Cambiare in molti
In teologia si è convinti che il Popolo di Dio, inteso come tutti coloro che lo compongono, nessuno escluso, possieda una particolare capacità, vale a dire quella di intuire la verità, nel senso di ciò che si vuole in Cielo da noi. Questo sarebbe il senso della fede, una virtù collettiva di cui tutti noi cristiani parteciperemmo, ma nessuno in particolare senza tutti gli altri. Poiché non sono un teologo, mi basta descrivere questa concezione, senza sentirmi onerato della responsabilità di spiegarla più in dettaglio.
L’altra idea della verità riguarda ciò che deve essere creduto per essere considerati cristiani da chi in una Chiesa esercita l’autorità. Questa accezione mi è più comprensibile, perché è di natura giuridica. Può sembrare in contrasto con la prima, perché comporta che una parte del Popolo di Dio sia in grado di definire la verità senza il concorso degli altri. Questo accadrebbe per assistenza dello Spirito, che è molto invocato nei cammini sinodali che sono attualmente in concorso.
C’è poi un’idea a sfondo apologetico secondo la quale il Popolo di Dio avrebbe finito sempre per seguire, in materia di verità, i pastori, e, anche, questi ultimi il popolo. Tenuto conto dell’efferata e (oggi) inconcepibile violenza che è stata esercitata per la gran parte della nostra storia religiosa, e nella nostra Chiesa almeno fino ai primi decenni del Novecento, questo non può dirsi particolarmente evidente. Ma le questioni di natura storica non mi pare siano mai state un vero ostacolo per la teologia. E credo sia anche tra le ragioni per le quali la storia non rientra di solito nella formazione religiosa dei fedeli.
Affrontando l’apprendistato di sinodalitá che abbiamo iniziato, è consigliabile però non partire dalla teologia né dal diritto, ma dalla realtà della società così come la osserviamo ed è descritta, ad esempio, da antropologi e sociologi. Il popolo come ne parlano teologi e giuristi – la metodologia delle due discipline presenta notevoli assonanze da quando sono divenute materie universitarie, più o meno dal Dodicesimo secolo – non esiste nella realtà. Esistono popolazioni e, al loro interno, strati sociali connotati da più intense relazioni che interagiscono con gli altri strati sociali: di queste relazioni collettive sono espressione le culture, tra le quali anche le religioni. L’idea di popolo è appunto un connotato culturale. Popolazioni si è, popolo si diventa per via di cultura. Nella sinodalità si parte lavorando come popolazioni, per cercare di farsi popolosviluppando una cultura e, in genere, di mantenersi popolo, perché quasi sempre bisogna fare i conti con una tradizione culturale, la quale, per funzionare, deve essere adattata ai tempi nuovi.
Sinodalità significa cercare di intensificare relazioni per produrre una cultura condivisa, la quale poi consenta la convivenza pacifica e collaborativa come popolo. Non è scontato, in particolare in religione, che ci si riesca. Catalizzare la pace sociale è una forma di sapienza. Il risultato, l’esperienza insegna, sarà sempre precario: non si fa mai pace una volta per tutte. E rimarrà sempre una certa tensione tra gruppi che tendono a divergere.
Noi ora, proponendoci la sinodalità, non intendiamo però appagarci di essa. Il movimento sinodale ha una direzione che è indicata nelle encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti.
Che succede se, però, gli strati sociali prevalenti in una certa popolazione di riferimento non condividono quella piega?
Ci si illude se si pensa che tutto possa essere risolto a colpi di spiritualità, vale a dire, fondamentalmente, di emotività.
Se non si vuole agire di forza, come in genere è accaduto in religione, è necessaria, per cambiare in molti insieme, una certa capacità di dialogo, che non consiste solo nell’esporre ordinatamente i propri argomenti accettando il giudizio degli altri, ma anche nel riconoscersi vicendevolmente una pari dignità di persona e, insieme, nel non voler rinunciare gli uni agli altri. Questo per sviluppare una sufficiente identità di vedute.Il risultato però, anche così, non sarà scontato. Non è detto che si riesca a convergere su una verità, comunque la si voglia intendere.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.
