sabato 23 ottobre 2021

Scarso entusiasmo sinodale

 

Il logo del Sinodo


Scarso entusiasmo sinodale

 

 Avverto uno scarso entusiasmo sinodale. Non si parla dei cammini iniziati il 9 e il 17 ottobre scorsi. I programmi delle attività non sono granché cambiati, eppure il tempo dedicato alla fase di consultazione popolare  non è molto. Per il Sinodo della Chiesa universale terminerà nel prossimo aprile. Per quello delle Chiese italiane avremo tutto l’anno 2022, ma c’è il forte rischio che non venga nemmeno percepito dai fedeli della base, eclissato da quell’altro.

   L’esigenza diffusa di rinnovamento,  che sentii molto forte da ragazzo negli anni ’70, non mi pare che ci sia. Credo che in parte dipenda dal fatto che  quelli che ancora praticano, nel senso che vanno in chiesa, con una certa regolarità sono in maggioranza adulti avanti con gli anni. In parte dall’impostazione che si è data alla formazione religiosa negli ultimi trent’anni, che ha ripreso l’antico orientamento per cui la religione serve a contenere, uniformare le masse ed è, insomma, l’etica degli incolti, e oggi, nonostante che molti non diano molta importanza all’istruzione, non piace essere classificati come ignoranti, e soprattutto essere trattati come tali. Ancora: c’è la scarsa dimestichezza che i più hanno con religione e liturgie, perché, appunto, le statistiche stimano che circa l’80% della gente non pratichi  più, ma questa percentuale è molto più elevata tra chi è nella fascia tra i quindici e il trent’anni (dobbiamo aspettarci quindi che la percentuale dei non praticanti  salga rapidamente nei prossimi anni). Infine penso che conti anche il rigido autoritarismo clericale che ha caratterizzato la Chiesa italiana dagli anni Novanta e che non ha certamente incoraggiato la partecipazione delle persone laiche. Si sta cominciando a segnalare, rimandano le statistiche religiose, una crescente disaffezione anche delle donne, che finora erano state le praticanti  più pervicaci. Tutto questo in un contesto sociale nel quale, invece, si sta segnalando un crescente interesse per la spiritualità religiosa e ciò a livello mondiale (ne ha scritto un famoso sociologo della religione, Peter Berger, in I molti altari della modernità. Le religioni al tempo del pluralismo, edito in traduzione italiana da EMI, 2027, disponibile anche in e-book). In definitiva, il problema è proprio la Chiesa. Questo spiega perché il Papa, secondo la sua missione di pastore  universale, ha preso l’iniziativa di promuoverne il cambiamento. Tenuto conto della natura del problema e sulla base della grande esperienza delle Chiese latino-americane ha impostato il processo in modo da coinvolgere tutti i fedeli cristiani in modo attivo. Ecco dunque, nella fase preparatoria dell’Assemblea generale del Sinodo dei vescovi che si svolgerà nell’ottobre 2023, la consultazione popolare. Essa dovrebbe già servire a sperimentare  un modo più partecipativo e attivo di fare  Chiesa, quindi di praticare, ma in un senso molto più ampio di quello usato oggi nelle statistiche religiose e non limitato a tentare di ottenere l’osservanza dei precetti religiosi come formulati dal Magistero.

 Sto leggendo il libro del sociologo Roberto Cipriani L’incerta fede. Un’indagine quanti-qualitativa, Franco Angeli, 2020, nel quale, oltre a esporre le statistiche su quanti  fanno che cosa in religione, ad esempio quanti  vanno a messa regolarmente la domenica, si analizzano dal punto di vista lessicale le risposte date nel corso di interviste più estese per avere più informazioni sui motivi di certi comportamenti, l’aspetto qualitativo. Da ciò che ho capito (il libro è un testo scientifico di sociologia e presenta qualche difficoltà di comprensione per i non acculturati in quella disciplina), la pratica religiosa è strettamente correlata con la dimensione della festa e quest’ultima con la vita in famiglia e tra amici, non nel senso, però, che, diciamo, la fede religiosa induca a far festa, ma che essa è come lo scenario secondo cui si fa festa, intesa quest’ultima come incontrarsi in letizia. Il principale apporto delle religioni (non solo della nostra) in Italia alla vita della gente è di creare una cornice festiva: si ha bisogno di far festa e dalla tradizione si prende il modo di farla secondo la religione. Questo spiega perché nelle festività religiose la gente va di più in chiesa, ma quando si cerca di approfondire, in una dimensione diciamo feriale, si allontana. Spesso clero e religiosi la disprezzano per questo. Addirittura tendono a scomunicarla  di fatto, sbrigativamente.  A volte ciò si traduce in una sorta di sbattezzo che il diritto canonico pervicacemente non consente al battezzato ma che chi comanda sembra arrogarsi di poter impartire di fatto, per le vie brevi. Allora, come dire, ti rimandano indietro a rifare il catecumenato e poi si vedrà. Si fa la figura di ripetenti. E, certo, la dignità dei battezzati, che è alla base dell’idea di sinodalità, che significa che tutti i battezzati  devono aver voce e ruolo attivo nell’apostolato, inteso innanzi tutto  come pratica  del vangelo, ne risente.

 Il problema di entusiasmo che abbiamo è stato preso in considerazione dagli autori del Vademecum  per il cammino sinodale, pubblicato sotto l’autorità dei nostri vescovi.

 

Comprensibilmente, questo processo di consultazione evocherà una serie di sentimenti tra i responsabili pastorali, dall'entusiasmo e dalla gioia all'ansia, alla paura, all'incertezza o anche allo scetticismo. Tali reazioni differenziate fanno spesso parte del percorso sinodale. I vescovi possono riconoscere la varietà di reazioni che sorgono nella diocesi, mentre incoraggiano l'apertura allo Spirito Santo che spesso opera in modi sorprendenti e vivificanti. Come un buon pastore per il suo gregge, il vescovo è chiamato a guidare il Popolo di Dio, a starne al centro e a seguirlo, assicurandosi che nessuno sia lasciato fuori o si perda.

 

 Ora, io che non sono un teologo faccio fatica a imputare allo Spirito o al suo difetto l’ansia, la paura, l’incertezza  e lo scetticismo, quest’ultimo a volte molto marcato, che circolano. Vi è che, a differenza di quanto accaduto per il Sinodo della Chiesa tedesca attualmente in corso, preti, religiosi e persone laiche sono stati in genere tenuti fuori dall’organizzazione del processo, che la gerarchia ha tenuto per sé. Questo spiega anche alcuni aspetti critici del Documento preparatorio  e del relativo Vademecum diffusi per organizzare la fase di consultazione popolare, nei quali, certo, la dimensione della festa  non mi pare presente e si sembra un po’ assillati dalla anche remota possibilità che gli incontri sinodali  manifestino una certa libertà di atteggiamenti rispetto alla gerarchia, che si vuole assolutamente pervasiva e imprescindibile dovunque.

  L’informatizzazione dei documenti consente rapide ricerche testuali.

  Nel Vademecum  la parola gioia, molto importante ad esempio nei documenti usciti sotto l’autorità di papa Francesco, ricorre solo due volte, una nel brano che ho sopra trascritto, accostata a sentimenti opposti,  e l’altra in questo:

 

I sinodi sono un tempo per sognare e "passare del tempo con il futuro": Siamo invitati a creare un processo locale che ispiri le persone, senza escludere nessuno, per creare una visione del futuro piena di gioia del Vangelo. Le seguenti disposizioni possono aiutare i partecipanti (cfr. Christus vivit [Cristo vive, Esortazione apostolica post-sinodale del 2019, dopo il Sinodo sui giovani]):

o Uno sguardo innovativo: Sviluppare nuovi approcci, con creatività e una certa dose di audacia.

o Essere inclusivi: Una Chiesa partecipativa e corresponsabile, capace di apprezzare la propria ricca varietà, abbraccia tutti coloro che spesso dimentichiamo o ignoriamo.

o Una mente aperta: Evitiamo le etichette ideologiche e facciamo ricorso a tutte le metodologie che hanno dato frutto.

o Ascoltare tutti senza dimenticare nessuno: Imparando gli uni dagli altri, possiamo riflettere meglio la meravigliosa realtà multiforme che la Chiesa di Cristo è chiamata ad essere.

o Un’interpretazione del "camminare insieme": Percorrere il cammino che Dio chiama la Chiesa a intraprendere per il terzo millennio.

o Comprendere il concetto di Chiesa corresponsabile: Valorizzare e coinvolgere il ruolo unico e la vocazione di ogni membro del Corpo di Cristo, per il rinnovamento e l'edificazione di tutta la Chiesa.

o Raggiungere le persone attraverso il dialogo ecumenico e interreligioso: Sognare insieme e camminare insieme con tutta la famiglia umana.

 

 Già il  definire “disposizioni” i suggerimenti che si danno per un proficuo processo sinodale  potrebbe intimidire un po’ chi vi è chiamato. Poi il parlare di “una certa dose di audacia”, con riferimento allo “sguardo innovativo” dà l’idea dell’assillo per l’ordine che travaglia il documento. Si raccomanda di evitare “etichette ideologiche”, quando  il problema tra noi non sono certamente più quelle (non siamo negli anni ’70 e la gente non sa più nemmeno che cosa sia un’ideologia), quanto le etichette teologiche. Il brano mi appare frutto di tue teste diverse. Quella del rinnovatore e quella di un frenatore. Difficile provare vera gioia quando l’opera del secondo si fa molto pervasiva.

  Quante volte ricorre il termine gioia  nel Documento preparatorio? Nessuna.

 Un intero capitolo vi è dedicato alle insidie del processo sinodale, la prima delle quali è la tentazione  di voler fare di testa propria. Non bisognerebbe, poi, vedere solo le nostre preoccupazioni immediate (in realtà, sulla carta, è proprio quello che i vescovi dicono di voler conoscere). Sbagliato concentrarsi solo su ciò che non va (ma è appunto per questo che il Sinodo è stato convocato)  o solo sulle strutture (il Papa però, aprendo il Sinodo, ha detto che senza cambiarle non si riuscirà in nulla). Bisognerebbe piuttosto guardare oltre i confini della Chiesa: sembra che ci venga detto di non impicciarci nelle cose che sono all’interno, che sono poi quelle delle quali si è insoddisfatti e che si vorrebbe cambiare. Siamo esortati a non perdere di vista gli obiettivi del processo sinodale: ma è proprio quello che succederebbe se ci attenessimo alle raccomandazioni che precedono. Dobbiamo evitare conflitti e divisioni, che però ci sono; il Papa ci ha esortato a non ignorarle, ma a cercare di risolverle, questo appunto è uno degli obiettivi del processo sinodale. Non dobbiamo considerarci una specie di Parlamento, vale a dire usare metodi democratici: così ci si toglie la voce, perché un processo  sinodale  è collettivo o non è tale, e senza usare metodi democratici non si raggiunge alcunché di collettivo e condiviso, si parla ciascuno per sé e non come popolo. Non bisogna ascoltare solo quelli che sono già coinvolti nelle attività della Chiesa, ma questo è proprio quello che succederà seguendo i confini segnati dalla gerarchia. Si continuerà ad ignorare parte significativa (direi la parte largamente maggioritaria) del cosiddetto Popolo di Dio. In realtà, nonostante che gli si riconosca un prodigioso sensus fidei, la capacità di intuire la verità, lo si stima poco, anzi, come ho detto, lo si disprezza proprio per quel suo ignorare  la verità, intesa come i precetti definiti dalla gerarchia. Continua pervicacemente a fare di testa propria, forte delle libertà che la democrazia gli riconosce nella società civile, ciò che spiega la pervicace diffidenza della gerarchia verso la democrazia, dentro e fuori la Chiesa.

  Io penso che, nel concreto lavoro organizzato in un gruppo sinodale, si potrebbe rimediare all’impressione non esaltante che potrebbe ricavarsi da Documento preparatorio  e Vademecum  sugli scopi del processo sinodale.

  Una persona potrebbe pensare che ci si debba riunire solo per dire amen a un discorso già preparato  dai preti e quindi non essere molto invogliata a presenziare  in quel modo. E non le darei torto. Però penso che ci si potrebbe riferire di più a temi, scopi, principi che possiamo trovare nei documenti magisteriali del Papa, che, in definitiva, nonostante che oggi i cosiddetti tradizionalisti si prendano molte libertà nei suoi confronti, smentendo in tal modo una ferrea tradizione in senso contrario, è pur sempre il Papa. In definitiva l’iniziativa dei Sinodi, generale e italiano, è sua.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli