martedì 28 dicembre 2021

Gradualità

 




 

Per informarsi sul WEB sui cammini sinodali

 

Sito del Sinodo 2021-2023 (generale)

https://www.synod.va/it.html

Siti del cammino sinodale delle Chiese italiane

https://camminosinodale.chiesacattolica.it/

https://www.chiesacattolica.it/cammino-sinodale-delle-chiese-che-sono-in-italia-i-testi-approvati-dal-consiglio-permanente/

 

Gradualità

 

   Quanto ai processi sinodali avviati lo scorso ottobre se ne parla come di una riforma incipiente, di carattere sperimentale. Si vorrebbe iniziare a cambiare strada facendo, per poi trarre le prime conclusioni dopo qualche anno, in base  a quello che sarà successo. Esse però non chiuderanno il movimento, ne saranno solo un’altra tappa. Questa la profonda diversità da ciò che si è fatto in altre epoche storiche, in particolare da quelle  nelle quali il cambiamento è stato disposto nel corso di un concilio.

  Nei documenti statutari dei processi di riforma si è mantenuta una certa ambiguità di prospettive, per la quale chi pensa a ciò che si va facendo come ad una specie di sondaggio della gente può avere argomenti. Ma se consideriamo come  questa sinodalità  ci viene proposta dal  Papa, il quale le ha dato avvio, si comprende bene che è molto di più.

  Cominciamo con il dire che, proprio alla base, dove tutto si vuol far cominciare, vi sono notevoli spazi di auto-organizzazione: questo è già la realizzazione pratica  di una riforma. Si vuole che si parli liberamente, senza doversi adeguare ad una specie di copione da mettere in scena. Questo metodo in genere non viene mai seguito in ambito ecclesiale, salvo che in movimenti come la nostra Azione Cattolica che, dagli scorsi anni Sessanta, ne fa un proprio tratto caratterizzante.

  L’effettiva realizzazione di questa forma di libertà richiede una organizzazione di tipo francamente democratico, nella quale, quindi, appunto, vi sia libertà di parola, con l’obbligo però di argomentare e di discutere con le altre persone i ragionamenti proposti. Il presupposto è il riconoscimento della pari dignità delle persone dialoganti. Essa si basa, ci dicono i teologi, sulla comune dignità battesimale. È chiaro però che fino ad epoca recente quest’ultima non comportò la libertà di parola nella Chiesa. E ciò perché si riteneva che la Chiesa, mediante la propria gerarchia, organizzata intorno al clero, alla teologia ufficiale e agli ordini religiosi, avesse la prerogativa di definire e proclamare la verità, vale a dire ciò che si deve pensare e dire se si vuole essere riconosciuti come cristiani, e che quindi il resto dei persuasi in Cristo non avesse null’altro da fare che mettere in pratica e diffondere. Ora invece si chiede loro di esprimersi, e di farlo con libertà, e addirittura audacia, senza temere di essere accusati di fare confusione, senza l’obbligo di limitarsi a ripetere, e da questa esperienza si vorrebbero trarre argomenti per poi progettare il cambiamento.

  Quando si insegna la democrazia si parte, come in genere fanno le persone colte, dal chiarire l’etimologia della parola, la quale, come molte altre delle culture europee, viene dal greco antico, e comprende due altre parole di quella lingua che significano popolo e potere, entrambe con un connotato politico, nel senso che riguardano il governo della società. Si afferma quindi che democrazia sarebbe il potere del popolo.

  Ora, bisogna capire che quando ai tempi nostri, in Occidente, si parla di democrazia non si vuole intendere primariamente un sistema di potere, ma un sistema di valori. Un valore è un orientamento preminente e stabile  di una persona o di un gruppo di persone nel senso che li caratterizza e si vorrebbe sottratto alla variabilità contingente delle opzioni, regolate in base alle opportunità, alla convenienza, ed anche gli equilibri sociali del momento.

 Nella democrazia come oggi la si intende il valore fondamentale non è il potere del popolo, ma il fatto che in società ogni potere sia limitato, compreso quello stesso  del popolo. Gli altri valori non sono che specificazioni di questa idea base. Nella costruzione del governo democratico segue la definizione di procedure  per adottare validamente decisioni che vengano riconosciute come proprie della collettività di riferimento. Anche la procedura è un sistema di limiti, formali questa volta, o, altrimenti detto, rituali. In questo quadro emerge il principio secondo il quale la decisione collettiva attuata secondo procedure democratiche, che viene per questo definita deliberazione del gruppo di riferimento, deve riscuotere un consenso maggioritario. Questa regola limita il potere delle oligarchie sociali, ad esempio quello di potenti minoranze  basato sulla disponibilità giuridica di maggiori mezzi economici, e, in particolare, del potere di decisione nelle aziende. Ma, e questo è molto importante, i valori sono sottratti al potere di deliberazione delle maggioranze, in quanto principi di sistema. Un sistema di governo, e in questo senso politico, non può dirsi democratico se non pone limiti anche al dispotismo delle maggioranze, vale a dire ad un potere politico che pretenda, sulla base della sola forza delle masse, di disporre arbitrariamente dei valori. Per questo, ad esempio, secondo il nostro sistema costituzionale, che è espressione del costituzionalismo europeo contemporaneo, una larghissima maggioranza della popolazione non può imporre a minoranze anche molto ristrette costumi religiosi di qualunque tipo. Per questo vi sono norme specifiche che, su basi costituzionali, prevedono la libertà religiosa anche di gruppi molto piccoli e, addirittura, della singola persona, senza che possano validamente essere rovesciate da una qualche maggioranza politica.

  Il fondamento della democrazia politica come oggi la si intende, che si basa su un sistema di valori non disponibile da parte delle maggioranze, non è in genere compreso dal Magistero cattolico, che quindi è portato a diffamare la democrazia contemporanea solo come un sistema di procedure che rendono, considerando solo la  conta dei voti, i valori disponibili arbitrariamente da parte di maggioranze e a preferirle l’oligarchia gerarchica. Tuttavia può essere facilmente dimostrato ricordando realisticamente la nostra storia che i valori non sono stati assolutamente al sicuro nelle mani di quel tipo di oligarchia, e, in particolare, quelli evangelici. Le efferate e vaste brutalità riferibili alla politica della gerarchia ecclesiale furono storicamente determinate dalla volontà di annientare ogni dissenso, diffamandolo come eresia, quindi come colpevole lacerazione del Corpo, a prescindere da questioni di valori evangelici, in particolare anticipando arbitrariamente, contro il comando evangelico, la resa dei conti con ciò che veniva considerato zizzania sociale.

  Una conseguenza del principio democratico del limite ad ogni potere sociale è il principio di gradualitá dei processi di riforma sociale, che significa sforzarsi di estenderne il consenso nella base sociale non facendone solo oggetto di imposizione dall’alto, in particolare prevedendo fasi di sperimentazione che ne consentano una messa a punto secondo le particolarità delle società di riferimento.

  Ma, si potrebbe obiettare, se si è individuata una soluzione organizzativa valida, perché si dovrebbe tener conto delle resistenze sociali, trattenendosi dal sovrastarle con la forza? In altri termini, se si è definita una verità, perché non imporla ai renitenti? In effetti, fino ad epoca recente, nella nostra Chiesa si è agito appunto di forza, stabilendo l’obbligo di adeguarsi a ciò che veniva disposto che fosse creduto. In questa prospettiva, come ho osservato, verità era intesa come ciò che doveva essere creduto per essere riconosciuti come parte della Chiesa, in particolare come una certa definizione nominalistica della fede formulata dalla gerarchia. Sotto questo profilo nella nostra Chiesa ha imperato, e per certi versi tuttora impera, una tirannia della gerarchia. Ma i processi sinodali che si sono da poco aperti non riguardano questioni di definizione, ma vogliono sperimentare un nuovo sistema di relazioni ed è per questo che non sono stati principalmente arruolati dei teologi per guidarli e invece vi è stata applicata tutta la gente di fede, vale a dire, quindi, quella che affida al Cristo la propria vita. La gradualità di quei processi è connaturata a questo metodo, per il quale la sinodalitá ecclesiale prima che definita va scoperta.

Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli