sabato 20 novembre 2021

Stasera cominciamo come "gruppo sinodale"

Il logo del Sinodo

Stasera cominciamo come gruppo sinodale

 

Stasera, 20 Novembre, alle ore 17, in parrocchia – sala rossa e in videoconferenza Meet  noi dell’AC San Clemente promuoveremo un gruppo sinodale parrocchiale,  per iniziare a rispondere alle Dieci Domande che i vescovi ci hanno proposto, nella fase della consultazione del Popolo di Dio, tutti noi, in preparazione dell’Assemblea generale del Sinodo dei vescovi dell’Ottobre 2023 e dell’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana che, nell’ottobre 2025, anno del Giubileo, chiuderà il Sinodo delle Chiese italiane.

  Siamo tutti convocati, come Chiesa, hanno scritto i nostri vescovi.

  Questo processo sinodale  che è in corso del 9 Ottobre scorso riguarda la riforma  della Chiesa e viene presentato come un completamento della fase attuativa dei principi deliberati in merito durante il Concilio Vaticano 2°, che si è svolto a Roma dal 1962 al 1965.

   L’idea fondamentale, intorno alla quale ruota quel processo, è quella di sinodalità totale.  Essa significa realizzare una effettiva partecipazione di ogni battezzato nelle decisioni e azioni di Chiesa, quindi collettive,  che riguardano l’apostolato, vale a dire la diffusione  e attuazione  del vangelo nel mondo. Se tutti  devono essere messi in condizione di partecipare a tutto occorre praticare un metodo che impedisca ad una parte di tiranneggiare le altre, fosse anche la parte maggioritaria. Non è sinodale  la prevaricazione di uno, o di pochi, ma neanche quella dei più. Secondo il principio di sinodalità, dunque, ci si propone di raggiungere il consenso più ampio possibile, ma anche di impedire le pretese totalitarie delle maggioranze.

  La sinodalità  posta in questi termini non è mai stata storicamente praticata nella nostra Chiesa, anche se dagli anni Sessanta sono iniziate esperienze sociali in questo senso, in particolare nell’esperienza latinoamericana del Consiglio episcopale latinoamericano  e nella Chiesa tedesca, che attualmente ha in corso il suo Sinodo nazionale.  Uno dei principali problemi su quella via è quello del ruolo da riconoscere alle persone laiche e, in particolare, alle donne. Esso è cruciale anche per definire il senso delle funzioni ecclesiali del clero e dei religiosi  e l’estensione di quelle episcopali.

  Nella teologia contemporanea si comincia a proporre di abbandonare il termine laico, sostituendolo con quello di fedele cristiano. Laico  infatti è venuto storicamente a significare non-chierico e, progressivamente, illetterato, incolto, cosa che non corrisponde più alla situazione ecclesiale contemporanea, nella quale i laici esercitano un reale e importante magistero  sociale, che ha significativamente orientato quello episcopale.

  La prima delle Dieci Domande  che orienteranno il nostro cammino sinodale è questa:

 

1°. I COMPAGNI DI VIAGGIO

Nella Chiesa e nella società siamo sulla stessa strada fianco a fianco. Nella vostra Chiesa locale, chi sono coloro che “camminano insieme”? Quando diciamo “la nostra Chiesa”, chi ne fa parte? Chi ci chiede di camminare insieme? Quali sono i compagni di viaggio, anche al di fuori del perimetro ecclesiale? Quali persone o gruppi sono lasciati ai margini, espressamente o di fatto?

 

 Tutte le Dieci Domande fanno riferimento a un Interrogativo fondamentale:

 

Una Chiesa sinodale, annunciando il Vangelo, “cammina insieme”: come questo “camminare insieme” si realizza oggi nella vostra Chiesa particolare? Quali passi lo Spirito ci invita a compiere per crescere nel nostro “camminare insieme”?

 

  Non ci viene chiesta un’opinione, ma:

-di rendere un’immagine realistica della situazione ecclesiale così come la viviamo;

-di discernere, secondo il vangelo,  ciò che riteniamo il nostro dovere in quella situazione ecclesiale, così com’è ora;

-di prendere impegni collettivi di azione e collaborazione.

