giovedì 30 settembre 2021

Prendere la parola

 


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Prendere la parola

 

Tutti sono invitati a parlare con coraggio e parresia, cioè integrando libertà, verità e carità. Come promuoviamo all’interno della comunità e dei suoi organismi uno stile comunicativo libero e autentico, senza doppiezze e opportunismi? E nei confronti della società di cui facciamo parte? Quando e come riusciamo a dire quello che ci sta a cuore? Come funziona il rapporto con il sistema dei media (non solo quelli cattolici)? Chi parla a nome della comunità cristiana e come viene scelto?

 

 Noi persone laiche non abbiamo né diritto né libertà di parola  nella nostra Chiesa e questo è tutto sul punto. Questa nostra condizione è ben conosciuta dai vescovi perché è opera loro, della gerarchia. Questa è la verità  su di noi.

  Nella società civile, in Italia, è molto diverso. Viviamo in una Repubblica democratica e vi partecipiamo in vari modi e in varia misura, ma vi partecipiamo. La Costituzione ci dà diritto di parola, all’art.21. Il sistema dei media  è libero e pluralistico e ce ne serviamo per capire che accade  e che fare, confrontando le varie voci che ne emergono.

  La gerarchia si serve della teologia, il suo linguaggio tipico, per umiliarci e silenziarci. Questa è una sua tradizione antica, dalla quale non riesce a distanziarsi.  Essa è stata storicamente causa di tante sofferenze e violenze.

   La teologia riguardante la comunione e il Corpo di Cristo viene usata per toglierci ogni libertà. Si contrappongono  comunione  e concilio, oggi diremo sinodalità. Ci si vuole imporre l’uniformità dietro la gerarchia, come se fossimo un corpo solo, ma questo modo di considerare la società è disumano. La stessa gerarchia, vista da vicino, si mostra di fatto pluralistica, ma si ritiene sconveniente fare emergere questa realtà, per cui si pratica la doppiezza e l’opportunismo, come gli stessi nostri gerarchi lamentano.

  Noi, in genere, non siamo pratici di teologia, anche se sempre più laici, e molte donne, decidono di studiarla. Ci si lamenta che non esista un percorso formativo a loro dedicato, ma poi si fa poco per rimediarvi.

 I nostri vescovi attribuiscono valore quasi solo alla loro teologia e la presidiano con istituzioni disciplinari, proprio perché è strumento di potere. Noi persone laiche raramente riusciamo a parlare in modo accettabile di teologia e, anche quando ci riusciamo, siamo accettati solo se ci facciamo ripetitori di quella normativa. Con il Catechismo della Chiesa cattolica  essa ingabbia addirittura gli stessi teologi qualificati. Ma la teologia disegna in genere un mondo immaginifico molto lontano dalla realtà come noi la viviamo e in quel suo essere così ci è inutile. Mediante la teologia la gerarchia ci toglie la parola e pretende di ingabbiare la società negli schemi che la vedono sempre prevalere. Il diritto canonico è una tipica espressione di questo modo di fare: è un diritto in cui ogni diritto cede al cospetto dell’autocrate. Per nostra buona sorte noi persone laiche ne siamo stati in gran parte affrancati ed esso è rimasto ad opprimere solo preti e religiosi.

 Quando noi persone laiche riusciamo ad esprimere quello che abbiamo nel cuore, in genere veniamo condannate come indisciplinate e presuntuose, se non addirittura cattive e perfino criminali. Così ci capita spesso di essere diffamati dal clero. In genere siamo poco apprezzati. Diffidano di noi. Si è insofferenti delle nostre richieste di compartecipazione alle decisioni, fosse anche solo per decidere di dove piazzare in chiesa la statua di un santo. Questa costante umiliazione che viviamo genera disaffezione.

  Usando la teologia, i nostri vescovi riescono a dire cose tremende, dure, dolorose per noi, come se fosse loro dovere dirle.

 Così noi persone laiche, in genere, rinunciamo a prendere la parola, salvo che si sia tra amici, ad esempio in una associazione o movimento di quelli che non mimano l’autocrazia clericale e, addirittura, spesso ne superano i tristi costumi. D’altra parte la vita di chiesa ci serve, la messa ci serve, i sacramenti ci servono, perché, fatta la tara di tutta questa presuntuosa autocrazia, la fede religiosa è vitale. E, allora, perché guastarsi con il clero di prossimità, esso stesso del resto vessato dall’alto? Quanto ai capi più in alto, chi li vede mai? Passano ogni tanto a dirci le solite cose e allora facciamo loro festa senza tanto pensarci su, non stiamo a guastarla dicendo loro di noi, di come dolorosamente viviamo il rapporto con loro. Loro parlano per noi, ma certo non secondo quello che noi sentiamo. Così, in genere, parlano per loro e per una Chiesa che non c’è. Sono gli unici a poterlo fare, così vuole il diritto da loro creato. Intorno al loro potere si sono costruiti una fortezza teologica  e pensano, a volte sinceramente penso, che quello sia l’unico modo per far sopravvivere la Chiesa nel mondo di oggi. La realtà li smentisce. “La Chiesa brucia”, è il titolo dell’ultimo libro di Andrea Riccardi, ed è così. Però si potrebbe anche descrivere la sua situazione dicendo che  si sta spegnendo. Anche le donne, così duramente umiliate eppure così fedeli, hanno iniziato ad allontanarsi: lo dicono i sondaggi statistici più recenti. Erano le ultime irriducibili praticanti.

 L’idea  di promuovere una stile comunicativo libero  e autentico  è buona, se la gerarchia sarà disposta ad ascoltare, dopo aver aperto, fin dalle comunità di prossimità come le parrocchie, degli spazi in cui si possa realmente parlare e dialogare con le altre persone. Di solito ci chiude la bocca con la questione della verità, della quale secondo le regole da essa sancite, è arbitra assoluta. Si illude che la sua teologia possieda la verità. Non sono un teologo e quindi non posso interloquire su questo. Constato che non di rado le idee che la gerarchia ha sulle società del nostro tempo e su come dovrebbero essere governate sono irrealistiche, fantasiose, e quindi irrealizzabili, e se anche si riuscisse a conformarvi la realtà per noi sarebbe un incubo. Quindi è una fortuna per noi che siano irrealizzabili. Il principale problema nella  verità  della gerarchia è che secondo essa non c’è spazio per alcuna vera libertà, dunque neanche per quella di prendere la parola. Questo naturalmente conduce i nostri vescovi ad adottare disinvoltamente, talvolta,  prese di posizione oltraggiose verso la democrazia, i suoi principi, i  suoi metodi, del resto secondo una tradizione  che risale agli albori dei movimenti democratici europei dell'era moderna.

  Ecco qui, cari vescovi: secondo il vostro invito, ho risposto con parrèsia  alla vostra domanda, che troviamo nel confuso Documento preparatorio che ci avete comunicato qualche giorno fa, opera, evidentemente, di più teste che non hanno saputo coordinarsi bene.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli