lunedì 27 dicembre 2021

" Il Sinodo e il ruolo del Meic " - conferenza su Zoom del prof. Luigi D'Andrea, presidente del Movimento, il 10-12-21 - appunti da Mario Ardigò

 





VENERDI  10 DICEMBRE 2021    ore 18-20

Convegno su piattaforma ZOOM 

 " Il Sinodo e il ruolo del Meic - Movimento ecclesiale di impegno culturale "

relatore: prof. Luigi d'Andrea - Università di Messina - Presidente nazionale del Meic

 

Appunti dalla conferenza a cura di Mario Ardigò, non rivisti dal relatore

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  Il tema proposto ci impegna come soci del Meic, ma anche come cittadini. Dobbiamo infatti rendere significativo per la società italiana il cammino sinodale della Chiesa e ciò che accade nella società italiana per la Chiesa.

  Dal 9  e 10 ottobre scorsi, e dal 17 ottobre a livello di Diocesi, si è avviato un processo sinodale a più livelli, universale e locale, che ci impegnerà fino al 2023 ed oltre.

 Il termine sinodo è ritenuto sinonimo di  concilio. In qualche modo il processo appena iniziato avrà qualche cosa di  un concilio. La sua peculiarità è che si tratta di un sinodo sulla sinodalità. C’è quindi una correlazione tra la procedura che si seguirà e l’oggetto del cammino sinodale. Questo è un dato significativo.  Dobbiamo imparare a camminare e, camminando, ragioneremo su come camminare.

 Il termine  sinodo  rimanda etimologicamente all’idea di cammino comune,  al camminare insieme.

 Quindi, in questa prospettiva, il processo è già un risultato. Il

camminare è già riflettere su come si cammina. 

 Qualche giorno fa, nel corso di un convegno su Francesco Saverio Nitti, si rifletteva su come Nitti, da Presidente del Consiglio dei ministri, aveva organizzato un’azione diplomatica che, pur non andata a buon fine, non era stata inutile, perché aveva consentito ad alcuni Paesi di conoscersi, e questo successivamente era servito.

  Ogni visione un po’ rigida, meccanicistica, tra processo e risultato, secondo la quale il processo ha successo se conduce al risultato che era stato preventivato, va corretta, perché già attivare processi  è un risultato.

 La categoria di sinodalità  rimanda ai contenuti più profondi della Rivelazione cristiana. In merito cita il documento della Commissione teologica internazionale La sinodalità
nella vita e nella missione della Chiesa
[pubblicato nel marzo 2018], nel quale proprio all’inizio, si legge:

 

 “Sinodo” è parola antica e veneranda nella Tradizione della Chiesa, il cui significato richiama i contenuti più profondi della Rivelazione. Composta dalla preposizione σύν, con, e dal sostantivo ὁδός, via, indica il cammino fatto insieme dal Popolo di Dio. Rinvia pertanto al Signore Gesù che presenta se stesso come «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6), e al fatto che i cristiani, alla sua sequela, sono in origine chiamati «i discepoli della via» (cfr. At 9,2; 19,9.23; 22,4; 24,14.22).

  Nel greco ecclesiastico esprime l’essere convocati in assemblea dei discepoli di Gesù e in alcuni casi è sinonimo della comunità ecclesiale. San Giovanni Crisostomo, ad esempio, scrive che Chiesa è «nome che sta per cammino insieme (σύνoδος)». La Chiesa infatti – spiega – è l’assemblea convocata per rendere grazie e lode a Dio come un coro, una realtà armonica dove tutto si tiene (σύστημα), poiché coloro che la compongono, mediante le loro reciproche e ordinate relazioni, convergono nell’ἁγάπη e nella ὁμονοία (il medesimo sentire).

 

   Dunque la sinodalità è una categoria che ci conduce al cuore dell’essere cristiani e dell’essere Chiesa.

  Il termine σύν rimanda alla coordinata spaziale “Con chi camminiamo”,  mentre il termine ὁδός rimanda alla categoria della “via” che è insieme spaziale  e temporale, perché la via che si percorre la si percorre nel tempo, i passi si succedono nel tempo. Camminare significa impiegare del tempo per percorrere una strada.

 Queste due coordinate spazio-temporali devono guidarci sia nel leggere la realtà quale è e sia  nel progettare il cammino da fare. Occorre leggere non solo il presente e il futuro, ma anche il passato. Tanto le persone con le quali ci incamminiamo né la strada che percorriamo sarebbero leggibili senza un’attenzione alla storia, al cammino che ci ha condotti fin qua.  Le relazioni che abbiamo vissuto ci hanno portato ad essere ciò che siamo, perché l’essere umano è un vivente  in relazione.

  Il conferenziere fa un appello al realismo nella lettura, che sappia tracciare ciò che abbiamo alle spalle, ma anche all’apertura a risultati non preventivati, a lasciarsi sorprendere dallo Spirito.

  Indica tre punti di riferimento, sulla base del documento citato della Commissione Teologica Internazionale.

 Al numero 64 si legge:

 

Questa visione ecclesiologica [la visione del Popolo di Dio] invita a promuovere il dispiegarsi della comunione sinodale tra “tutti”, “alcuni” e “uno”. A diversi livelli e in diverse forme, sul piano delle Chiese particolari, su quello dei loro raggruppamenti a livello regionale e su quello della Chiesa universale, la sinodalità implica l’esercizio del sensus fidei della universitas fidelium (tutti), il ministero di guida del collegio dei Vescovi, ciascuno con il suo presbiterio (alcuni), e il ministero di unità del Vescovo e del Papa (uno). Risultano così coniugati, nella dinamica sinodale, l’aspetto comunitario che include tutto il Popolo di Dio, la dimensione collegiale relativa all’esercizio del ministero episcopale e il ministero primaziale del Vescovo di Roma.

 

 Queste tre polarità  [tutti, alcuni, uno] sono una formidabile chiave di lettura per il cammino intrapreso e quando poi studieremo questo sinodo, sia in chiave descrittiva, del leggere la realtà così come veramente è, quanto in chiave prescrittiva, cioè della progettazione in chiave pastorale del cammino da farsi.

  Si dice che, diversamente dal passato, in cui ci si è mossi dall’alto verso il basso, ad esempio come nel Concilio di Trento, dove il Magistero era in alto, e in basso i fedeli solo come discepoli, meri uditori dell’autorità, ci si vorrebbe muovere dal basso. Ma occorrerebbe evitare le visioni unidirezionali, sia nel senso alto/basso  si all’inverso, perché non ci aiuta a leggere la realtà così com’è. Il processo è circolare nel quale alto  e basso  si rincorrono nell’orientare i processi. Basti considerare che questo sinodo è stato avviato dal Papa, quindi dall’alto, così come il Concilio Vaticano 2° nacque quando, nel 1959, il papa Giovanni 23°, davanti ad una platea attonita nella Basilica di San Paolo fuori le mura annunciò un nuovo concilio. Quel processo tuttavia animò un processo dal basso, che rispose con dinamismo all’appello dall’alto. Il conferenziere ritiene che anche ora debba essere così. Non dobbiamo rimanere intrappolati in una lettura unilaterale che contrappone alto  e basso.

 Che questa sia la chiave di lettura preferibile della sinodalità è confermato da un altro passaggio del documento della Commissione Teologica internazionale, nel quale al n.106, lettera a), si legge:

 

  Nella prospettiva della comunione e dell’attuazione della sinodalità, si possono segnalare alcune fondamentali linee di orientamento nell’azione pastorale:

a.   l’attivazione, a partire dalla Chiesa particolare e a tutti i livelli, della circolarità tra il ministero dei Pastori, la partecipazione e corresponsabilità dei laici, gli impulsi provenienti dai doni carismatici secondo la circolarità dinamica tra “uno”, “alcuni” e “tutti”; […]

 

  L’uno, nel documento citato, è il Papa; i tutti siamo noi fedeli; gli alcuni  sono i vescovi e il presbiterio. Guardando i processi a livello di comunità laica, bisogna però ragionare diversamente: c’è il singolo, vale a dire ciascuno di noi; poi ci sono le aggregazioni, le formazioni sociali, i circuiti comunitari  che siamo in grado di animare; e poi ci sono i tutti,  vale a dire l’universo di riferimento, che, sul piano laico, può essere l’intera umanità, o la comunità dei credenti nel suo insieme, ma, in ogni caso, siamo sollecitati dal cammino sinodale a strutturare le relazioni virtuose tra il singolo, le aggregazioni pluralistiche che la vita sociale quotidianamente manifesta e l’universalità di riferimento.  Dal punto di vista ecclesiale ne viene fuori una prospettiva molto interessante.

 Nel documento della Commissione Teologica Internazionale manca il rilievo del singolo, inteso come ciascuno di noi. Certo, c’è il riferimento all’io  che deve volgere verso il noi, ma questo non significa che l’io  debba essere considerato come un mera parte di un tutto che lo ingloba, lo metabolizza e lo trascende, annullandolo. Secondo la visione del personalismo cristiano, pensa a Maritain e a Mounier, intellettuali di riferimento nella famiglia del Meic, ciascuno di noi è un tutto, perché per ciascuno di noi Cristo è morto e risorto. La parabola della pecora smarrita si può leggere come manifestazione dell’esigenza che di nessuno si faccia a meno  e anche del fatto che, nel gregge, ciascuno a un significato: non potremo avere un vero gregge se ogni pecora non potrà dire la sua. La sinodalità  è un inno alla capacità delle parti di costituire un tutto. Senza l’io  non ci sarà nessun noi  reale, ci sarà solo l’omologazione dall’alto.  Senza un’attenzione all’io, compresi i percorsi più discutibili, anche quelli più lontani dai paradigmi più consueti, se non si parte dal vissuto di ciascuno, non ci sarà verso di costruire i tutti nella Chiesa, ma neppure un nostro contributo all’umanità intera.

 Il Meic, come le altre aggregazioni,  è un luogo in cui si strutturano relazioni tra i singoli, che devono potervi svolgere la loro personalità, la loro singolare e irripetibile vocazione, aprendosi tuttavia alle Chiese locali, dove il credente vive la fede radicato in un territorio,  e alla Chiesa universale. Chi ha responsabilità universali è chiamato ad interrogarsi sulla capacità di rimanere in dialogo e di essere attento a ciò che accade nella società pluralistica, in particolare quanto ai più piccoli. Tutte le dimensioni, singolo, aggregazioni, tutti, sono relazionate reciprocamente e inevitabilmente.

  Nella lettura della realtà e nell’animazione del Meic occorre essere attenti a quelle relazioni.

 Anche nel costituzionalismo europeo contemporaneo, espresso anche nella nostra Costituzione, i diritti del singolo, anche nelle formazioni  sociali, sono in relazione con la dimensione repubblicana, i tutti, animata democraticamente. Strutturare questo sistema di relazioni, animarlo, è la vita repubblicana, la vita civile.

 Il cammino sinodale si inserisce quindi in quello di ricostruzione del nostro Paese molto impegnativo a cui siamo chiamati – ad esempio on il PNRR -: vi è una forte analogia tra di essi.

  In questa prospettiva occorre strutturare i rapporti tra comunità civile e comunità ecclesiale. Il cammino sinodale va letto quindi sia in una prospettiva intraecclesiale che extraecclesiale.

 E’ importante che il cammino della comunità civile sia significativo per la comunità ecclesiale e che il processo sinodale sia significativo per la comunità civile.

 Dentro questa prospettiva generale si inquadra il rapporto tra sinodalità e democrazia, dove il termine democrazia rimanda alla dimensione della società civile. Certo le due categorie non si possono sovrapporre. La democrazia non è sic et simpliciter  sinodalità e la sinodalità non è sic et simpliciter  democrazia: democrazia e sinodalità non si possono risolvere l’una nell’altra. Tuttavia le analogie tra le due categorie sono forti e non vanno negate. Si ricorda spesso il principio ecclesiologico medievale che ciò che riguarda tutti deve essere approvato da tutti.   Questo  è un modo di dire la democrazia. Ed è nello stesso tempo un modo di dire la sinodalità. E la nostra sensibilità per la sinodalità si spiega anche con la nostra frequentazione dei meccanismi democratici, che ci sono ormai familiari. C’è l’esigenza di partecipazione, di ascolto di tutti, di soppesare gli argomenti, di ascoltare anche i pareri apparentemente più lontani dall’ “ortodossia”, da pensiero dominante, che è al contempo manifestazione di genuina sinodalità e di genuina democrazia. La sinodalità è una forma di democrazia vissuta in modo più integrale di quanto spesso si faccia quando si dà più importanza agli aspetti procedurali, dimenticando le basi di valori della democrazia.

  Comunità civile e comunità ecclesiale devono entrare in relazione imparando anche a limitarsi nelle loro reciproche pretese. Devono imparare l’una dall’altra. In questo senso il rapporto tra processi sinodali e processi democratici è significativo. Nella democrazia e nella sinodalità c’è un elemento da tenere in conto: la capacità di dare spazio, nel dibattito, a tutti, anche a chi dissente, anche a chi si muove in direzione che non condividiamo. Non bisogna mai cessare di consentire di parlare a tutti. E’ importante ascoltare anche i più lontani: non retorica, è la vita del sistema democratico, che si manifesta nella possibilità di assumere vere deliberazioni. E’ il problema anche di attuare una sinodalità che riguardi anche il momento decisionale. Ma al di là di chi decide, che naturalmente è importante, c’è l’esigenza che si decida in una forma che dia spazio, peso, al rapporto tra gli argomenti, tra vantaggi e svantaggi, tra alternative disponibili, con realismo, con coraggio, con prudenza audace, pesando argomenti elaborati, documentati, numeri e carte alla mano. Questo è decisivo per la Chiesa, se intende percorrere la strada a cui è chiamata, senza lasciarsi troppo condizionare dal passato, pur rispettosi per il senso della tradizione viva, che è importanza anche per la democrazia.

 Ad esempio, sui temi eticamente sensibili, come l’eutanasia, l’orientamento sessuale, la riproduzione, abbiamo un servizio da dare, come credenti, alla Chiesa e alla società civile ed è prendere il bagaglio di tutto ciò che è implicato, compreso ciò che un tempo appariva sicuro, stabile, che sta alle nostre spalle ma che è ancora un paradigma importante, e mettere il passato in rapporto con la sensibilità moderna. Oggi ad esempio nessuno si riferirebbe agli omosessuale nel modo in cui lo si faceva solo una  o due generazioni fa. Dobbiamo declinare le categorie ricevute dalla tradizione dentro la sensibilità moderna, ad esempio la tensione moderna verso la corporeità e l’autopercezione, alla soggettività, anche non corrispondente all’oggettività. Di tutto questo dobbiamo farci carico sia nella dimensione ecclesiale che in quella civile.

  Dobbiamo, infine, trovare protocolli, procedure, formali e informali mediante i quali i laici riescano a interloquire fra loro sulla politica, sul diritto, sulla società italiana. Dobbiamo evitare, ad esempio, che si debba chiedere al Presidente della CEI un giudizio sulla riforma costituzionale;  i laici i laici devono trovare la forza, la capacità e il modo di avere una loro soggettività riconosciuta nella Chiesa, la capacità di palare, di elaborare, di fare discernimento comunitario, di discorrere tra loro. Su questo punto il cammino da fare è tanto. In questo non tutto ci aiuta, soprattutto il passato più recente.

   Il ruolo del Meic deriva da quello che s’è detto. La nostra tradizione culturale ci mette nella giusta prospettiva.

 La realtà  è superiore alle idee, ma le idee non sono irrilevanti per leggerla. Dobbiamo quindi spendere quella “C” che sta nel nostro acronimo, impegnandoci in quella direzione, come singoli e anche tutti insieme.

  Dobbiamo anche alleggerirci nel viaggio e per il viaggio, in questo cammino. Bisogna saper guardare all’essenziale. Il caduco merita di cadere e di essere consegnato al passato. Non dobbiamo rimanere attaccati a questioni inutili. Come ha detto papa Francesco lo scopo del sinodo non è di produrre documenti ma di far germogliare sogni e profezie, fiorire speranze, stimolare fiducia, guarire ferite, intrecciare relazioni, suscitare un’alba di speranza, imparando gli uni dagli altri, creando un immaginario collettivo che illumini i tempi, riscaldi i cuori, ridoni forza alle  mani.