domenica 26 settembre 2021

Carenze formative

 

Carenze formative

 

   Ieri, su Avvenire,  un articolo criticava il capo egemone della Cina comunista per aver accentrato le massime cariche nel partito e nello stato, per aver fatto rimuovere il limite costituzionale alla durata della sua presidenza, per aver imposto lo studio dei suoi scritti come materia curriculare nelle scuole e per aver assecondato una sorta di culto della sua personalità. Mi è venuto subito in mente che in realtà quelle contestazioni si attagliavano anche al nostro sistema di potere ecclesiastico. Da decenni, ormai, ci siamo fatti ripetitori acritici della vasta letteratura pontificia, naturalmente con forte accentuazione per quella prodotta dal sovrano regnante, verso il quale, addirittura tra i sedicenti non credenti, si è creato un vero e proprio culto della personalità. La Chiesa del popolo  dei fedeli è praticamente sparita dalla considerazione pubblica, su ogni tema ci si conta tra chi è con lui  e chi contro di lui, ma poi risulta che a quasi tutti sta simpatico,  e, del resto, per evidenti carenze formative, la gran parte dei fedeli non può fare altro.

  L’idea di una Chiesa completamente sinodale,  vale a dire partecipata a tutti i livelli, è la manifestazione dell’esigenza di un correttivo. In Italia, tuttavia, non sembra avere veramente allignato, a differenza, ad esempio, di ciò che accade nelle Chiesa tedesca, che ha in corso il suo Sinodo nazionale. I nostri vescovi vi sono stati, sembra, trascinati per obbedienza, ma ancora il nostro Sinodo nazionale appare indistinguibile da quello, concomitante, indetto per la Chiesa universale. La fase diocesana dedicata all’ascolto  della gente, sarà comune, sembra. Ben altra organizzazione ha il Sinodo tedesco. Lì  il popolo ha una sua organizzazione che partecipa in posizione paritaria con la gerarchia. Ho pubblicato su questo blog lo Statuto e il Regolamento interno di quel Sinodo, dai quali, in particolare, emerge con chiarezza l’accettazione del metodo democratico nell’organizzazione del lavori, ripudiata invece nel triste Documento preparatorio  del Sinodo generale diffusa qualche giorno fa. Il rifiuto del metodo democratico va considerato un oltraggio contro il popolo di fede, una prepotenza, e non vi si può aderire: ne va della nostra dignità, personale, collettiva  e religiosa. Non si può collaborare, con quei presupposti. Ma non bisogna disperare: in qualche modo ci si può fare sentire, le cose possono cambiare in corsa. E’ importante che anche tra i cattolici si stia affermando l’idea di sinodalità diffusa, non solo tra gerarchi pariordinati.

“Il cammino di preparazione verso le prossime Settimane Sociali è volto alla ricerca di risposte adeguate alle grandi sfide del nostro tempo. Tutti perciò siamo invitati a riflettere sul «Pianeta che speriamo» con uno sguardo capace di tenere insieme ambiente e lavoro nella evidenza che #tuttoèconnesso.”,  si legge nello Strumento di lavoro  che ha guidato la preparazione della 49° Settimana sociale, che si svolgerà a Taranto dal 21 al 24 ottobre prossimi. E anche: “la prossima Settimana Sociale vuole contribuire alla conciliazione tra Cristianesimo e Modernità nei termini in cui ne parla il Concilio Vaticano II particolarmente nella Gaudium et Spes  […] Abbiamo  bisogno di un nuovo umanesimo che abbracci anche la cura della casa comune, premessa che dà origine al principio del bene comune globale […] Su questa strada, siamo invitati a una rivoluzione epistemica [=nel modo di apprendere e organizzare il sapere]. L’iperspecializzazione e la frammentazione dei saperi - che sono state formidabili propulsori del progresso scientifico - rappresentano oggi, di fronte alla complessità e alla multidisciplinarietà delle sfide da affrontare, degli ostacoli difficili da superare. Il livello di sviluppo delle nostre società è tale da richiedere il superamento della rigida separazione dei saperi che è sì all’origine del grande balzo fatto dall’umanità negli ultimi secoli ma anche della enorme produzione di entropia. L’effetto della disintegrazione del reale causa una conoscenza iperspecialistica e parcellizzata. Per capire le correlazioni e le interdipendenze tra le diverse dimensioni dei  problemi che abbiamo di fronte sono necessarie competenze e saperi integrati […]  Per far questo abbiamo bisogno di un pensiero capace di non chiudere i concetti, di ristabilire le articolazioni fra ciò che è disgiunto, di sforzarci di comprendere la multi-dimensionalità, di pensare con la singolarità, con la località, la temporalità, ma di non dimenticare mai l’insieme in relazione.”  Questo significa creare cultura affrancandosi dall’egemonia della teologia miserella praticata dalla gerarchia verso il popolo, che da ogni parte ci chiude le strade.

  Infatti: “nel percorso che ci condurrà a Taranto saranno raccolte le «buone pratiche» che, in ambito non solo imprenditoriale ma anche amministrativo e personale e familiare, mostrano come coniugare la difesa dell’ambiente e la protezione del lavoro- [….] è importante che le comunità cristiane, seguendo il magistero sviluppato dal Concilio sino a papa Francesco, facciano sempre più proprio il cammino per superare una dimensione individualistica della fede in favore di una esperienza che abbraccia i vari aspetti della condizione umana. In concreto, di individuare contenuti, processi, buone pratiche, sussidi, per compiere due importanti passi in avanti. Il primo passo consiste nel far sedimentare nelle diocesi le idee, i valori e le proposte emerse dalla Settimana Sociale”. Ma come si farà, visto che in genere ai laici è propinata, come integrazione della formazione religiosa di base, una spiritualità di tipo simil-monastico, tutta basata sull’interiorità e sull’orazione, con inclinazione verso il prodigioso, verso personalità, luoghi, eventi, pratiche miracolanti,   senza che ci siano momenti di riflessione su altri aspetti, in particolare sull’azione sociale, nel senso sopra indicato? E questo è molto grave quando ci si occupa delle persone più giovani. Del resto la formazione dei preti, intorno ai quali tutto è ancora accentrato nelle realtà di base, quelle di prossimità per la maggior parte dei fedeli, non comprende più quel lavoro di organizzazione e questo fa specie, tenendo conto di quanto la nostra democrazia repubblicana debba all’azione del clero di base, da Murri a Sturzo, a Montini (che da semplice prete riorganizzò la FUCI  e contribuì a fondare i Laureati Cattolici  e, lavorando alla Segreteria di Stato vaticana, a progettare la nostra nuova Repubblica), a Milani, a Mazzolari,  a Dossetti.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli