domenica 17 ottobre 2021

Far nuove tutte le cose

 


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Oggi il processo sinodale sarà aperto in tutte le Diocesi del mondo

Far nuove tutte le cose

 

1.  Allora io vidi un nuovo cielo e una nuova terra, — il primo cielo e la prima terra erano spariti, e il mare non c’era più, — e vidi venire dal cielo, da parte di Dio, la santa città, la nuova Gerusalemme, ornata come una sposa pronta per andare incontro allo sposo. Una voce forte che veniva dal trono esclamò: «Ecco l’abitazione di Dio fra gli uomini; essi saranno suo popolo ed egli sarà Dio con loro. Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi. La morte non ci sarà più. Non ci sarà più né lutto né pianto né dolore. Il mondo di prima è scomparso per sempre».

  Allora Dio dal suo trono disse: «Ora faccio nuova ogni cosa». Poi mi disse: «Scrivi, perché ciò che dico è vero e degno di essere creduto». E aggiunse:  «È fatto. Io sono l’inizio e la Fine, il Primo e l’Ultimo. A chi ha sete io darò gratuitamente l’acqua della vita.

 

[dal libro dell’Apocalisse, capitolo 21, versetti da 1 a 6 – Ap 21, 1-6 – versione TILC – Traduzione interconfessionale in lingua corrente]

 

  Negli anni ’70, ai tempi entusiasmanti delle trasformazioni che si vivevano dopo il Concilio Vaticano 2° (1962-1965), ricevetti in famiglia la formazione religiosa di livello avanzato, quella per intenderci che ora segue a quella per la Cresima, quindi al catechismo propriamente detto, e che prepara alla vita in società nello spirito della fede. Utilizzarono anche quel brano dell’Apocalisse – Ap 21,1-6 – che ho sopra riportato. Non bisogna temere il rinnovamento, mi fu spiegato, perché tutto  è destinato ad essere fatto nuovo.

  Questo del rinnovamento  è un tema difficile tra noi cattolici. Si teme infatti di perdere qualcosa di essenziale, in questo rinnovarsi. E c’è l’idea, che si affermò fondamentalmente nel clero quando si strutturò e cercò di mettere ordine alle tante concezioni del soprannaturale che giravano nelle comunità cristiane, che ci sia un deposito di fede, vale a dire un insieme di definizioni da tramandare integre di generazione in generazione  e che servono anche a discriminare chi è in comunione  e chi non lo è e quindi deve essere allontanato.

 Il papa Giovanni Paolo 2° ne spiegò il senso in un discorso tenuto nel 1985, anno cruciale nell’attuazione dei principi del Concilio Vaticano 2°, con queste parole

 

1. Dove possiamo trovare ciò che Dio ha rivelato per aderirvi con la nostra fede convinta e libera? Vi è un “sacro deposito”, al quale la Chiesa attinge comunicandocene i contenuti. Come dice il Concilio Vaticano II: “Questa sacra tradizione dunque e la Scrittura Sacra dell’uno e dell’altro Testamento sono come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio, dal quale tutto riceve, finché giunga a vederlo a faccia a faccia, com’egli è (cf. 1 Gv 3, 2)” (dalla Costituzione La parola di Dio, n.7, del Concilio Vaticano 2°).

  Con queste parole la costituzione conciliare sintetizza il problema della trasmissione della divina rivelazione, importante per la fede d’ogni cristiano. Il nostro “credo”, che deve preparare l’uomo sulla terra a vedere Dio a faccia a faccia nell’eternità, dipende, in ogni tappa della storia, dalla fedele e inviolabile trasmissione ai questa autorivelazione di Dio, che in Gesù Cristo ha raggiunto il suo apice e la sua pienezza.

2. Cristo stesso “ordinò agli apostoli di predicare a tutti, comunicando loro i doni divini, come la fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale” (Ivi). Essi seguirono la missione loro affidata prima di tutto nella predicazione orale, e al tempo stesso alcuni di loro “sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, misero per iscritto l’annuncio della salvezza” (dalla Costituzione La parola di Dio, n.7, del Concilio Vaticano 2°). Il che fecero anche alcuni della cerchia degli apostoli (Marco, Luca).

  Così si formò la trasmissione della divina rivelazione nella prima generazione dei cristiani. “Gli apostoli poi, affinché il Vangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, lasciarono come loro successori i vescovi, ad essi «affidando il proprio posto di magistero»” (secondo l’espressione di Sant’Ireneo) (cf. S. Ireneo, Contro gli eretici Adversus haereses, III, 3, 1; (dalla Costituzione La parola di Dio, n.7, del Concilio Vaticano 2°).

 3. Come si vede, secondo il Concilio, nella trasmissione della divina rivelazione nella Chiesa si sostengono reciprocamente e si completano la tradizione e la Sacra Scrittura, con le quali le nuove generazioni dei discepoli e dei testimoni di Gesù Cristo alimentano la loro fede, perché “ciò che fu trasmesso dagli apostoli . . . comprende tutto quanto contribuisce alla condotta santa e all’incremento della fede del popolo di Dio” (Dei Verbum, 8).

 Questa tradizione che trae origine dagli apostoli, progredisce nella Chiesa sotto l’assistenza dello Spirito Santo: infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, cresce sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro (cf. Lc 2, 19. 51), sia con la profonda intelligenza che essi provano delle cose spirituali, sia con la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma certo di verità. La Chiesa, cioè, nel corso dei secoli, tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa giungano a compimento le parole di Dio” ((dalla Costituzione La parola di Dio, n.8, del Concilio Vaticano 2°).

  Ma in questa tensione verso la pienezza della verità divina la Chiesa attinge costantemente all’unico “deposito” originario, costituito dalla tradizione apostolica e dalla Sacra Scrittura, le quali “poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, formano in certo qual senso una cosa sola e tendono allo stesso fine” (Ivi, 9).

4. A questo proposito conviene precisare e sottolineare, sempre col Concilio, che “…la Chiesa attinge la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura” (dalla Costituzione La parola di Dio, n.9, del Concilio Vaticano 2°). Questa Scrittura “è parola di Dio in quanto essa è messa per iscritto sotto l’ispirazione dello Spirito divino”. Ma “la parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli apostoli, viene trasmessa integralmente dalla sacra tradizione ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano” (Ivi). “La stessa tradizione fa conoscere alla Chiesa il canone integrale dei libri sacri, e in essa fa più profondamente comprendere e rende ininterrottamente operanti le stesse sacre lettere” ((dalla Costituzione La parola di Dio, n.8, del Concilio Vaticano 2°).

“La sacra tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa. Aderendo ad esso tutto il popolo santo, unito ai suoi pastori, persevera costantemente nell’insegnamento degli apostoli . . .” (dalla Costituzione La parola di Dio, n.10, del Concilio Vaticano 2°). Perciò ambedue, la tradizione e la Sacra Scrittura, devono essere circondate dalla stessa venerazione e dello stesso rispetto religioso.

 

  Messa così la questione, si pose il problema di chi dovesse decidere quali definizioni fossero ortodosse, vale a dire normative  per stabilire chi è dentro e chi fuori o, anche, in comunione.

  Ha continuato quel Papa nel medesimo discorso:

 

5. Qui nasce il problema dell’interpretazione autentica della parola di Dio, scritta o trasmessa dalla tradizione. Questo compito è stato affidato “al solo magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo” (dalla Costituzione La parola di Dio, n.10, del Concilio Vaticano 2°). Questo magistero “non è al di sopra della parola di Dio, ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo, piamente la ascolta, santamente la custodisce e fedelmente la espone, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone da credere come rivelato da Dio” (dalla Costituzione La parola di Dio, n.10, del Concilio Vaticano 2°).

6. Ecco dunque una nuova caratteristica della fede: credere in modo cristiano significa anche: accettare la verità rivelata da Dio, così come la insegna la Chiesa. Ma nello stesso tempo il Concilio Vaticano II ricorda che “la totalità dei fedeli . . . non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa proprietà che gli è particolare mediante il senso soprannaturale della fede in tutto il popolo, quando dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici esprime l’universale suo consenso in materia di fede e di costumi. Infatti, per quel senso della fede, che è suscitato e sorretto dallo Spirito di verità, il popolo di Dio, sotto la guida del sacro magistero . . . aderisce indefettibilmente “alla fede una volta per tutte trasmessa ai santi” (Gd 1, 3), con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l’applica nella vita” (dalla Costituzione dogmatica sulla Chiesa Luce per le genti, 12, del Concilio Vaticano 2°).

7. La tradizione, la Sacra Scrittura, il magistero della Chiesa e il senso soprannaturale della fede dell’intero popolo di Dio formano quel processo vivificante, nel quale la divina rivelazione viene trasmessa alle nuove generazioni. “Così Dio, il quale ha parlato in passato, non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio diletto, e lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce del Vangelo risuona nella Chiesa, e per mezzo di questa nel mondo, introduce i credenti in tutta intera la verità e fa risiedere in essi abbondantemente la parola di Cristo (cf. Col 3, 16)” (dalla Costituzione La parola di Dio, n.8, del Concilio Vaticano 2°).Credere in modo cristiano significa accettare di essere introdotti e condotti dallo Spirito alla pienezza della verità in modo consapevole e volontario.

 

  In questo modo la legittimazione del potere ecclesiastico che si venne accentrando nell’episcopato e, dal Secondo Millennio, per i cattolici, nel Papato romano, fu fondata non solo sul pascere, ma anche sul definire e sull’allontanare coloro che non accettavano le definizioni normative  e quindi non erano in comunione con la gerarchia.

 

  La base scritturistica di questo ordine di idee la si indica in questo brano del Vangelo secondo Matteo:

 

 Gli undici discepoli andarono in Galilea, su quella collina che Gesù aveva indicato. Quando lo videro, lo adorarono. Alcuni, però, avevano dei dubbi.

  Gesù si avvicinò e disse: «A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Perciò andate, fate che tutti diventino miei discepoli; battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; insegnate loro a ubbidire a tutto ciò che io vi ho comandato. E sappiate che io sarò sempre con voi, tutti i giorni, sino alla fine del mondo».

[Dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 28, versetti da 16 a 20 - Mt 28,16-20]

 

2. Con lo sviluppo della teologia come disciplina universitaria, dal Dodicesimo secolo, le questioni relative alle definizioni  della fede divennero molto complicate, tanto da sfuggire alla capacità di comprensione della gran parte dei fedeli. Ciò che non poteva essere capito, doveva comunque essere obbedito. La religione cristiana, in Europa, era stata integrata nelle ideologie politiche di governo  e sacralizzava  il potere delle dinastie sovrane. L’ortodossia, nel senso che ho sopra indicato, divenne quindi questione politica e vi si fecero rientrare temi che ai tempi nostri non ne fanno più parte, ad esempio la cosmologia. Nel Secondo millennio il Papato pretese di esercitare una supremazia propriamente politica, che presidiò con un efferato sistema di polizia ideologica, il quale durò fino all’Ottocento, venendo demolito dai processi democratici europei che si produssero dal secolo precedente. Mettere in questione quella pretesa venne considerata eresia  e passibile di un procedimento giudiziario che poteva comportare gravi pene e anche la morte, che gli stati sacralizzati secondo la religione papale si incaricavano di eseguire, e nel regno del Papa in centro Italia venivano eseguite dalle stesse istituzioni del Papato. In merito ricordo spesso che il primo Re d’italia, Vittorio Emanuele 2°, e il Presidente del Consiglio dei ministri che fu uno dei principali artefici dell’unità nazionale, Camillo Benso Cavour, entrambi devoti cristiani, in un Regno che riconobbe quella cattolica romana  come unica religione dello Stato, furono entrambi scomunicati dal papa Pio 9° per aver soppresso lo Stato Pontificio, il piccolo regno territoriale con capitale Roma che il Papa aveva in centro Italia, quindi per una questione prettamente politica.

  Nel testo del papa Giovanni Paolo 2° che ho sopra trascritto si fa però riferimento al paragrafo 7 al  «il senso soprannaturale della fede dell’intero popolo di Dio», detto con il latino del gergo ecclesiastico il «sensus fidei».

  Questa espressione, di significato teologico fondamentale,  è alla base del rinnovamento attuato con il Concilio Vaticano 2° e anche dell’attuale processo sinodale, che ne segna una ripresa. Venne spiegata da papa Francesco nel documento che venne considerato il programma  del suo ministero, l’esortazione apostolica La Gioia del Vangelo:

 

Tutti siamo discepoli missionari

119. In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare. Il Popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile “in credendo”. Questo significa che quando crede non si sbaglia, anche se non trova parole per esprimere la sua fede. Lo Spirito lo guida nella verità e lo conduce alla salvezza.[dalla Costituzione dogmatica sulla Chiesa Luce per le genti,  n.12, del Concilio Vaticano 2°] Come parte del suo mistero d’amore verso l’umanità, Dio dota la totalità dei fedeli di un istinto della fede – il sensus fidei – che li aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio. La presenza dello Spirito concede ai cristiani una certa connaturalità con le realtà divine e una saggezza che permette loro di coglierle intuitivamente, benché non dispongano degli strumenti adeguati per esprimerle con precisione.

120. In virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati. Questa convinzione si trasforma in un appello diretto ad ogni cristiano, perché nessuno rinunci al proprio impegno di evangelizzazione, dal momento che, se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo, non può attendere che gli vengano impartite molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”. Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia: «Abbiamo incontrato il Messia» (Gv 1,41). La samaritana, non appena terminato il suo dialogo con Gesù, divenne missionaria, e molti samaritani credettero in Gesù «per la parola della donna» (Gv 4,39). Anche san Paolo, a partire dal suo incontro con Gesù Cristo, «subito annunciava che Gesù è il figlio di Dio» (At 9,20). E noi che cosa aspettiamo?

 

  E’ la ragione per la quale, all’inizio di questo processo sinodale  si vuole ascoltare  i fedeli, ma non come singoli individui, come si farebbe in un sondaggio, ma suscitandoli come corpo collettivo, in dialogo, di modo che, rispondendo, essi siano già Chiesa sinodale, che significa Chiesa degna di essere ascoltata.

 Nella Carta d’intenti per il Sinodo delle Chiese italiane,   approvata dalla Conferenza episcopale italiana nel corso della sua 74° Assemblea generale tenutasi dal 24 al 27 maggio 2021,  è spiegato molto bene il senso di questa iniziativa:

 

Su questo sfondo è possibile intravedere la prospettiva sintetica del Cammino. Forse possiamo formularla così: l’itinerario del “Cammino sinodale” comporta la necessità di passare dal modello pastorale in cui le Chiese in Italia erano chiamate a recepire gli Orientamenti CEI a un modello pastorale che introduce un percorso sinodale, con cui la Chiesa italiana si mette in ascol­to e in ricerca per individuare proposte e azioni pastorali comuni. Ci è chiesto di passare da un modo di procedere deduttivo e applicativo a un metodo di ricerca e di sperimentazione che costruisce l’agire pastorale a partire dal basso e in ascolto dei territori. Finora gli Orientamenti CEI (per il decennio) erano approvati dall’Assemblea Generale e proposti alle diocesi che li recepivano attraverso iniziative, percorsi e azioni pastorali. Spesso hanno attuato anche per­corsi e proposte assai stimolanti ed efficaci. La prospettiva del “Cammino sinodale”, che emer­ge per il prossimo quinquennio, dovrebbe sviluppare insieme riflessione e pratica pastorale: ascolto, ricerca e proposte dal basso (e dalla periferia) convergeranno in un momento unitario per poi tornare ad arricchire la vita delle diocesi e delle comunità ecclesiali. “Ascolto”, “ricerca” e “proposta”: questi sono i tre momenti perché la lettura della situazione attuale e l’immagi­nazione del futuro possa smuovere il corpo ecclesiale e la sua presenza nella società. È il vivo desiderio che ci ha trasmesso Papa Francesco, per ripensare il presente e il futuro della fede e della Chiesa in Italia: la prospettiva teologica e spirituale di  La Gioia del Vangelo Evangelii Gaudium e del Discorso di Firenze [2015] predispone la trama dei “contenuti” essenziali del percorso.

Si intravede la promessa di un percorso circolare: il processo sinodale propone una conversione pastorale già per il modo con cui viene elaborato e vissuto nelle parrocchie, nel­le diocesi e nelle realtà ecclesiali e sociali. Le Chiese che sono in Italia ne potranno uscire arric­chite nella misura in cui i variegati soggetti ecclesiali del Paese si lasceranno coinvolgere. Forse emergeranno anche istanze di rinnovamento o di riforma delle strutture che dovranno essere tenute in debito conto, per snellire la macchina degli Uffici e dei Servizi pastorali, sia al centro sia alla periferia.

 

  In questo lavoro non si parte da un nucleo di definizioni  che si vuole utilizzare per correggere  ciò che c’è in basso, e nemmeno si prescinde da esse naturalmente, ma si vuole capire come la fede possa essere vissuta nelle società di oggi, come esse realmente sono non come si immagina che siano, e per questo, per conoscerle veramente,  ci si mette in ascolto del Popolo di Dio, noi tutti, persone laiche, clero, religiosi, non considerandolo solo materia inerte da plasmare, ma soggetto collettivo capace di quell’apostolato  che rientra nel mandato che il Signore, mediante i primi apostoli, ha fatto tramandare di generazione in generazione alla sua Chiesa.

  Tramandare non significa, nella concezione dei cristiani, mantenere sempre uguali le nostre società, perché la nostra è una fede in cui si confida che ogni cosa sia fatta nuova. Questo comprende anche la nostra Chiesa, che, infatti, nei due millenni della sua storia non è stata mai sempre uguale a se stessa, anche se alcuni tratti caratteristici sono stati mantenuti.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli