venerdì 10 settembre 2021

Capire la democrazia: non solo interessi in conflitto

 

Capire la democrazia: non solo interessi in conflitto

 

  La democrazia è un sistema di governo delle società in cui nessun centro di potere può prevaricare e chiunque lo voglia può partecipare in qualche modo, in qualche fase, al dibattito sulle decisioni collettive e anche alle procedure per deliberarle, e ciò direttamente o eleggendo dei rappresentanti. Fondamentali sono la libertà di coscienza e di espressione del pensiero e quella di riunirsi per discutere e deliberare. La discussione, quindi il ragionare dialogando, e la via con cui ci si chiarisce insieme le idee, valutando i vari argomenti. Quando semplicemente si sonda  l’opinione della gente questa fase manca. In questo caso le persone non partecipano veramente, ma danno ai decisori gli elementi per meglio influenzarle in seguito. La democrazia si instaura dopo aver deciso di lavorare insieme, in particolare perché un risultato collettivo è più efficace dell’azione che si può fare da singoli o addirittura è indispensabile per gli scopi che si hanno in mente. La decisione di stare e di lavorare insieme è la fase che, nel gergo ecclesiale, possiamo propriamente definire sinodale. Una volta presa la decisione  sinodale  per proseguire si può decidere che comandi una sola persona, più spesso più persone che sono emerse in un gruppo e che possiamo in questo senso definire  notabili, o invece che tutte le persone, secondo certe procedure, possano dare un proprio contributo. Nel primo caso, se il potere di chi comanda non trova limiti si è in presenza di un potere autocratico. Nel secondo caso apposite procedure impediscono l’autocrazia. Allora ogni potere è limitato nel tempo e nell’oggetto e spesso dal fatto di dover essere esercitato collegialmente. Quando ci si raduna per decidere insieme è ovvio che la scelta collettiva sia quella approvata da maggioranze più o meno ampie, perché sarebbe un controsenso imporre la decisione di una minoranza. Tuttavia in certi casi è possibile prevedere una sorta di diritto di veto da parte di organi particolarmente qualificati, per cui se ne debba acquisire obbligatoriamente il concerto, o il nulla osta, e questi sono termini tratti dal gergo del diritto amministrativo che, comunque, chiunque riesce intendere, perché si tratta di parole utilizzate anche nel linguaggio comune. Ad esempio, può essere previsto che una deliberazione di un’assemblea parrocchiale per produrre un qualche effetto operativo, al di là di una semplice dichiarazione, debba avere il consenso o almeno il nulla osta del parroco o del consiglio presbiteriale parrocchiale, composto dai preti della parrocchia. Questo in considerazione della dignità propria del ministero ordinato nella nostra Chiesa. Così la dignità dei fedeli non è lesa. Se però ogni decisione viene presa del parroco, senza alcuna possibilità di reale partecipazione di un organo rappresentativo dei fedeli, allora sì, quella dignità viene lesa e si è in un’autocrazia.

   Perché una persona dovrebbe partecipare a un processo sinodale se la sua dignità non viene riconosciuta e rispettata e deve finire in mano ad un’autocrazia? In generale questa adesione storicamente  è stata ottenuta o mediante violenza o per fascinazione carismatica, ma più spesso con la violenza. Nell’Unione Europea questa violenza non è più praticabile, rimane la fascinazione carismatica, che però, alla prova dei fatti, non regge a lungo. Essa in qualche modo esercita una umiliazione che con il tempo riesce dolorosa. E poi non sempre i capi carismatici hanno dato buona prova di sé. Difficilmente una persona che decide da sola riesce a superare la proprie carenze, che derivano proprio dal fatto di essere sola. Nella propria coscienza ogni autocrate sa che è così e quando è saggio cerca dei compagni. Ma se si procede per autocrazia, questi ultimi poi cercheranno di soppiantarlo: è fatale. Da qui, poi, la violenza. In una democrazia, poiché si combatte l’autocrazia e ogni potere ha precisi limiti, ed inoltre ad ogni persona è aperta la via della partecipazione, i cambiamenti, inevitabili in ogni società, sono molto meno drammatici.

  Pensare alla democrazia come ad un sistema in cui ognuno difenda solo ai propri interessi, o quelli del suo gruppo di riferimento, significa non averne compreso veramente la natura, per cui ci si ragione sopra avendo presente le moleste assemblee di condominio.  E’ profondamente insufficiente pensare alle dinamiche democratiche come la «la rappresentanza di interessi in conflitto», come hanno fatto i redattori dell’infelice Documento preparatorio che è stato diffuso in tutto il mondo (!), tradotto in più lingue, per guidare il processo sinodale che si vorrebbe far partire in ogni Diocesi dall’ottobre prossimo. Certo, vi possono essere interessi in conflitto, ma innanzi tutto vi è, appunto, quello di rimanere insieme qualunque cosa accade, ciò che poi porta alla mediazione politica, che sempre c’è in ogni decisione collegiale e c’è anche, ad esempio, nei Conclavi, anche se vi si vorrebbe imporre il segreto sopra perché ce se ne vergogna, e quindi si mette di mezzo il soprannaturale. E poi vi sono argomenti  a favore di una linea o di un’altra che, in genere, corrispondono a ciò che ciascuna persona o ciascun gruppo ha ricostruito su di un certo tema e che, confrontati nel dialogo, possono essere chiariti, rimanendo però, in genere una certa alea, la possibilità di risultati non corrispondenti alle aspettative, tali da richiedere aggiustamenti in corsa. Nessuno, nemmeno l’autocrate, da solo, senza compagni, ha una visione sufficientemente chiara delle cose, lo scrisse la filosofa Hannah Arendt, e mi pare una cosa giusta da dire.

  Il povero Documento preparatorio sembra ritenere sinodalità  e democrazia  in contrapposizione, mentre in realtà sono fasi successive di un unico processo, in cui si decide, prima, di stare insieme, e, poi, anche di lavorare insieme.

  Nella nostra Chiesa che accade? Noi tutti che pratichiamo, quindi che andiamo in chiesa regolarmente e quindi nelle statistiche siamo indicati come praticanti, abbiamo deciso di rimanere insieme, accada quel che accada, quindi abbiamo già uno spirito sinodale. Il problema, ed è un problema nella nostra Europa dove si vive in democrazie avanzate, è che poi ci dicono che dovremmo essere puramente soggetti a degli autocrati, vale a dire ai nostri cari vescovi e preti e diaconi, vale a dire alla Gerarchia, che come tale non mi è cara  per niente, ma comunque… Ora, se questo è in qualche modo accettabile per le questioni di dottrina, nelle quali, come si legge del Documento preparatorio, c’è effettivamente il rischio di incorrere in miti fantasiosi e illusioni per cui una certa competenza teologica e una disciplina ministeriale  è consigliabile, quando i laici devono ordinare  le cose del loro tempo secondo i principi di dottrina, come deliberarono i saggi del Concilio Vaticano 2°, sarebbe consigliabile che la loro voce fosse ascoltata, e non solo, ma anche che potessero metterci le mani direttamente, come già fanno, del resto, governando le società civili. Di questo i nostri cari gerarchi sono insofferenti. Questo è il principale problema della nostra Chiesa, almeno in Europa e particolarmente in Italia. Le persone laiche non vi contano nulla di nulla e sono sfruttate, talvolta, come consulenti, finché non dicono o scrivono qualcosa di sgradito agli autocrati. Questi ultimi sono ordinati per piccole corti al mondo del feudalesimo e, a detta del Papa, sono molto interessati a risalire il corso degli onori: non praticandosi neanche in quel campo il metodo democratico, si lavora sotto banco, come appunto in tutte le corti che ci sono state nel mondo storicamente. Il potere gerarchico non incontra limiti dal basso, dove c’è la maggior parte del popolo, e cerca di forzare quelli che ci sono in alto nei modi in cui sempre nelle corti lo si è fatto, e il Papa dice che non è un bel modo di fare. Penso che conosca quello su cui parla, altrimenti non sarebbe lì dove sta.

  Se, dunque, si invoca un po’ di democrazia nelle realtà di base, dove la Chiesa si raccorda vitalmente con la società che deve essere ordinata  secondo i principi e i valori di fede, in modo che tutte le persone  interessate  possano contribuire al lavoro comune non si vuole affermare nulla che metta in pericolo la nostra Chiesa, anzi: non è che si chieda un po’ di democrazia per modificare il dogma trinitario o simili. Queste cose ormai sono già fatte, certo non furono fatte dalla democrazie, e fatte come furono fatte provocarono grossi problemi, sui quali anch’io sorvolo come hanno fatto i redattori del Documenti scrivendo:

Nel primo millennio, “camminare insieme”, cioè praticare  la sinodalità, è stato il modo di procedere abituale della Chiesa  […]  Anche nel secondo millennio, quando la Chiesa ha maggiormente sottolineato la funzione gerarchica, non è venuto meno questo modo di procedere”.

 Questa frasetta sintetizza, edulcorando e sorvolando (sena purificarne la memoria come ci insegnò a fare san Karol Wojtyla), un passato orrendo, in cui, in particolare,  sono chiare le controindicazioni del metodo autocratico. Di solito si dice che è per esso che la nostra Chiesa è durata fino a noi, ma a ben vedere si potrebbe anche sostenere che invece essa è durata tanto a lungo nonostante  gli autocrati che storicamente l’hanno dominata, la santità di diversi dei quali, benché proclamata liturgicamente, non mi appare oggi particolarmente evidente.

  Nella mentalità europea, una Chiesa non partecipata è inutile e umiliante, e in una democrazia avanzata nessuno ha piacere di essere umiliato, perché la democrazia è appunto un antidoto all’umiliazione sociale. Le persone laiche dell’Europa contemporanea non chiedono di mettere bocca nei dogmi, per carità! già troppe sofferenza per essi!, ma chiedono innanzi tutto più possibilità di partecipazione alla base, nella speranze che un dì, sperimentando positivamente le novità in basso, anche in alto possa poi cambiare qualcosa, ciò che attualmente in alto non si riesce fare, neppure da chi, sulla carta, ha la  “potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente”. E’ proprio questo che, mi pare, ci chieda oggi, chieda in particolare  a noi persone laiche, il Papa oggi, nel prossimo cammino sinodale. Nei prossimi interventi cercherò nel Documento  se vi rimasta traccia di questo suo desiderio.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli