mercoledì 10 novembre 2021

Metodi di sinodalitá - 7 - Per iniziare

 


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Metodi di sinodalità - 7 -

Per iniziare

 

  Il primo passo per essere  e fare  Chiesa in modo sinodale è riunirsi. Durante la lunga fase dell’emergenza più dure per la pandemia da Covid 19 ne abbiamo un po’ persa l’abitudine. Questo giustamente preoccupa i nostri vescovi, ma dovrebbe preoccupare anche noi. Senza la gente non si può essere sinodali, perché la sinodalità   è un modo per cooperare con altre persone nella vita di fede.

  Il secondo passo è convincersi di poter fare qualcos’altro, nella vita di fede, oltre alle devozioni personali e ad andare a messa.

  Il terzo passo è quello di essere consapevoli non solo di poter prendere l’iniziativa di fare quel qualcos’altro, ma anche di avere il dovere religioso  di farlo, secondo le esortazioni che ci vengono dal Papa e dai vescovi.

 Qualche volta si pensa che, oltrepassato il sagrato,  ci sia  la società fuori  della Chiesa, che va come va, e allora lì non ci resta che adattarci, per barcamenarci e sopravvivere. E, anche, che, quando si è al di qua  del sagrato, dunque in chiesa, ciò che c’è fuori non deve entrare, perché dentro  regnano la teologia e la storia sacra, una specie di mondo fatato,  campo degli angeli e dei preti, e a tutta l’altra  gente che c’è competa solo di ascoltare e, nelle liturgie, di recitare a tono. Se si fa entrare ciò che c’è fuori,  si comincerebbe a questionare, perché  fuori  si è su fronti opposti nelle questioni civili. Non bisognerebbe far entrare le divisioni dentro, lì dove ci si manifesta come Chiesa. Fuori  potrebbero agire esplicitamente come Chiesa solo il Papa e i vescovi, al più anche l’altro clero e i religiosi secondo un loro mandato ecclesiastico, insomma la gerarchia,  che essendo ordinata dà l’immagine di unità, mentre noi, che non siamo né clero né parti di un istituto di consacrati,  si sarebbe ridotti  a persone laiche, che rappresentano solo se stesse, il molteplice da cui originano le divisioni e le discordie che, solo se ridotto a gregge devoto e docile, potrebbe mantenersi unito (e ciò contro il dato storico che ci rimanda la narrazione di efferate lotte all’interno della stessa gerarchia).

  Dunque poi, quando ci raduniamo tra noi per animare la Chiesa in modo sinodale, non sappiamo che fare  e che dire, perché la gran parte di quello che avremmo in animo di dire è costituito da cose di fuori, e dentro  ci sentiamo un po’ sempre come ospiti tollerati.  Va detto che, fino a qualche decennio fa, anche i preti sapevano parlare della società civile, insomma delle cose di fuori, ma ora, in genere, non più tanto, specialmente i più giovani, che sono pochi e tirati su in un’atmosfera circondata da muri d’incenso che mira a separarli  dagli altri fedeli.

   Durante il Concilio Vaticano 2° ci si propose di abolire questa distinzione tra fuori  e dentro  nell’essere Chiesa.  E’ memorabile, in questo senso, il brano iniziale della Costituzione pastorale  sulla Chiesa nel mondo contemporaneo La gioia e la speranza  - Gaudium et spes:

   Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.

 La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.

 Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia.

 

  Nella nostra Chiesa si chiamano Costituzioni  i documenti contenenti le leggi più importanti. La Costituzione La gioia e la speranza  lo è, ed è definita pastorale non perché destinata ad una certa fase storica, passata la quale  debba essere necessariamente aggiornata, ma proprio perché si occupa di ciò che c’è fuori. Organizzare il lavoro che si fa collettivamente nella società da cristiani è infatti parte della pastorale, insieme a quello per la formazione delle persone di fede, ai sacramenti e alle liturgie. Vi rientra ciò che in religione definiamo carità  - agàpe, che significa praticare  un mondo nuovo.

  Il Concilio, svoltosi a Roma tra il 1962 e il 1965, dopo un decennio di vivissimi fermenti religioni, in particolare in merito al ruolo  ecclesiale delle persone laiche e alla loro dignità, definì il principio che  «è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico. » [paragrafo n.4]  Esso fu anticipato, ad esempio, da Lorenzo Milano, il quale, nella sua scuola di montagna a ragazzini destinati a rimanere dentro  la società del loro tempo da persone laiche, faceva leggere un quotidiano. Non seguono questa via, ad esempio, i preti che, invece, trasformano i gruppi di laici solo in gruppi di preghiera. Questo metodo potrebbe andare bene, al limite, per formare dei monaci, non dei preti che devono guidare la gente nel mondo, e tanto meno per persone laiche sulle quali si conta molto per riuscire a ordinare le cose del loro tempo, del loro mondo,  secondo Dio. Non è che questo lavoro non possa interessare anche un monaco, nella misura in cui non se ne sta appartato in un romitorio. Ai preti interessa certamente, ma da soli riescono a poco, innanzi tutto perché sono pochi, poi perché hanno molto da fare con la pastorale di formazione, sacramentale e liturgica, e poi in quanto si devono rassegnare a molte limitazioni del loro spirito d’iniziativa, perché spesso si trovano la strada sbarrata dai superiori, che liberamente hanno accettato di avere. Solo con la partecipazione di tutto il resto del popolo si può agire su vasta scala.

  Una volta che si sia riusciti a riunirsi, se non si sa che dire o che fare, si può iniziare commentando insieme un quotidiano.  I vescovi ci esortano a inserire quello che si fa in una cornice anche liturgica, di preghiera, perché si sia ben consapevoli che ciò che si fa, lo si fa come Chiesa, al cospetto del Signore, come è scritto:

 

«[…] E ancora vi assicuro che se due di voi, in terra, si troveranno d’accordo su quel che devono fare e chiederanno aiuto nella preghiera, il Padre mio che è in cielo glielo concederà. Perché, se due o tre si riuniscono per invocare il mio nome, io sono in mezzo a loro».

[dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 18, versetti 19 e 20 - Mt 18,19-20]

 

  Ricordate bene questo detto del Signore che ho sopra trascritto, perché lo si è posto a base della sinodalità che ora si vorrebbe diffondere in tutta la nostra Chiesa, anche tra noi persone laiche.

 Ma come andare d’accordo? Sulle cose della società ci dividiamo. Eppure qualcosa che ci unisce ci deve pur sempre essere, se ci definiamo cristiani, perché abbiamo avuto il comandamento dell’agàpe, che significa benevolenza, solidarietà e sollecitudine reciproca nel vivere insieme. E’ un comandamento, non solo un consiglio:

 

«Il mio comandamento è questo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi [in greco antico: Àute estìn e entolè emè ìna agapàte allèlous katòs egàpesa umàs - Ατη στν ντολ μ να γαπτε λλήλους καθς γάπησα μς - ho evidenziato l’agàpe  che c’è nel comando]. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici se fate quel che io vi comando. Io non vi chiamo più schiavi, perché lo schiavo non sa che cosa fa il suo padrone. Vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto sapere tutto quel che ho udito dal Padre mio.

«Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi, e vi ho destinati a portare molto frutto, un frutto duraturo. Allora il Padre vi darà tutto quel che chiederete nel nome mio. Questo io vi comando: amatevi gli uni gli altri».

[dal Vangelo secondo Giovanni, capitolo 15, versetti da 12 a 17 - Gv, 12-17]

 

 Per interiorizzare il comandamento dell’agàpe sinodale, i nostri vescovi ci consigliano di iniziare le riunioni come gruppo sinodale  con questa antica preghiera, usata proprio per queste occasioni, e anche all’inizio delle sessioni dei lavori del Concilio Vaticano 2°, l’Adsumus - Siamo qui  davanti a te:

 

Siamo qui dinanzi a te, Spirito Santo:

siamo tutti riuniti nel tuo nome.

Vieni a noi,

assistici,

scendi nei nostri cuori.

Insegnaci tu ciò che dobbiamo fare,

mostraci tu il cammino da seguire tutti insieme.

Non permettere che da noi peccatori sia lesa la giustizia,

non ci faccia sviare l’ignoranza,

non ci renda parziali l’umana simpatia,

perché siamo una sola cosa in te

e in nulla ci discostiamo dalla verità.

Lo chiediamo a Te,

che agisci in tutti i tempi e in tutti i luoghi,

in comunione con il Padre e con il Figlio,

per tutti i secoli dei secoli. Amen

 

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli