mercoledì 22 settembre 2021

La sinodalitá come vita cristiana

 

La sinodalitá come vita cristiana

 

   Una nuova impostazione nel modo di considerare il valore dei laici arrivò con il concilio Vaticano 2º (1962-1965). Il concilio fu annunziato da Giovanni 23º senza che il Papa indicasse le tematiche che dovevano essere trattate. Furono, invece, i vescovi ad essere interrogati per sapere quali problemi ritenessero più importanti per un rinnovamento pastorale della chiesa. Le risposte dei vescovi andarono a toccare le questioni più diverse. I vescovi tedeschi complessivamente seguirono da vicino il votum molto elaborato del cardinal Döpfner, allora vescovo di Berlino, presentato nel novembre del 1959. Döpfner propose che compito del concilio fosse «annunciare davanti a tutto il mondo la dignità dell’essere umano», presentare «una specie di “carta” dei diritti umani». I fedeli sono membri della chiesa ai quali Dio dona la sua grazia, per questo i laici non dovrebbero esser considerati a partire dai chierici, ma positivamente a partire dal battesimo e dalla cresima. All’accenno messo sulla struttura gerarchica deve seguire ora il riconoscimento della chiesa come popolo santo di Dio, il quale, in base alla sua natura di «sacramento primordiale» deve svolgere una «funzione sacerdotale» nei confronti del mondo».

 

[da Peter NEUNER, Per una teologia del popolo di Dio, Queriniana 2016]

 

  Negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, in Europa Occidentale, era molto vivo tra le persone laiche lo scandalo della loro emarginazione nella Chiesa cattolica, mentre, al contrario, il loro ruolo nelle nuove democrazie costruite nel secondo dopoguerra e nelle altre Chiese cristiane era diventato sempre più importante, anche nel campo etico, tanto che poi sfociò nell’edificazione dell’unità continentale, sul fondamento dei diritti universali dell’uomo.

  Ai tempi nostri la situazione, almeno in Europa occidentale, è molto diversa e questo per la marcata desacralizzazione dell’autorità del clero cattolico, e in particolare di quella del Papa, che paradossalmente si è manifestata insieme a una sensibile desecolarizzazione delle concezioni comuni in società. Specchio di quest’ultimo fenomeno, avvertibile ormai in tutto il mondo, può essere considerato l’ampio spazio che, in Italia,  quotidiani che furono storicamente fortemente anticlericali riservano oggi  ai detti e agli scritti di Papa e vescovi. Due giorni fa era l’anniversario della presa di Roma da parte dell’esercito italiano, con l’abbattimento dello Stato Pontificio e il completamento dell’unità nazionale, occasione in cui tradizionalmente si rinfocolavano le polemiche anticlericali, e su media non se ne è praticamente trattato. Ma è significativo anche l’accento che si dà ai diritti civili fondamentali, quindi non condizionati dai rapporti di forza o sociali del momento, e, in questo senso, non negoziabili. Questo clima culturale  è favorevole alla proposta di una sinodalità come espressione comune della vita cristiana che ci è venuta. Molto condivisibilmente si è però posto il tema dell’agente collettivo in grado di sorreggere in società questo programma di riforma. Infatti, proprio per le caratteristiche dei tempi, il clero non può bastare. Esso, di fronte ai temi della fede, non appare più distinto dalle persone laiche: ha gli stessi problemi, le stesse ansie, ma anche gli stessi aneliti. Parlo, naturalmente, cercando di sintetizzare una linea di tendenza, ma so che nel clero e tra le persone laiche ci sono anche quelli che vivono la fede come negli anni Cinquanta, e non mi interessa criticarli né pretendere che cambino. Accetto pienamente il pluralismo, anche se ovviamente contrasto vivamente quelli che del passato vorrebbero mantenere o per meglio dire riesumare il totalitarismo religioso, e quindi coartarmi.

  Non è più tanto questione di bilanciamento di poteri tra clero e laici (i religiosi si sono via via clericalizzati, come storicamente in precedenza il clero aveva assunto costumi dei religiosi), ma più in generale  di come essere cristiani nella società in cui viviamo.

  La questione va contestualizzata nell’Europa occidentale di oggi, perché altrove i problemi sono diversi, e anche molto diversi. Certamente nel Sinodo universale che è stato convocato, che non riguarda solo i vescovi del mondo ma tutte le persone che si riconoscono nell’espressione popolo di Dio, difficilmente si troverà un modo solo per dare concretezza alla sinodalitá. Ad esempio, nelle Chiese africane mi pare ancora sensibile la sacralizzazione del potere gerarchico.

  Döpfner, nel ’59, scriveva di battezzati e cresimati come connotazione essenziale dei membri del Popolo di Dio, ma, se affrontiamo con spirito pratico il tema della sinodalitá come espressione comunitaria della vita cristiana, quello potrebbe non bastare. Bisognerebbe prendere in considerazione il caso, che in una persona chiamata alla sinodalitá, pur battezzata e cresimata, manchi il consenso ad essa. A questa persona potrebbero bastare la partecipazione alla vita liturgica animata da clero e religiosi, le tradizionali opere di carità e di misericordia, e un’accettazione di principio dei doveri etici fondamentali. Del resto così a lungo l’accento fu posto sulle virtù dell’obbedienza e della docilità…

  Il problema ha aspetti pratici di non poco conto, che si sono posti ad esempio nelle parrocchie che hanno sperimentato la convocazione di propri sinodi. Quando ci si aggrega bisogna stabilire criteri di riconoscimento e di attribuzione di facoltà e poteri. Altrimenti diventa impossibile procedere ordinatamente e questo anche nelle realtà di base, come le parrocchie. Insomma, procedendo nella sinodalitá diffusa, che significa co-decisione e co-responsabilità  occorre acquisire il consenso e e l’impegno delle persone coinvolte.

  Se si volesse iniziare un processo sinodale in una parrocchia come la nostra, ci dovremmo confrontare con i circa 1000 – 1500 praticanti abituali, tra giovani, adulti e anziani, per circa il 70% ultracinquantenni, con la necessità, per poter lavorare utilmente, e anzitutto per potersi riunire, di suddividerli in una decina di assemblee minori, e di progettare un programma complesso di formazione, conoscenza e poi istituzioni di co-decisione. Che accadrebbe se, al dunque, in una fase avanzata di aggregazione si presentasse a partecipare tanta più gente? D’altra parte, con criteri troppo restrittivi, si finirebbe per creare i problemi che hanno avuto i gruppi con disciplina settaria, che riservano quello che intendiamo ora per sinodalità a cerchie ristrette di iniziati.

  Fermo restando che l’accesso alla pastorale (liturgie, sacramenti, formazione) deve essere universale, non si può procedere sulla via della vera sinodalitá senza strutturare  percorsi che consentano di riconoscere il consenso di chi è coinvolto, in modo che quest’ultimo abbia per noi un volto.

  Oggi si frequenta la parrocchia con uno spirito che è una via di mezzo tra chi va ad un santuario, chi va ad un ambulatorio ASL e chi va a teatro. Si rimane sostanzialmente estranei gli uni agli altri. D’altra parte non sempre si ha voglia di avvicinarsi più di tanto e, quando si è forzati a farlo, ci si sente soffocare e come rinchiusi. Hanno un bell’argomentare i teologi sul loro soprannaturale! Nella costruzione sociale, e quando si parla di sinodalitá diffusa è questo che si fa, i problemi sono proprio questi.

Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro Valli