 

  Come gruppo sinodale  non agiremo più come Azione Cattolica parrocchiale, ma come Chiesa locale, parrocchia. L’incontro, per questo, è aperto a tutti. Non proponiamo l’adesione all’Azione Cattolica, ma di fare Chiesa insieme, nello spirito sinodale di cui si è detto. La parrocchia, la Chiesa, è l’esperienza originaria, tutto il resto è meno importante e può esserci come non esserci.

 

 Si può partecipare anche in videoconferenza Meet.  Via email e posta ordinaria sono stati già diramati inviti con indicazione del link e del codice di accesso per collegarsi. Chi non li ha ricevuti e voglia partecipare, può chiederli con una email a mario.ardigo@acsanclemente.net indicando il proprio nome, la parrocchia di residenza e i temi di interesse. I dati comunicati serviranno solo per la partecipazione all’incontro di stasera, verranno cancellati dopo la riunione e dovranno essere nuovamente inviati per partecipare a una riunione successiva. Ogni persona che riceve link e codice di accesso ha facoltà di comunicarli a chi crede.

  Di seguito alcune riflessioni sul tema di stasera.

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  La prima domanda della consultazione del Popolo di Dio accosta Chiesa  e società con noi  dentro.

 

Nella Chiesa e nella società siamo sulla stessa strada fianco a fianco. Nella vostra Chiesa locale, chi sono coloro che “camminano insieme”? Quando diciamo “la nostra Chiesa”, chi ne fa parte? Chi ci chiede di camminare insieme? Quali sono i compagni di viaggio, anche al di fuori del perimetro ecclesiale? Quali persone o gruppi sono lasciati ai margini, espressamente o di fatto?

 

 La Chiesa  è, in quella domanda, quella fatta da noi, così come la società.

 Chiesa  e società  sono viste come realtà che procedono  per una stessa strada. Fuori di metafora: esse vivono gli stessi tempi, sono soggette alle stesse forze sociali che spingono per il cambiamento, subiscono gli stessi problemi.

  La Chiesa locale  è anche la nostra parrocchia, è la Chiesa  qui e ora, presso di noi, fatta anche da noi, insieme a molte altre persone, quella che vive e cambia con noi dentro. Quali persone sono nostre compagne in questo?

  Le persone umane vivono la società in contesti molto limitati, e ciò per limiti cognitivi e relazionali di specie. Gli antropologi hanno stimato che non abbiamo la possibilità fisiologica di avere relazione profonde con più, complessivamente, di 150 altre persone circa. Il resto ci rimane indistinto, un po’ come nel logo del Sinodo.


 Guardate quell’immagine. Sono rappresentate, stilizzate, diverse età della vita e anche condizioni sociali, ci sono  ad esempio un vescovo e  una suora. Non sono riconoscibili frati, monaci e preti. Vi accorgete gdi altro? Le figure non hanno volto e quindi non sono riconoscibili come individui. E’ così che ci appare la società al di fuori della cerchia ristretta in cui possiamo avere relazioni profonde.

  L’organizzazione di società di massa ci è possibile solo mediante culture, delle quali fa parte la religione, e istituzioni, delle quali fa parte la nostra Chiesa. La sopravvivenza delle circa otto miliardi di persone che vivono oggi sul nostro pianeta dipende da quell’organizzazione. Complessivamente, essa è significata da quel camminare insieme  che troviamo nella domanda dei vescovi. Esserne emarginati significa rischiare la vita. Più è capace di coinvolgere e di superare divisioni e conflitti, più essa favorisce la sopravvivenza. Il vangelo è fondamentalmente Parola di vita,  l’annuncio dell’agàpe, vale a dire  che divisioni, conflitti, stragi, rapine e prevaricazioni non sono l’ultima parola sull’umanità perché ci è giunta la salvezza da quella che fu la nostra tremenda realtà di antiche belve, quella che continua a travagliare le nostre società quando ci abbandoniamo agli istinti ancestrali. Realisticamente sappiamo che quella salvezza non sarà opera nostra, la speriamo  come dono dal Cielo: nostro compito è la sequela e la sinodalità  è appunto il modo per viverla.

  Come la pensano le persone intorno a noi su questi temi, qui e ora, nel nostro quartiere? Con quante e quali di quelle che ancora non ci sono vicine potremmo intenderci sulla via del vangelo?

  Certamente ci sono forze sociali che contrastano il vangelo, quelle, ad esempio,  che affidano le proprie speranza di sopravvivenza alla forza per respingere gli altri e anche per prevaricarli e rapinarli. Esse cercano di tenere separato ciò che invece noi, con sentimenti religiosi, vorremmo unire. Che fare con loro? Come resistere senza farci schiavi della violenza?

  E, infine, come costruire l’intesa con le persone che condividono i nostri ideali umanitari, ma che non intendono fare Chiesa con noi, ad esempio perché hanno un modo diverso di vivere la loro religiosità e non intendono abbandonarlo o pensano che sulla Terra ci sia solo ciò che si vede e si tocca?

  Passando al discorso più strettamente nostro  della vita parrocchiale, ripropongo di seguito alcuni ragionamenti che ho già esposto ieri.

 Essere  e fare  Chiesa in modo sinodale  significano un modo più intenso di stare e  camminare  insieme,  quindi anche cercare di superare la  Chiesa per gruppi  che ha, almeno dagli anni ’80, quindi da molto tempi, ha caratterizzato il post-concilio.

  Un gruppo sinodale  deve sforzarsi quindi di deporre le appartenenze  associative, di movimento o di confraternita nelle quali si è arroccato. L’Azione Cattolica, quindi, che ha preso l’iniziativa, prima tra tutti i gruppi della parrocchia, di organizzarsi come gruppo sinodale, deve viverlo non più come associazione, ma aprendosi non solo a tutti i parrocchiani, ma, più semplicemente, a tutti. Questa è l’indicazione dei nostri vescovi e del Papa.

 Questo all’Azione Cattolica verrà facile, perché non ha una propria ideologia associativa e una propria spiritualità caratteristiche, i suoi fari essendo il vangelo e il concilio. Quanto al metodo democratico  e alla vocazione popolare  che proclama nel suo statuto – si definisce una associazione popolare  e  democratica – li condivide con la società europea di oggi, che ha storicamente ha contribuito a costruire.

  A lungo, nella nostra parrocchia,  si è detto che la nostra era una comunità di comunità, nel senso che, prima, si aderiva a uno delle associazioni, movimenti e confraternite che l’abitavano, e, poi, quindi, mediante essi, essenzialmente tramite i loro dirigenti, si partecipava anche alla parrocchia. E poi che la parrocchia  è di chi ci va, e quindi si è iniziato a richiamarvi gente da fuori in particolare per partecipare ad alcune forme particolari di spiritualità che vi si praticavano nei  gruppi. Questa impostazione non rientra nella sinodalità  che i nostri vescovi e il Papa ci esortano a praticare, e, prima di tutto, a sperimentare. La parrocchia, come Chiesa, viene prima  di ogni altra aggregazione: il battesimo ci incardina nella Chiesa e questa è la base della nostra dignità di credenti. Poi la parrocchia non è di questo o di quello, perché la Chiesa non è oggetto di proprietà, ma è missione. Infatti siamo mandati nel mondo  per diffondervi il vangelo. E la Chiesa, come anche la parrocchia e i suoi locali, non sono solo per chi ci va, ma per tutti, anche per coloro che non ci vanno, che infatti i nostri vescovi ci esortano a raggiungere, e certo questa è una delle parti più difficili del lavoro, perché ci mette in questione. Infatti è possibile che le persone che non vanno in chiesa non ci vadano anche a causa nostra che le abbiamo escluse, emarginate, accusate, diffamate.

  E’ scritto tutto molto bene nell’esortazione apostolica La gioia del Vangelo – Evangelii Gaudium, che il Papa ci ha invitati a porre alla base del cammino iniziale  che da oltre un mese dovevamo iniziare.

  Non si fa gruppo sinodale venendo in chiesa  solo ad ascoltare  un qualche insegnamento: bisogna esservi attivi, partecipi, e, innanzi tutto, sapersi mettersi in questione. C’è anche uno sforzo da fare, perché, per essere in quel modo, occorre saperne un po’ di più di ora. Se uno pensa di stare in chiesa  in modo puramente passivo, al modo di uno spettatore al cinema,  probabilmente non troverà interessante un gruppo sinodale. Ma è questa passività che ci è chiesta nel vangelo?

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli