martedì 28 settembre 2021

Compagni di viaggio

 

Il logo del prossimo Sinodo

Compagni di viaggio


 

Nella Chiesa e nella società siamo sulla stessa strada fianco a fianco. Nella vostra Chiesa locale, chi sono coloro che “camminano insieme”? Quando diciamo “la nostra Chiesa”, chi ne fa parte? Chi ci chiede di camminare insieme? Quali sono i compagni di viaggio, anche al di fuori del perimetro ecclesiale? Quali persone o gruppi sono lasciati ai margini, espressamente o di fatto?

 

 

    Siamo convocati in Sinodo. Siamo stati invitati a interrogarci su chi siano i nostri compagni di viaggio come cristiani. Bisogna discuterne. Questo discuterne è l’embrione di una Chiesa sinodale, che oggi non c’è.

    Gli esseri umani si radunano per mangiare, gioire, progettare e costruire. Un Sinodo è progetto e costruzione. Non ci si va come semplici spettatori o comparse, altrimenti non si partecipa, si assiste.

  Quando ci chiediamo chi sono i nostri compagni di viaggio non vogliamo limitarci a fotografare l’esistente ma immaginare un futuro in cui sia importante averne.

  Non si va in chiesa come quando si entra in  una stazione e, benché si possa essere in molti vicini, si è sempre ciascuno per sé, in un’organizzazione che somministra servizi. Perché?

  Sono tanto importanti le altre persone per il nostro essere cristiani? In fondo non si va in chiesa per stare bene, ad esempio in pace con se stessi, o per essere consolati per come va il mondo, per cui, ottenuto un certo effetto psicologico di benessere, si possa essere soddisfatti?

 Se potessimo confrontarci, in una sede di discussione che ora non c’è, scopriremmo che in merito abbiamo molte idee diverse. Questo dipende dal fatto che ciascuno è confinato nella sua vita, ad esempio nella sua età, e il tempo trascorre rapidamente di età in età, o nella sua condizione sociale, per cui si è diventati qualcuno  tra gli altri. Realmente ognuno è cristiano a modo suo, nonostante che faccia riferimento a una cultura comune. Eppure è proprio dell’essere umano stabilire relazioni con le altre persone e questo fondamentalmente perché per sopravvivere non bastiamo a noi stessi, specialmente poi in società molto complesse come quelle in cui viviamo. E questo a cominciare dall’orientarsi: di solito guardiamo come fanno gli altri per decidere. Anche il vangelo non l’abbiamo inventato da noi stessi, ci è venuto da fuori.

  Guardando come viviamo oggi nella nostra parrocchia, mi pare che, in realtà, ogni persona se ne stia sulle sue. Gli ambienti sociali sono molto limitati e quando ci incontriamo non sappiamo bene che dire e che fare. Spesso del vangelo sappiamo quello che ci hanno raccontato da piccoli e facciamo fatica ad intendere quello che i preti dicono a messa. Del resto non vi sono veri momenti formativi per approfondire sistematicamente. Per molte persone essere cristiani significa principalmente pregare recitando formule tradizionali e ascoltare la Messa. Per tanti è fare riferimento alla fede dell’infanzia. La vita che si fa fuori della chiesa, come spazio liturgico, appare scollegata con quella che si fa in chiesa, più dura, con principi diversi. E la maggior parte della gente del quartiere appartiene a questa vita diversa. Ma anche tra di noi ci sopportiamo a mala pena. Rimaniamo in genere con le poche decine di persone con le quali ci siamo affiatati. Condividiamo i preti, che sono, in questo, il vero elemento di unità della parrocchia. E, naturalmente, condividiamo degli spazi in chiesa, intesa come edificio e arredi liturgici.

  La teologia scrive che si potrebbe essere qualcosa di più insieme, e anzi si dovrebbe. Ma noi di queste cose non parliamo insieme. E, innanzi tutto, non parliamo mai insieme, al più ascoltiamo. Ora che vorrebbero ascoltare noi, siamo sorpresi.  Lo vogliono veramente? Davvero contiamo qualcosa oltre ad essere comparse sulle scene liturgiche? Ma non ci vengono le parole. Scopriamo che per parlare non basta cercare in  noi, ma dovremmo cercare tra  noi. Costruire una cultura dello stare insieme, cominciare ad agire sinodalmente anche prima di aver capito bene di che si tratta.

  La proposta pratica: impegniamoci una volta alla settimana a dialogare insieme, imparando anche qualcosa e innanzi tutto a stare insieme. Il Consiglio  pastorale parrocchiale organizzi sistematicamente queste occasioni di incontro.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli