giovedì 11 novembre 2021

Metodi di sinodalità - 8- Il clericalismo

 

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Metodi di sinodalità – 8 –

 

Il clericalismo

 

 Di questi tempi si  sentono clero e persone laiche criticare il clericalismo.

  Però, quando ne parla il clero, vuole in genere dire che le persone laiche non si devono impicciare nelle cose di chiesa, ma fare, in chiesa, quello che si dice loro di fare, e, per il resto, occuparsi solo di quello che c’è fuori,  ma  questo è, appunto, clericalismo.

  Le persone laiche  lamentano invece di subire il clericalismo, nel senso che sono escluse dalle cose di chiesa, che vengono decise tutte dal clero.  Il loro posto sarebbe solo fuori delle chiese, nel mondo, anzi nel temporale, vale a dire tra ciò che passa e va, mentre il clero starebbe in mezzo alle cose eterne, che non passano, un po’ come gli angeli, per qualcosa di più, di essenziale, che ha, nella quale le altre persone non c’entrano nulla.

  Quando papa Francesco disapprova il clericalismo  non lo fa da un punto di vista clericale: nella sua opera di riforma della Chiesa ne è ostacolato, perché per portarla a termine con successo occorrerebbe coinvolgere nella  Chiesa le persone laiche, ma il clericalismo (del clero) lo impedisce. Talvolta se la prende anche con le persone laiche, perché subiscono  il clericalismo: le vorrebbe più coraggiose. Ma come si fa?, dopo tutta la scoraggiante storia della nostra Chiesa, in cui si diceva che i coraggiosi rischiavano la salute eterna e si cercava di ammansirli, perché fossero docili. Caro Papa, ora ci proveremo ad essere coraggiosi, in questo processo sinodale che hai voluto aprire, e vedremo come andrà. Già, però, ci sono venuti degli altolà.

  Dagli scorsi anni Cinquanta, teologi molto noti non riescono più bene a definire la figura della persona laica nella Chiesa, posto che parlarne solo come di un non-chierico non li soddisfa.

  E’ stato osservato questo: in uno stato ci sono i funzionari pubblici e poi c’è l’altra gente. Per  definire quest’ultima non ne parliamo però come di non-funzionari. Si parla di cittadini, che però sia i funzionari sia le altre persone sono.

  Nella nostra Chiesa, ad un certo punto, si è invece inventata la figura della persona laica  intesa come non-chierico, nonostante la comune dignità battesimale. Questo perché, ad un certo punto, non certo alle origini, si pensò al clero come alla parte migliore  della Chiesa, l’etimologia della parola richiama questa idea, e poi, progressivamente, come alla Chiesa. La sua parte indispensabile, mentre tutte le altre persone potrebbero anche non esserci. Come se i chierici  non fossero costituiti tali a beneficio di tutte quelle  altre persone, come loro pastori, come quindi se tutto il resto della Chiesa in fin dei conti c’entrasse poco o nulla con il loro potere, che esso fosse cosa tra loro,  insomma come se il loro non fosse un ministero, un servire e da questo tragga tutta la sua dignità e ragion d’essere.  Detta così, sembra una cosa bizzarra, eppure la si è veramente teorizzata. Solo con il Concilio Vaticano 2°, svoltosi a Roma dal 1962 al 1965, si cercò di cambiare, tornando alle origini, quando la distinzione fondamentale era tra cristiani e gli altri. Ma non si è riusciti a parlarne in modo veramente chiaro e soddisfacente, per cui la definizione della persona laica come non-chierico è rimasta, anche se molto attenuata. Dopo il Concilio, però, si è fatto poi  un po’ come se non fosse stato deliberato nulla di nuovo, basandosi su quel tanto di obsoleto che era rimasto nei suoi documenti nonostante il notevole sforzo di aggiornamento, vale a dire di riforma, che s’era sviluppato, ed eccoci qui a immaginare un processo sinodale in una Chiesa ancora fortemente clericale, in cui la stragrande maggioranza della gente, ridotta, come si dice, alla condizione laicale,  non conta nulla una volta entrata in chiesa, e deve solo accomodarsi tra i banchi, ascoltare e rispondere a tono secondo certe formule.

  Adesso, dopo essersi inutilmente scervellati per stabilire in che cosa una persona laica sarebbe, per essenza,  diversa da un chierico, i teologi consigliano di abbandonare l’uso del termine laico. Esso, infatti,  ha fatto solo danno. Ma così, si osserva, non si saprebbe più come definire il clero  e giustificare il suo totalitarismo religioso: questo rende evidente che il problema non sta nelle concezioni sul laicato, ma in quelle sul clero.

  Il proprio del clero, si insegna,  sarebbe l’esercizio di una potestà sacra che scenderebbe  dall’alto, nel senso dal gerarca superiore a quello inferiore che la trasmetterebbe come una sorta di fluido ricevuto dalle precedenti generazioni di gerarchi,  in un contesto in cui l’inferiore deve fare e dire come gli dice il superiore: il popolo poi starebbe sotto a tutti e a tutto, solo oggetto di potestà.  Questa è la gerarchia  di cui tanto si parla tra noi cattolici e che si vuole santa, o sacra, vale a dire intoccabile. In questa potestà si fa rientrare anche il governo  in tutte le dimensioni, giù giù fino, ad esempio, fino a quella del decidere dove mettere una statua di un santo in chiesa, o, altro esempio, su scala maggiore,  all’amministrazione di quella specie di microstato in cui è stanziata, a Roma, la Santa Sede. In tutto questo le persone laiche non potrebbero mettere bocca, pena accuse gravissime, sarebbe un po’ come tentare di oltrepassare la linea dei Cherubini ai confini del Paradiso terrestre. Questa espansione della potestà  del clero ha avuto una storia, una lunga storia, e certamente non risale alle origini, perché a quell’epoca ancora non c’era un clero e inoltre il Maestro, pur parlando di un suo regno, precisò che non era di questo mondo.  L'idea, poi, di un ufficio sacerdotale, profetico, regale a fondamento dei poteri esercitati nella Chiesa e del loro accentramento nel clero, ricordano gli storici della Chiesa, non è documentata prima del Cinquecento e risale alla teologia calvinista, anche se ora appare  come una parte consolidata della dottrina cattolica [si veda Peter Neuner, Per una teologia del popolo di Dio, Queriniana 2016, pag. 222] La costruzione della nostra Chiesa come una monarchia assoluta, al modo dell'antico impero bizantino, nel quale maturarono le concezioni basilari della nostra dottrina, ne è il risultato. Ci si è iniziato a lavorare dal Quinto secolo, ma si trovò l’ostacolo di imperatori e altri sovrani, persone laiche che si impicciavano senza problemi e in maniera molto invasiva nella cose di chiesa: è dall’Undicesimo secolo che l’operazione fu portata avanti più in grande, con il supporto della teologia universitaria, che ne creò il contesto di plausibilità. Adesso l’apparato assolutistico, pur privato dalle democrazie moderne della potestà  di ammazzare, ci stringe da ogni parte e, finora, districarsene è risultato impossibile ai vertici: ci si può riuscire, forse,  nelle realtà di prossimità. Lo stesso Papa, che sulla carta potrebbe tutto, in realtà ne è piuttosto impicciato e deve misurare le parole. Si teme che, sbagliando una definizione, tutto crolli. Intanto tutto sta crollando lo stesso: la Chiesa brucia, è il titolo dell’ultimo libro dello storico Andrea Riccardi su questi temi.

  Ora noi, se vogliamo lasciarci coinvolgere nel processo sinodale come ci esorta a fare il Papa, non dobbiamo avere troppa paura di quello che potrà accadere, se, secondo le esortazioni dei nostri vescovi, ci lasciamo condurre dallo Spirito e quindi ci convinciamo che non tutto dipende da noi. E’ la prima esortazione che ci venne dal papa Giovanni Paolo 2°, quando si affacciò dal balcone su piazza San Pietro dopo la sua elezione: Non abbiate paura!, aprite, anzi spalancate, le porte a Cristo.  Io ero lì sotto. La nostra missione fondamentale di cristiani è legata direttamente a lui, non la riceviamo, noi tutti,  dalla gerarchia, quindi dalle autorità ecclesiastiche. 

  Noi dobbiamo operare, per ora, su scala molto limitata, sperimentando. Non c’è da aver paura. Se sbaglieremo, cercheremo di correggerci (anche di questo parlò Giovanni Paolo 2° in quell’occasione).

  Ecco, per tornare ad uno degli esempi di prima, potremmo provare ad ottenere di poter  co-decidere dove mettere le statue dei santi in chiesa.

  Le nostre relazioni con il nostro caro clero, persone alle quali vogliamo bene e delle quali vogliamo sinceramente prenderci cura perché abbiano successo nel loro ministero, potrebbero essere improntate a questo principio: al di fuori degli uffici riguardanti strettamente l’ordine sacro, che certamente ci sono e sono molto importanti, ad esempio consacrazione eucaristica e sacramento della Penitenza, come anche nelle questioni di definizioni della fede, nulla solo al clero, ciò che ci fa spazio,  e nulla senza il clero, che così non può essere messo in minoranza.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli