venerdì 22 ottobre 2021

L’interrogativo fondamentale

 

Il logo del Sinodo


L’interrogativo fondamentale

 

  Ai nostri preti compete spiegarci che cosa significa l’ascoltare lo Spirito che nel Documento preparatorio e nel Vademecum è indicato come uno degli obiettivi del processo sinodale aperto lo scorso 9 ottobre in preparazione dell’Assemblea generale  del Sinodo dei vescovi che si terrà nel nell’ottobre del 2023.

 

  Il Documento Preparatorio ci ricorda il contesto in cui questo Sinodo si sta svolgendo: una pandemia globale, conflitti locali e internazionali, un crescente impatto del cambiamento climatico, migrazioni, varie forme di ingiustizia, razzismo, violenza, persecuzioni e crescenti disuguaglianze in tutta l’umanità, per citare alcuni fattori. Nella Chiesa, il contesto è segnato anche dalla sofferenza vissuta da minori e persone vulnerabili “a causa di abusi sessuali, abusi di potere e abusi di coscienza perpetrati da un numero significativo di membri del clero e persone consacrate”.2 Detto questo, ci troviamo in un momento cruciale nella vita della Chiesa e del mondo. La pandemia COVID-19 ha fatto esplodere le disuguaglianze esistenti. Allo stesso tempo, questa crisi globale ha ravvivato la nostra consapevolezza che siamo tutti sulla stessa barca e che “il male di uno va a danno di tutti” (FT 32). Il contesto della pandemia COVID-19 influenzerà sicuramente lo svolgimento del processo sinodale. Questa pandemia globale crea vere e proprie sfide logistiche, ma offre anche un’opportunità per promuovere la rivitalizzazione della Chiesa in un momento critico della storia umana in cui molte Chiese locali stanno interrogandosi sul cammino da seguire.

  In questo contesto, la sinodalità rappresenta il cammino attraverso il quale la Chiesa può essere rinnovata dall’azione dello Spirito Santo, ascoltando insieme ciò che Dio ha da dire al suo popolo. Tuttavia, questo cammino percorso insieme non solo ci unisce più profondamente gli uni agli altri come Popolo di Dio, ma ci invia anche a portare avanti la nostra missione come testimonianza profetica che abbraccia l’intera famiglia dell’umanità, insieme ai nostri fratelli cristiani di altre denominazioni e alle altre tradizioni di fede.

[dal Vademecum per il Cammino sinodale]

 

  Un gruppo sinodale è composto di fedeli cristiani, laici, clero o religiosi che si riuniscono per discutere su quello che il Documento preparatorio definisce l’interrogativo fondamentale, mettendosi appunto in ascolto dello Spirito.

 

L’attuale processo sinodale che stiamo intraprendendo è guidato da una domanda fondamentale: Come avviene oggi questo “camminare insieme” a diversi livelli (da quello locale a quello universale), permettendo alla Chiesa di annunciare il Vangelo? Quali passi lo Spirito ci invita a compiere per crescere come Chiesa sinodale? (PD, 2)

  SIn questa luce, l’obiettivo dell’attuale Sinodo è di ascoltare, insieme all’intero Popolo di Dio, ciò che lo Spirito Santo sta dicendo alla Chiesa. Lo facciamo ascoltando insieme la Parola di Dio nella Scrittura e la Tradizione vivente della Chiesa, e poi ascoltandoci l’un l’altro, specialmente coloro che si trovano ai margini, discernendo i segni dei tempi. In effetti, l’intero processo sinodale mira a promuovere un’esperienza vissuta di discernimento, partecipazione e corresponsabilità, dove abbiamo la possibilità di raccogliere insieme una diversità di doni in vista della missione della Chiesa nel mondo.

 

  Esso riguarda il camminare insieme, oggi, per permettere alla Chiesa di annunciare il Vangelo. Di fatto la Chiesa non si è mai storicamente limitata ad annunciare, ma ha sempre cercato anche di praticare, attività che si svolge prevalentemente al di fuori degli spazi liturgici, ciò che definiamo chiesa nell’espressione “Andare in chiesa”, nella quale hanno avuto sempre un ruolo molto rilevante le persone laiche, quelle che partecipano all’apostolato in virtù del loro battesimo. Se si pone l’accento sul solo annunciare, si considerano le attività ecclesiali prevalentemente dal punto di vista di clero e religiosi.

  Nelle statistiche della sociologia della religione di solito si dà importanza alla pratica nel senso di pratica liturgica, ad esempio la frequenza abituale alla messa domenicale, attualmente al 22%, in calo rispetto al 31% stimato nel 1994 [fonte: Luigi Cipriani, L’incerta fede. Un’indagine quali-quantitativa in Italia, Franco Angeli 2020]. In realtà mi pare molto più significativa quella consistente nell’interazione nei diversi campi della propria società, ad esempio in famiglia, nel lavoro, nelle altre relazioni sociali, nell’imprenditoria, nella gestione dei conflitti sociali, nella costruzione sociale, nel governo della cosa pubblica, e, in genere, nella strutturazione di modelli etici. In questo, in particolare consiste quell’ordinare il mondo secondo Dio che nelle concezioni del Concilio Vaticano 2º è il campo preminente, ma non esclusivo, di impegno delle persone laiche.

 

Il carattere secolare è proprio e peculiare dei laici. Infatti, i membri dell'ordine sacro, sebbene talora possano essere impegnati nelle cose del secolo, anche esercitando una professione secolare, tuttavia per la loro speciale vocazione sono destinati principalmente e propriamente al sacro ministero, mentre i religiosi col loro stato testimoniano in modo splendido ed esimio che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini. Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore.

[dalla Costituzione dogmatica sulla Chiesa Luce per le genti, del Concilio Vaticano 2º]

 

 Nel lessico teologico secolare è ciò che non riguarda clero e religiosi, mentre le cose temporali sono quelle soggette a mutamento secondo i tempi, nel presupposto che invece quelle sacre siano eterne. Storicamente l’impegno di clero e religiosi nelle cose secolari è sempre stato molto intenso e quello delle persone laiche nel campo che tradizionalmente era divenuto dominio di clero e religiosi si è venuto estendendo dall’Ottocento, e, in particolare, dopo il Concilio Vaticano 2º. Con quest’ultimo si è maturata chiara consapevolezza del nesso profondo della fede con le cose temporali. Il processo di consultazione popolare attualmente in corso e la stessa sinodalità che si vuole promuovere tra noi ne dipendono.

  Lo stesso annuncio non  esaurisce le attività che si fanno rientrare nell’evangelizzazione, che comprendono una più vasta interlocuzione sociale e un’azione formativa senza le quali l’annunciare si rivela poco efficace. Per il semplice annunciare non sarebbe indispensabile la sinodalità.

  A partire dal Concilio Vaticano 2º il clero, al quale mettono capo attualmente tutte le funzioni di governo ecclesiale e che è ordinato secondo la cosiddetta gerarchia, una autocrazia a fondamento religioso, si è reso conto che all’azione sociale ispirata dalla fede deve essere riconosciuta una certa autonomia, altrimenti si rivela poco efficace. In precedenza essa veniva considerata come una esecuzione di direttive formulate dalla gerarchia. Ora, parlando di sinodalità, si pensa che anche nella Chiesa le cose funzionerebbero meglio con la partecipazione di tutti.

  Il problema è che autonomia e partecipazione presuppongono una formazione che in genere non si ha, in particolare nelle cose di chiesa, dove ci si è abituati a lasciar fare a clero e religiosi. Quindi il rischio è che, incontrandosi in un gruppo sinodale, non si sappia che fare e che dire è che quindi, alla fine, il prete supplisca e prevalga l’aspetto liturgico, in cui è più ferrato: la meditazione biblica e la preghiera. Con il che tutto rimarrebbe come ora.

  La base della formazione all’azione collettiva, sinodale, democratica o, comunque, partecipata, nella quale insomma non ci si limiti ad eseguire ordini altrui, è, innanzi tutto, il prendere coscienza del proprio posto in società e di ciò che ne consegue nel vissuto personale e sociale, in bene e in male. Il secondo passo è capire dove è  come la società si sta muovendo e quindi le proprie prospettive personali e di gruppo in essa. È appunto questa la materia sulla quale si dovrebbe esercitare il discernimento secondo il vangelo, per individuare ciò che deve essere cambiato e la direzione da prendere.

  Incontrarsi serve perché la visione di ciascuno è sempre limitata, perché noi siamo esseri viventi limitati, nonostante il posto importante che si abbia nella piramide sociale, e inoltre perché per incidere sulla società, per ordinarla, esige un’azione collettiva, vale intendersi sul da farsi insieme.

  In parrocchia, a differenza di quanto si fa in Azione Cattolica, quel metodo è nuovo, perché finora ha sempre deciso tutto il parroco, al modo di un piccolo re, e al più le altre persone venivano ingaggiate come collaboratrici esecutive o consulenti, costituendo la sua corte. Questo ha poi determinato una partecipazione come platea, passiva. In  genere, allora, si viene in chiesa per esigenze spirituali personali ed è ad esse che i preti dedicano ai singoli.

  C’è quindi l’idea che la Chiesa continuerà a funzionare come sempre anche senza di noi e che, quindi, che ci si sia o non ci si sia fa lo stesso. Si frequenta più che altro da clienti di un servizio di assistenza spirituale.

  Devo dire che nel Vademecum non ci sono veramente indicazioni per andare oltre a questo, ma, del resto, non sarebbe stato opportuno inserirle, anche se si avesse avuta qualche idea in merito. In questo modo viene lasciato più spazio alla nostra creatività. Penso che ci si debba sentire abbastanza liberi in questo, nell’organizzazione dei gruppi sinodali, per i quali non è indicato seguire un unico modello, essendo preferibile adattarlo secondo i partecipanti, quindi tenendo conto della loro età, istruzione, acculturazione con le cose di chiesa, altre specifiche condizioni personali, prevedendo momenti di interlocuzione tra persone di gruppi diversi, partecipando anche ad essi.

 In questo il ruolo del prete sarà importante, in particolare per inquadrare teologicamente l’attività che si sta compiendo, ma non dovrebbe acquisire la preminenza, lasciando la presidenza ad altre persone che abbiano sufficiente preparazione. Questo perché la Chiesa sinodale è quella in cui l’esercizio dei ministeri ordinati lascia spazio al resto della comunità.

 Non so dire esattamente come lo Spirito potrebbe rivelarsi ad un gruppo impegnato nella sinodalità e, certo, penso non debba trattarsi di una superficiale emotività che può derivarne.

  Nel discutere e nel decidere sarebbe opportuno adottare il metodo democratico, riconoscendo libertà di pensiero e di parola in un contesto di amicale solidarietà e benevolenza, cercando tuttavia, nell’antica tradizione di sinodi e concili, di aggregare il consenso più ampio. Per quanto possa apparire strano in una nazione ordinata democraticamente da oltre 150 anni e in cui il cristianesimo democratico ha svolto un ruolo politico tanto importante, l’esercizio della democrazia richiede sempre uno sforzo di acculturazione, anzitutto facendone concreto tirocinio, è una messa a punto.

Mario Ardigò- Azione Cattolica in San Clemente papa- Roma, Monte Sacro, Valli