occorre fare spazio alla libertà  nella Chiesa.

 Al  termine della scorsa assemblea sinodale parrocchiale abbiamo recitato una preghiera di de Foucauld nella quale si dichiarava di voler restituire la nostra libertà al Cielo. Di solito non recito mai  preghiere simili. La libertà è dono, ma è anche responsabilità: per questo non possiamo rinunciarvi, e, aggiungo, non dobbiamo farlo. Sarebbe come disertare. La libertà è infatti parte della missione. Il vangelo, è scritto, rende liberi.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli