giovedì 16 settembre 2021

Un difficile inizio

 

Un difficile inizio

 

  Ho appena finito di leggere, in ebook, il libro di Fulvio De Giorgi, professore all’Università di Modena e Reggio Emilia, Quale Sinodo per la Chiesa italiana. Dieci proposte, Morcelliana 2021. L’opera ha in allegato documenti utili per intendere il processo sinodale che si vorrebbe far partire dal mese prossimo: il discorso del Papa per il 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi, il 17 ottobre 2015, il discorso del Papa al 5° Congresso nazionale della Chiesa italiana, il 10 novembre 2015, il discorso del Papa alla CEI del 20 maggio 2019, il discorso del Papa all’incontro del 30 gennaio 2021 dell’Ufficio catechistico nazionale della CEI, l’articolo del card.  Gualtiero Bassetti su Avvenire  del 3-2-21 dal titolo “La via sinodale della Chiesa italiana. Un cammino di comunità” e, molto importante, lo studio della Commissione Teologica Internazionale “La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa”, pubblicato nel 2018 e frutto di un lavoro svolto dal 2014 al 2017.

   De Giorgi sintetizza efficacemente quello che chiama gigantesco fallimento pastorale e  che si è prodotto tra il 1985 e fino all’elezione di papa Francesco nel 2013, fondamentalmente a causa di un orientamento della gerarchia  nell’esercizio dell’autorità episcopale e di una ignavia del resto dei fedeli, che in qualche modo si sono accomodati nella condizione di gregge  in posizione passiva verso l’autorità ecclesiastica. Una Chiesa autoritaria e totalitaria, dedita al monologo identitario, con ridottissimi spazi di libertà di pensiero, parola, autonomia al suo interno, una Chiesa che puntando sull’evangelizzazione  a scapito della promozione umana, campo privilegiato delle persone laiche, ha ripreso ad umiliare queste ultime, dopo la primavera succeduta al Concilio Vaticano 2°, una Chiesa che rifiuta la negoziazione  con il suo tempo distaccandosene progressivamente fino a divenire inutile per la maggior parte della gente, una Chiesa che pratica un marcato papismo affidando ad esso la sua credibilità in società e scoraggiando ogni altra voce. Il risultato è stato un lungo inverno ecclesiale e la perdita della continuità generazionale. Una Chiesa, quindi, in prevalenza fatta di anziani e guidata da anziani. Una Chiesa che ha fatto e fa ancora molto affidamento su aggregazioni a prevalente contenuto emotivo, capaci di riempire piazze a comando, che diffida dei processi democratici e del dialogo e non li insegna, aspettandosi dai fedeli la docilità  come massa di manovra, pronta ad andare qua e là a comando e a farsi ripetitrice dei discorsi approvati in alto. Una Chiesa che strumentalizza spregiudicatamente il sacro  e il prodigioso per fascinare il popolo, poi però disprezzandolo per questo e lamentandosene. Una Chiesa che ciclicamente rampogna le persone laiche per la loro scarsa incidenza nella società civile, nel contempo però non formandole più a quella partecipazione e scoraggiandone le iniziative, preferendo trattare direttamente e sbrigativamente con gli esponenti della società sui temi di interesse.

  Il Papa vorrebbe un Sinodo della Chiesa italiana realmente partecipato. Da come si sono messe le cose, non lo avrà.

  Il Documento preparatorio che è stato diffuso qualche giorno fa chiarisce che:

- il Sinodo della Chiesa italiana, almeno nella sua fase diocesana, sarà mischiato a quello della Chiesa universale, con il che sarà impossibile dibattere dei problemi specificamente italiani ed europei, marcatamente diversi da quelli della Chiese asiatiche, africane, latino-americane, nord-americane, dell’Oceania e dell’Amazzonia;

- da ogni diocesi non si vuole un vero processo sinodale  partecipato, con il reale coinvolgimento dei fedeli, ma dieci pagine dieci di sintesi delle risposte date a un questionario, che, come al solito è successo, prevedibilmente non giungerà mai tra le mani dei fedeli, ma rimarrà in quelle degli addetti ai lavori;

- non ci sarà una vera discussione nella base, anche perché essa dovrebbe svolgersi con metodo democratico, ciò che nel Documento preparatorio  in modo perentorio e arrogante si vieta.

  Mi sono chiesto come mai, con tutti gli ingegni che ci sono nella Chiesa italiana, tra i suoi dottori, nelle sue rinomate università,  e tra i suoi  vescovi, la redazione del Documento preparatorio, un testo con tutta evidenza uscito raffazzonato e confuso, sia finita nelle mani di redattori che si sono rivelati così impari a ciò che era loro richiesto, e non ne faccio tanto una colpa a loro ma a chi li ha scelti e diretti, ai committenti insomma. Un documento che non era riservato a un uditorio limitato, ma addirittura, tradotto in più lingue, alla Chiesa universale. Che figura abbiamo fatto!

  De Giorgi ricorda che anche nella fase preparatoria del Concilio Vaticano 2° si era messa male nello stesso modo, ma che poi, nella prima sessione dei lavori e poi nelle altre sessioni, i vescovi del mondo avevano cambiato le carte in tavola. Ma ora è diverso. Il Sinodo della Chiesa italiana, una procedura che ha scopi diversi dal Sinodo della Chiesa universale, è stato voluto dal Papa, ma senza apparente diffuso entusiasmo dei vescovi. I fedeli, poi, ma anche il clero di base, semplicemente non contano nulla di nulla, per cui, se non accade qualcosa, finirà tutto come sempre. E il Papa, molto apprezzabilmente, non vuole imporsi d’autorità, lo ha detto. Ma non ha fiducia nel metodo democratico, perché viene da una storia, quella dell’America Latina, tanto diversa da quella europea, in cui la democrazia spesso si è rivelata un imbroglio in danno di chi stava peggio. Questo è il suo più grande limite, che gli deriva anche dalla sua formazione di gesuita. In particolare, come già Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger prima di lui, non conosce veramente e non apprezza la storia del cattolicesimo democratico europeo, che tanto ha fatto nella costruzione dell’Europa contemporanea, in genere trascinandosi dietro, riluttante, la gerarchia nel campo dei grandi valori universali. E, del resto, noi fedeli non siamo più, certamente, quelli di un tempo, quelli che, ad esempio, nella Costituente, tra il ’46 e il ’47, progettarono la nuova Repubblica democratica.

  Siamo, appunto, ignavi. Pronti, tuttavia, a lamentarci dei parroci che non ci comprendono, come emerge dai sondaggi di cui si dà conto in un altro lavoro collegato al processo sinodale che sta per iniziare, Il gregge smarrito.Chiesa e società nell’anno della pandemia, Rubettino 2021, di Giuseppe De Rita ed altri, ma non a renderci veramente presenti in chiesa, al loro fianco e se necessario anche come forza critica rispetto a loro,  tutto sommato trovandoci appagati nella condizione di gregge inerte e deresponsabilizzato  nella quale la gerarchia ci preferisce.

  De Giorgi fa la proposta di collegare l’apertura del procedimento sinodale nella fase diocesana al rinnovamento dei consigli pastorali parrocchiali, in particolare nei membri che dovrebbero essere eletti dall’assemblea parrocchiale (a mia memoria nella nostra parrocchia non lo si è mai fatto, ma potrei sbagliarmi perché la memoria non è più quella di quand’ero giovane). Il consiglio pastorale parrocchiale è un embrione di democrazia in un contesto tristemente autocratico e, pur nel suo essere fondamentalmente un gruppo di consulenza, senza poter decidere veramente nulla di nulla ma solo, appunto, consigliare, suggerire, nella sua pur limitata autonomia organizzativa, che gli è stata comunque riconosciuta, può divenire effettivamnte da embrione un organismo partecipativo più sviluppato, specialmente se anche gli altri fedeli possano essere sistematicamente in qualche modo coinvolti nelle sue iniziative, e innanzi tutto informati dei suoi lavoro. Ora, in genere, è poca cosa, tanto che a Roma si è ritenuto di dovergli affiancare le equipe pastorali, con competenza sovrapposta, di nomina gerarchica. In un processo autocratico, gerarchico, chi diviene sgradito all’autocrate può essere sbrigativamente allontanato. Qualcosa del genere, lo ricorda De Giorgi, accadde a mio zio sociologo bolognese, maestro di schiere di giovani, duramente, lungamente e stupidamente emarginato dalla sua diocesi, alla quale aveva dato molto.  In un processo che si generi dal basso, chi è eletto ha invece un diritto-dovere di resistere e di spiegarsi e l’autocrate non può sommergerlo. Più che altro il consiglio pastorale parrocchiale, come si è immiserito via via, mi pare sia diventato una specie di assemblea condominiale tra capetti di  movimenti e associazioni che pretendono spazio in parrocchia, con nessuna capacità di dialogo, ognuno cercando di avere più spazio per il proprio gruppo e di inserire nelle liturgie e attività formative le proprie particolari consuetudini e idee religiose, insofferente verso tutto il resto.

  Cambiare richiederebbe di darsi da fare e anche di pigliare di petto qualcuno. Con il senno del poi mi rimprovero di non averlo fatto quando, negli anni ’90, le cose presero una brutta piega nella nostra parrocchia. E non so se neppure oggi mi va veramente di prendermi questa briga. La tentazione di mandare tutti a farsi il Sinodo come vogliono è forte.  Vista da lontano, un po’ vista e un po’ sognata, la nostra Chiesa ancora si regge, ma quando le ci si avvicina non è sempre un bello spettacolo.  Forse questo è più un lavoro da giovani, che però sono sempre meno tra noi, dicono le statistiche.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli